giovedì 13 ottobre 2011

DE MORALITATE FUNSINI




Tra le polverose carte del vecchio solaio, già preziosa fonte di molte altre importanti scoperte, ho avuto la fortuna di rinvenire un vecchio manoscritto, probabilmente un appunto anonimo e riservato, dimenticato in mezzo ad un  gruppo di verbali relativi a  deliberazioni licenziate durante le sedute di qualche antico Consiglio di Amministrazione all’interno del quale, a quanto pare,  Alfonso doveva ricoprire una carica di grande prestigio.
La lingua, non più latina e non ancora italiana, consente una datazione approssimativa, correlata alle prime espressioni del volgare italiano:

Narrant historiae Alfunsinum battagliae fuisse magnum porcum in rapportis cum mulieribus suorum amicorum. Dicitur, infattim, habuisse magnam abilitatem in inventamento scusas finalizzatas ad unum solum scopum: giacere supinus cum moglibus amicorum in assentiam maritorum.
Ad ottenendum tale risultatum convocavat spessum riuniones cum suis sottomissis et durante sedutam, cum scusa improvvisa urgentia urinaria, se allontanabat in cessum ubi eum attendebat mulier sbardellata uni consilieri et avec custim  ipse Alfunsinu  copulavat cum rapida sveltina.
Avvenit olim diavolum mettisse codam et esecrabile eventum disturbavit quietam copulationem Alfunsini. In media fase amplessi , infattim, se presentavit in cessum consilieris affettus improvvisa  cacarellatio  avec spruzzum et pertantum bisognosus impellentemente cessi.
Ubi vidit Alfonsinum giacentem cum sgualdrina muliere, consilieris riconobbit suam mogliem ergo fuit presus magna irritatione et iniziavit spruzzamentum merdae addossum Alfunsini et concubinam sicut cannonem.
Narrant historiae Alfunsinum habuisse magnam sveltezzam ad evitandam merdam sed colpivit cum nuca spigolum cessi et cascavit svenutum. Solum in seguitum, ad risveglium, fecit ritornum in aulam ubi erat ancora in corso seduta consilii et, cum magna sagacia, riuscivit convincere astantes suae innocentiae. Dixit, infattim, in media sua pisciatione, vedisse consilierem giacentem cum propria muliere in cesso et  fronte tanta insolentia habuisse mancamentum, causa magnam offesam arrecatam suae moralitati et suae profondae rettitudini.

martedì 11 ottobre 2011

IL CONGIUNTIVO SCONOSCIUTO





L’esame comparato della lingua parlata e di quella scritta da parte della maggior parte della popolazione italiana, con particolare e più specifico riferimento ad una ben definita fascia di età (16/25 anni), richiede un intervento immediato, ristoratore, mirato alla salvaguardia del corretto uso del congiuntivo. Bistrattato, eluso, mortificato, ignorato e vilipeso, il congiuntivo necessita di aiuto, per essere riportato in auge, e per essere riposizionato nel suo giusto ruolo linguistico. Un’operazione che è senza dubbio più difficile di quanto possa sembrare, atteso che il parlante fa di tutto per evitare l’incontro diretto con questo modo verbale e per relegarne  l’uso ad una mera esibizione di eleganza riservata a pochi eletti. Non è così, naturalmente. Stride sentir utilizzare da giovani professionisti esperti in diversi settori dello scibile il modo indicativo, così povero e mal vestito, preferito tuttavia al forbito congiuntivo al quale, peraltro, viene tolta in modo forzoso ed ingiusto la doverosa allocazione all’interno della frase.


Non sembra d’altro canto che la cosa rappresenti un cruccio, dal momento che nessuna inibizione e nessun minimo imbarazzo si evincono  in chi ripetutamente applica alle coniugazioni verbali questo nuovo ed attuale modo temporale che, con ardito neologismo, registrerei nella grammatica come “congiuntivo sconosciuto” .
Il congiuntivo sconosciuto trova applicazioni diverse, sostituendo l’arcaico congiuntivo presente (“è inutile che io venga”  con il più moderno indicativo  “è opportuno che io vengo”) oppure anche semplificando proposizioni consecutive e concessive ( “devi parlare in modo che io possa capire” diventa “devi parlare in modo che io capisco;  benché io non sappia nulla di questa storia diventa “benchè io non so nulla di questa storia”) e così via.  Questa forma semplificativa danneggia ovviamente l’udito ma rende la vita facile al parlante, evitandogli pericolosi passaggi nei meandri di un intricato gioco di congiungimenti verbali in mezzo ai quali finirebbe per perdersi senza possibilità di scampo per via della sua meno che mediocre preparazione grammaticale.


Così nei discorsi di questi nuovi linguisti e di questi grandi  trasgressori che stravolgono la funzione di quello che a buona ragione può essere considerato il costituente più importante della frase, il congiuntivo subisce reiterate umiliazioni che non devono e non possono essere tollerate.
A giusto diritto, quindi, facendomi portavoce di analoghe istanze sollecitate da parlanti che, come me, inorridiscono di fronte a tanto scempio, per le ragioni esposte, delle quali peraltro molto più a lungo si potrebbe scrivere e parlare,  ho il piacere e l’onore di comunicare ai lettori del Blog la nascita e la costituzione ufficiale della “”NUOVA ACCADEMIA ITALIANA PER LA RIABILITAZIONE DEL MODO CONGIUNTIVO””” alla quale sono iscritti d’ufficio tutti coloro che si dicono disposti a togliere immediatamente il saluto a chi fa uso del “se” con il condizionale.

Altri criteri di ammissione sono la perfetta conoscenza della lingua italiana e la capacità di convertire in modo estemporaneo ogni frase che lo richieda con l’inserimento del modo congiuntivo nei suoi tempi, semplici e composti.
Chi pur non essendo in possesso dei citati requisiti volesse comunque diventare membro dell’ Accademia dovrà cospargersi il capo di cenere ed improntare un discorso davanti alla Commissione ammettendo di aver umiliato fino ad oggi il Modo Congiuntivo, escludendolo dalla sua parlata quotidiana, e dirsi altresì disposto a riammetterlo incondizionatamente nelle frasi e nelle proposizioni che andrà ad usare per il resto dei suoi giorni.
Tutto ciò perché non si dica che l’Accademia è una setta linguistica riservata a pochi eletti……

L’ONNIPRESENTE FUNSINO



Il mio amico ricercatore, che per via della sua onestà intellettuale non mi invia materiale se non quando esso trovi effettivo riscontro nella storia e nei suoi più sconosciuti eventi, dopo lunghe ed estenuanti indagini mi relaziona in merito ad un periodo della vita di Alfonso di Battaglia che trova agganci in epoca relativamente a noi vicina, a riprova della longevità del personaggio cui la sorte regalò onnipresenza nei periodi topici della storia umana:


Caro Sergio,
tu che ancora, impavido e burbero, scacci le false voci della vanità, tu solo puoi capire l'ardente fuoco e brama di verità che mi costringe ad andare avanti per la stretta ed erta via della conoscenza.
Sulle tracce di Alfonso Di Battaglia. Un brandello di verità, un racconto sommesso, leggende metropolitane. Non riesco a discernere il vero dal falso.
Fatto sta che lo ritroviamo, ormai vecchio e sdentato, a fianco del Vate nell'impresa di Fiume. Ancora Lui in testa alla marcia su Roma.
Pare che lo stesso Duce lo venerasse come un idolo. Solo al Venerabile erano concesse certe impudenze, se e' vero, come non ho ragione di dubitare, che durante l'udienza dell'ambasciatore Inglese nella Sala del Mappamondo, all'usuale invito del fascistissimo Starace, "saluto al Duce!", rispondeva il sonoro pernacchio dell'astante Alfonso, sotto lo sguardo indulgente di Benito.
Che fosse fascista non possiamo dirlo. Anzi alcuni lo dicono il vero simbolo della lotta partigiana. Ormai quasi centenario, ma ancora attivissimo, inizio' ad apostrofare Mussolini come "llu' scuppat panzon" tra una bestemmia ed una blasfemia. Continuo a trovare testimonianze che vanno avanti nel tempo. Ma sono vie che non voglio seguire. Che mi portano quasi fino ai giorni nostri. Ciò non può essere, che' avrebbe quasi 170 anni.

Caro Sergio, anche se ti conosco oberato dalle gioie del mogliume, figliume, nipotume, tennisume e ufficiume, in questi momenti di ritrovata libertà, in questi attimi fugaci che ci fanno intravedere un futuro migliore di un passato peggiore per colpa dei delinquenti che appestano il mondo, caro Sergio dicevo appunto, immergi anche tu le mani nella melma della storia e nutri la sacra fiamma della verità e della giustizia.

Viva l'Italia!

giovedì 22 settembre 2011

IL NOSTRO ANNIVERSARIO

23 settembre 2011
Per il trentatreesimo anniversario di matrimonio


Fu passione vera quel giorno lontano,
sentimento profondo e arcano,
incantevole unione di sensi
che non avrebbe patito, con l’età,
la corrosione uggiosa dell’abitudine.

Dopo più di trent’anni insieme
la nostra quotidianità
è per me oggi la più bella consuetudine.

Da due radici diverse, nel tempo,
un’unica pianta è nata e sviluppata.

Ma la scena più cara
di questo film ancora in svolgimento,
che è la nostra vita ormai quasi passata,
il dono che per me si rinnova ogni momento,
è l’incanto fatale del giorno che t’ho incontrata…

venerdì 2 settembre 2011

LA VITA MIGLIORE

E’ meglio vivere a lungo, anche se non felicemente, o è meglio vivere felicemente, anche se non a lungo? E’ un dilemma che affligge il genere umano, esclusa ovviamente la terza scelta , ossia quella di vivere a lungo e felicemente.
Il tema, universale, non poteva mancare nel repertorio delle profonde elucubrazioni del Leopardi che nel “Dialogo di un fisico e di un metafisico”, scritto in cinque giorni nel maggio del 1824 e ricompreso nella raccolta delle Operette Morali,  affronta il problema interrogandosi su una questione fondamentale dell’esistenza, quantunque affrancata dalla volontà dell’individuo, se si esclude la scelta del suicidio.
Il fisico insiste nel sostenere che è insito nell’animo umano un istinto primordiale alla sopravvivenza , anche se in condizioni precarie e disagiate, in una parola infelici, e conflittuali con la vita stessa. Ciascun uomo celerebbe nell’animo il desiderio di vivere a lungo, in eterno se fosse possibile, perché tale sentimento fa parte della sua particolare natura, diversa da quella di tutti gli altri esseri viventi. Ciò spiegherebbe perché tanti derelitti che vivono ai margini della società “civile” , clochard soli e abbandonati, o persone afflitte da qualsiasi altra calamità, non rinunciano tuttavia volontariamente alla vita, ma la trascinano come un oneroso fardello, in ossequio ad un impulso ancestrale. Di diverso avviso il parere del metafisico il quale, a sostegno della sua tesi, pone sull’altro piatto della bilancia proprio il suicidio, come estremo atto comprovante l’incapacità dell’uomo a vivere in modo infelice, e quindi rassegnato a togliersi spontaneamente la vita pur di non condurre un’esistenza priva di piacere.
Lo stesso metafisico rincara la dose portando ad esempio casi celebri di eroi e martiri del passato, ai quali la morte fu offerta come dono supremo, quasi liberatorio e purificatore, catartico e comunque definitivo ed esiziale.
Naturalmente è di tutta evidenza l’attualità del tema in discussione nell’edonistica società moderna, così vuota di valori e di paletti morali, interamente votata al benessere inteso come potere economico.  Oggi  vale chi ha, chi si mostra per uno che ha, chi vive felice perché gli altri credono che lo sia. Il desiderio di apparire trascende la condizione reale e la sublima, fino a dilagare nell’apologia del millantato credito.
Chiedete a costoro se vogliono vivere a lungo o morire felici come i martiri del passato…

giovedì 21 aprile 2011

LA POLIZIA URBANA A GIULIANOVA NEI PRIMI ANNI DEL NOVECENTO

Una deliberazione del Consiglio Comunale di Giulianova, licenziata in data 30 novembre dell’anno 1900,  stabiliva, in uno specifico Regolamento sottoposto all’approvazione dei consiglieri presenti alla seduta, regole comportamentali riservate alle Guardie Municipali, disponendo precisi  criteri da adottare in fase di assunzione e peculiari obblighi che ognuno avrebbe dovuto rispettare durante il servizio.
La riunione, presieduta dall’assessore anziano, facente funzioni di sindaco, dott. Giuseppe De Bartolomei, si teneva in “seduta autunnale", alla presenza di dieci consiglieri (oltre al Presidente) sui sedici previsti, numero sufficiente per garantire la legalità dell’adunanza. All’ordine del giorno, come si diceva, l’approvazione del “”Regolamento per le Guardie Municipali”, ritenuto strumento ormai ineludibile per disciplinare il lavoro degli addetti al controllo della pubblica sicurezza e di altri settori della vita pubblica cittadina.
La lettura del disciplinare appare quanto mai interessante, soprattutto in rapporto alle successive evoluzioni che, nel corso degli anni, avrebbero poi modificato le stesse regole,  apportando variazioni o addirittura rivoluzionando completamente le norme, giustamente adattate, tempo per tempo, alle nuove esigenze sociali. La giunta Municipale, all’epoca, avocava a sé la nomina ed il licenziamento del Corpo di Guardia. Sulla base delle prove di un concorso pubblico si procedeva a valutare l’idoneità dei richiedenti, la loro eventuale attitudine a ricoprire il ruolo e la capacità a sostenere il servizio che veniva affidato, ai vincitori, per la durata di anni due, con possibilità di procedere poi al rinnovo del capitolato. Requisiti richiesti, età di almeno ventuno anni, ma non più di quaranta, statura non inferiore a metri 1,65, sana e robusta costituzione fisica, assoluta irreprensibilità morale. Dal punto di vista culturale si richiedeva al candidato di essere capace di leggere e scrivere e di saper  stilare un verbale o un testo similare per poter relazionare ai superiori sugli eventi occorrenti. Naturalmente qualsiasi condanna subìta, dalla quale fosse derivata un pena restrittiva della libertà personale, avrebbe rappresentato motivo sufficiente per giustificare l’immediata espulsione dal Corpo. Ma le cause di allontanamento erano anche altre: chiunque avesse commesso delitti a danno della proprietà, della pubblica amministrazione, della fede pubblica, del buon costume, o avesse apportato danni di qualsiasi natura alle persone o all’ordine della famiglia, avrebbe infatti subìto la stessa ignominiosa sorte.
A ciascuna Guardia, una volta assunta in servizio, veniva corrisposto un assegno di lire 120 perché provvedesse, per proprio conto, all’acquisto di capi di  vestiario  sufficienti per la durata di un anno. Nessuno, naturalmente, poteva però scegliere in piena libertà il modello o il colore della propria divisa, che doveva essere invece perfettamente corrispondente ad una tipologia base approvata dal Consiglio Comunale.
L’impegno, la responsabilità, le onerose mansioni quotidiane rendevano pressoché impossibile l’assunzione di qualsivoglia incarico collaterale. D’altro canto era vigente l’assoluto divieto, per una Guardia, di esercitare, in proprio, o per interposta persona, attività nel settore dell’industria o del commercio. Ognuno era vincolato al proprio ufficio in modo talmente cogente che non poteva allontanarsi neanche momentaneamente dal servizio, né tanto meno assentarsi dal perimetro del territorio comunale, se non per ragioni di estrema e documentata urgenza,  e comunque sempre e solo previo permesso del Sindaco.
Gli oneri economici connessi alla gestione di un periodo di malattia o di ricovero in Ospedale erano a carico individuale di ciascuna Guardia municipale che doveva, di tasca propria, corrispondere l’indennità dovuta autorizzandone il prelievo direttamente dallo stipendio mensile. Solo nel caso in cui la malattia fosse stata contratta per ragioni di servizio il  Comune interveniva assumendosi in proprio il carico delle spese.
Miglior trattamento era invece riservato, dal punto di vista finanziario, a chi elevava una contravvenzione di qualsiasi genere o di qualsiasi natura nell’ambito del territorio comunale. I proventi , infatti, erano divisi a metà  e finivano in parte nelle casse municipali ed in parte in tasca alla Guardia stessa  che aveva così modo di arrotondare i propri emolumenti mensili  a scapito di cittadini  colpevoli di aver violato in qualche modo la legge o di aver trasgredito puntuali normative o disposizioni.
Il verbale di contravvenzione era redatto dalla Guardia  in piena autonomia e doveva recare  chiaramente dettagliati  i fatti che avevano generato l’opportunità di procedere alla rilevazione della trasgressione, descrivendo minuziosamente l’accaduto nei minimi particolari, sicchè fosse facilmente individuabile l’autore della violazione.  D’altro canto  v’era obbligo, per ciascuna Guardia, di stilare comunque una relazione scritta, al termine del servizio, in modo da  informare le Autorità preposte sugli  episodi occorsi, ancorchè non fossero state elevate contravvenzioni di sorta.
Libero accesso era consentito ai “vigili” dell’epoca in ogni bottega, in ogni caffè, nelle varie officine, negli stabilimenti ed in ogni altro luogo pubblico. Avevano la licenza di fermare qualsiasi persona, anche semplicemente per identificarla. E chi si fosse rifiutato di declinare le proprie generalità, o fornendole non fosse risultato attendibile,  era accompagnato presso l’Autorità di Pubblica Sicurezza  perché fosse espletata ogni necessaria azione utile alla sua  identificazione..
Erano armate, le Guardie di inizio secolo, ma nessuno di loro avrebbe potuto far uso dell’arma in dotazione senza un legittimo e plausibile motivo. E questo principio era sempre valido, perché ogni Guardia Municipale doveva ritenersi continuamente in servizio, ovunque fosse, in qualunque momento del giorno o della notte, anche dopo il regolare turno di lavoro. Ed era anche sempre vigente l’obbligo di ben vestire, di tenere costantemente curata la persona, di avere assiduamente contegno urbano e rispettoso nei confronti di tutti.
Al Corpo di Guardia era preposto un “Capo Guardia” cui era demandato, in aggiunta ai compiti istituzionali, anche l’onere di mantenere l’ordine e la disciplina dei sottoposti, di tenerli costantemente aggiornati sui doveri e sulle disposizioni di legge, di curare che gli ordini impartiti dall’alto fossero eseguiti con celerità e nel modo migliore. Lo stesso preposto stabiliva i vari turni diurni e notturni stilando un apposito ordine di servizio.
Il “Regolamento per le Guardie Municipali”, così come descritto, composto da 20 articoli, fu approvato senza osservazione alcuna, all’unanimità, dal Consiglio Comunale il giorno 30 novembre dell’anno 1900 presso la Sede Municipale di Giulianova dagli undici  consiglieri presenti e votanti, ( Francesco Contaldi, Andrea Acquaviva, Luigi Crocetti, Serafino Trifoni, Donato Pedicone, Luigi Migliori, Ciriaco Paolini, Gaetano Capone Braga, Giacinto Cavalli e Luigi Orsini), quanti bastavano per rendere legale l’adunanza , con l’assicurazione che subito dopo la Giunta avrebbe reso operative le norme previste nel documento.


NUOVI INCREDIBILI FATTI DEL PASSATO

Mi aspettavo, in verità, che il mio amico ricercatore e storico potesse regalarmi, in coincidenza con le festività pasquali, qualche mirabolante sorpresa. E devo dire che egli non mi ha deluso, avendomi inviato, ieri notte, questa missiva così densa di scoperte storiche da fa rabbrividire il più preparato degli studiosi. Emergono, dalla lettura, aneddoti inediti e apparentemente non credibili. Protagonista sempre il mitico Funzine de Battaje, poliedrica figura del passato, le cui gesta il tempo ha avvolto in un velo di fitta nebbia che il mio amico, grazie alla sua indefessa perseveranza, sta lentamente dissolvendo. Questo il prezioso testo che ho ricevuto:




Caro Sergio,
Mi scuso con te per non essere riuscito a darti nuove notizie sulle
ricerche storiografiche che sto faticosissimamente portando avanti. Da
giornalista, conosci il valore della verità e sai come sia a volte
difficile distinguerla dalle menzogne; cosa tanto piu' vera se i fatti
che ci accingiamo ad esaminare appartengono ad altri tempi, a diverse
tradizioni ed a mondi al nostro pensar alieni.
Questo certosino lavoro di vaglio critico delle fonti e' ancor piu'
stressante se si considera l'oggetto del nostro cercare, quest'uomo
nuovo del secolo decimonono che pare, a ben osservarlo attraverso la
lente del tempo, aver impresso un moto tutto suo alla storia come oggi
la conosciamo. Sai bene, caro amico, quanto mi sia costato ricostruire
quei pochi attimi della Sua vita, attimi di eroismo scaturiti in
imprese che sarebbero bastati ad illuminare la storia di grandi
casate. Il Nostro, invece, pare scivolare timido e riottoso tra le
pieghe della storia, ora sostenendo la causa della democrazia in
America, ora sostenendo l'Italia, pur sempre la sua Patria.
Lo sappiamo intimo di Lincoln, ho accennato al suo contributo a favore
dell'esercito Prussiano nel 1870 a Sedan contro la Francia di
Napoleone III. E' un fatto storico dimostrato da più di un documento
ufficiale che Helmuth Karl Bernhard von Moltke fosse costantemente
accompagnato da un individuo, "grande uomo di Battaglia", che "si
esprimeva in un ottimo inglese, ma imprecava in uno sconosciuto idioma
tribale". Il generalissimo prussiano lo consultava per qualsiasi
decisione. Il "consigliere battagliero" non venne pero', al momento
del trionfo, premiato per la sua opera se e' vero, come e' dimostrato,
che si dice abbia testualmente detto:" SE 'NNA ERA PE MME SCTU' CAFONE
STEVE ANGoRE A CAVA' LI PATANE" prima di sputare per terra.
Lo ritroviamo in Italia da dove frettolosamente scappava per portare
la sua esperienza militare, ormai riconosciuta in 4 continenti, al
servizio dell'imperatore Meiji. Qualcuno dice che, ma su questo caro
Sergio non posso dare conferme, che la sua fuga sia dovuta
all'assassinio di Giuseppe Mazzini Nel 1872. L'episodio sarebbe
evocato dai versi dell'epitaffio che recita "tu in tante battaglie
duce, morto per Battaglia". Il maiuscolo ha fatto pensare Alfonsino di
Battaglia.
Ho scoperto, come dicevo, i documenti della sua permanenza in Giappone
ospite per diversi anni nella residenza dell'imperatore, onore
riservato solo a lui. Sai bene che in quel periodo il Giappone stava
riorganizzandosi dopo un lungo periodo di feudalesimo. Alfonso diede
il suo apporto nell'organizzazione dell'esercito.
Riportano le cronache imperiali:
" Alfio il Battagliatore e' il solo che può parlare guardando il
Grande Meiji. Entra ed esce dalla sua camera quando ne avverte la
voglia". Bisogna dire che al tempo l'imperatore era poco più che un
adolescente. Questa vita agiata forse lo aveva stancato se e' vero
che, Nel corsoc della rivolta di Satsuma nel 1877, alzandosi da tavola
e ruttando in faccia al Divino abbia esternato: "je so nu cujone
arrete stu cellancule" (frase ricostruita dall'onomatopea riportata
sulle fonti). E' un fatto storico che Alfonso compare nella battaglia
decisiva di Shiroyama tra le fila dei Samurai dissidenti avversi al
potere imperiale. E qui accade un fatto storico importantissimo a mio
avviso, e sul quale sto raccogliendo ancora documenti. Te lo propongo
come credo di averlo capito analizzando sia il racconto degli
imperiali sia le leggende tramandate dai pochi samurai superstiti.
Nel corso della battaglia si viene a creare una situazione di netta
superiorità delle forze imperiali. Alfonso guida l'ultimo disperato
arrembaggio quando, ritrovatosi solo di fronte al fuoco nemico, visto
il cadavere di un ufficiale imperiale e velocemente requisita
l'uniforme, si ritira dietro un cespuglio e ne esce ufficiale
Dell'Impero pronto a guidare il decisivo attacco agli ormai inermi
Samurai.
Si dice che, nel "cambiare casacca" dietro il cespuglio, abbia causato
la fuga di una quaglia da che deriverebbe l'espressione "salto della
quaglia". Tuttavia io non mi curo di tali leggende non suffragate da
documenti precisi e testimonianze attendibili. E' un fatto storico
pero' che nel teatro della sanguinosa battaglia si fronteggino due
statue monumentali, di eta' diverse, una raffigurante la disperata
furia guerriera del Samurai, l'altra la determinata azione
dell'Ufficiale Imperiale.
Entrambe tratteggiano i lineamenti ormai ben conosciuti di questo
Grande, troppo sconosciuto alla Storia, Alfonsino Di Battaglia.
Sto raccogliendo altri dati, frammenti, informazioni, brani di
leggende che mi permettano di andare avanti nella mia ricerca. Conosci
la mia volontà di non diffondere opinioni o congetture ma solo solide
realtà storiche.
Il lavoro e' duro, e ti ringrazio ancora per il conforto che mi offre
la tua disinteressata curiosità.