IL REALE DOLORE DI LEOPARDI
Giacomo Leopardi aveva una visione dell'esistenza che agli studenti e' stata sempre rappresentata con il termine piuttosto semplicistico di "pessimismo". Sicuramente per via di quella visione del mondo e degli eventi che egli descriveva senza l'illuminazione della fede la quale sola avrebbe potuto lenire gran parte delle sue angustie giovanili. O forse le sue ansie ed il suo fastidio di vivere avevano natura assai più profonda e nessuno avrebbe potuto aiutarlo a guardarli sotto una luce diversa. Neanche la madre, Adelaide degli Antici, a lui sempre vicina, e che pure la storia racconta come donna bigotta e frequentatrice assidua di Chiese e di funzioni religiose. Perché Giacomino non subì l'influenza della mamma e non imparò a credere? Perché pur vivendo in un ambiente familiare nel quale c'erano cura e rispetto per le pratiche dello spirito egli segui' il suo istinto a deificare il " Nulla eterno"?
Sicuramente, durante la sua travagliata esistenza, colse e vaglio' la possibilità che l'"arcano" potesse avere una valenza guida nelle vicende umane. Ma l'ebbe sempre come nemica quella sensazione di misteriosa incombenza trascendentale (" se dio v'e' è dio del male......"), guardando alle sorti del mondo come ad un progressivo procedere verso un vuoto cosmico. Come affrontare una simile condanna per l'umanità intera? Con la "fratellanza universale", una specie di comunione fra le genti volta al riscatto verso l'indifferente ostilità della Natura, genitrice maligna che dispensa solo dolori e disillusioni ai suoi figli (" O Natura Natura perché non rendi poi quel che prometti allor, perché di tanto inganni i figli tuoi? ").
Non fu dunque visione "pessimistica" dell'esistenza, ma profondo convincimento cui non giovo' neppure l'essere vissuto in un ambiente familiare aperto alle sollecitazioni ed alle frequentazioni del cattolicesimo di cui la madre soprattutto era convinta sostenitrice. Lui non credette. Ma qualche sussulto interiore l'ebbe. Quando camminava per i grandi saloni del suo "paterno ostello" era sempre attento a non calpestare i punti in cui le mattonelle del pavimento, intersecandosi, formavano delle croci.
Forse dopo un un intimo e travagliato percorso di valutazione arrivò a guardare il mondo con freddo realismo.
Non con pessimismo.....
Recensioni, racconti, notizie, aneddoti,commenti, cronache,critiche, favole...... a cura di Sergio di Diodoro - giornalista free lance -
domenica 9 febbraio 2014
lunedì 6 gennaio 2014
STELLA DEL PASSATO
Lunghi capelli biondi e corpi statuari in jeans, tavoli tondi e gelati serviti come sculture d’autore, gambe
accavallate di signore non più giovanissime tenacemente votate a scrollarsi di
dosso i graffi del tempo, la mia piazza è sempre qui, piena di vita, di suoni,
di colori.
Capri, Marina Piccola. Cerco oggi tra i volti diversi il tuo volto
di donna mai dimenticato.
Tu, figura femminile, così diversa dagli altri, potrai
diventare protagonista di questo racconto.
E’ passato tanto
tempo, ma nulla è mutato.
Tu non eri come gli altri “Vip” del tuo antipatico
entourage. Ed io ti vedevo ancora più
diversa. Mi piaceva immaginare che invece che ricca ereditiera fossi figlia di
pescatori. Per me eri nata a Tragara, in una di quelle casette dipinte a
ridosso del piccolo porto, di fronte al Monacone, nel cuore dell’isola. Da tuo
padre avevi ereditato il piglio fiero tipico della rude gente di mare, da tua
madre lo sguardo profondo e ricco di mistero. Questo di te oggi scriverei.
Descriverei l’effetto devastante che la prima volta ebbe
su di me il tuo dolcissimo sorriso. Le nostre lunghe passeggiate tra squarci di
variopinte prospettive e profondissimi strapiombi sul mare.
Io ormai ti consideravo parte del paesaggio stesso,
elemento naturale di quelle bellissime viste, dei tetti bianchi e del cielo
azzurro di Capri.
Oggi puoi diventare protagonista di questo racconto:
una ragazza di alta società, vestita alla moda, ma per me nata a Tragara,
vicino al porto, e figlia di pescatori, incontrata di nuovo per rivivere quella
giovanile età , la freschezza di quelle immagini, dei cieli tersi, dei radiosi
mattini d’estate, di quei momenti di libera e sfrenata fantasia.
Guardami di nuovo negli occhi in questa piazza in cui
il profumo dei fiori e il sapore del mare giungono come erano una volta,
nonostante il tempo trascorso.
Come quando eravamo ai piedi dello Scopolo. Avevi
insistito perchè ti accompagnassi alla ricerca della lucertola azzurra. Avevi
gli occhi brillanti come la luce di quel mattino. I tuoi gesti erano misurati,
quasi come se rispondessi a precise esigenze di un copione narrativo che io
avevo dentro e che mi passava in rapida visione davanti agli occhi. A te
piacevano i miei scritti ed io quando ascoltavo i tuoi commenti sentivo più
forte la voglia di continuare per poi ricadere sempre, però, in ostative remore
ed inibizioni.
- Tu sei un poeta...-
- Poeta. Perchè mi dici poeta? Io sono come un bimbo
che piange. Vorrei esprimere quello che provo ma non riesco a farlo. Vorrei
scrivere con la stessa facilità con cui un usignolo canta. Se solo sapessi
trasmetterti una piccola parte del mio sentire…. –
Ma sebbene non sapessi manifestarti i moti del mio
animo, tu eri ormai capace di leggermi dentro. Certo eri assai vicina a comprendere,
spesso, il senso di una fuggevole impressione suscitata in me da episodi
all’apparenza senza significato, e per altri sicuramente privi di commozione.
Ciò era per me motivo di disagio e di non sapevo quale pudore.
Tu leggevi virtualmente ogni pagina del mio futuro
scritto e recepivi il vero, intimo significato di ogni parola, interpretandola
come io avrei voluto che fosse. Subivi lo stesso ineffabile turbamento che le bellezze
naturali dell’isola avevano generato in me come folgorazioni improvvise.
Sono tornato a Capri per incontrarti ancora.
Cosa è una storia d’amore se non un album di ricordi in
cui cercare trascorse emozioni?
Un amore può rinascere dalle ceneri del suo passato.
Puoi amarmi ancora, se vuoi, oltre ogni limite ed ogni
circostanza, solo nell’illusione di un magico momento che la mente a suo
arbitrio ricompone.
Voglio perdermi come una volta in quel mondo fatuo di
lustrini e scarpe bianche, di creme abbronzanti e lunghi abiti da sera al quale
uno strano destino mi accostò, un tempo, per fornirmi il canovaccio di una
possibile scrittura.
Avevo subito ceduto al richiamo del tuo dolcissimo
sorriso. Da un tavolo all’altro, tra il profumo dei caffè, le note accorate dei
Beatles ed i e languidi ammiccamenti malamente ascosi di mogli non più giovani,
coi mariti in città, più di una volta
m’era parso voluto e non casuale quel tuo fuggevole guardare verso me, subito
seguito da un’ improvvisa e depistante, fittizia conversazione con l’amica a te
vicina. Pur prevenuto, e comunque per principio ostile a quelle fumose
ostentazioni di gloria sociale, ero tuttavia tornato in seguito a sedermi allo
stesso tavolo e avevo guardato, ogni sera, da quella parte.
I tuoi occhi belli, azzurri e profondi come il mare
di Capri, sorrisero un giorno al mio sentire.
Un momento magico e irripetibile, reso irreale dalla
mitezza del clima e dalla brezza che giungeva impregnata di tutti gli odori del
mare.
Puoi amarmi ancora. Anche se oggi non ci sei. Anche
se non ti troverò più in questo dedalo di viuzze e di archi, tra il
suono accorato dei mandolini e tra i caroselli delle insegne luminose delle
boutiques d’alta moda, in quei luoghi dove una volta passeggiavamo insieme.
Ora sei oltre quel lontano orizzonte, che a me pareva
vicino, e che pure spesso scompariva alla nostra vista, suggerendo mondi
sconfinati di luce.
Ma oltre
quella linea immaginaria, io odo ancora la tua voce abbellita dalle melodiose
cadenze del mantovano. E fantastico ancora di luoghi arcani, che avremmo
visitato insieme se non fossi scomparsa dalla mia vita come una meteora nel
cielo.
Ma ovunque tu sia, stella del mio passato, se esisti,
amami ancora.
domenica 29 dicembre 2013
IL PERSONAGGIO MISTERIOSO
Vile, ipocrita, vigliacco, bugiardo, vanitoso, sprezzante delle altrui qualità, sempre al fianco dei potenti per umiliare i miti e gli onesti. Non ha mai perso occasione per evidenziare gli errori degli altri, millantando capacità e virtù che non possiede e che non ha mai posseduto. Per anni ed anni ha vessato i sottoposti atteggiandosi e grande capo, insultando e mortificando tutti soprattutto in presenza di estranei, al fine di far emergere appieno la sua potenza di superiore. Ma superiore era nella pochezza dei sentimenti, nel vuoto dell'animo perfido ed insensibile, nella inesistente umanità. In altri periodo storici sarebbe stato un feroce e crudele Kapo. Sempre pronto all'acredine ed all'accusa, mai disposto all'auto controllo, capace di mentire spudoratamente per salvare se stesso ed accusare gli altri. Uomo senza qualità, senza umanità, senza cuore.
Ma non bisogna giudicare. Il vento gira, le stagioni passano, il tempo è giudice imparziale.
L'unica vera giustizia è quella che accomuna tutti nel momento fatale.
Poi si vedrà.
Ma non bisogna giudicare. Il vento gira, le stagioni passano, il tempo è giudice imparziale.
L'unica vera giustizia è quella che accomuna tutti nel momento fatale.
Poi si vedrà.
mercoledì 18 dicembre 2013
RECITA D’ADDIO (Storia di un amore impossibile)
Non ci saremmo mai
amati.
Ci conoscemmo per
fatale combinazione un giorno di febbraio
di 35 anni fa. Io ero un
giovincello appena laureato, tu eri una matrona elegante, opulenta, da tutti
desiderata, sognata e vagheggiata. Mi
colpì come un fulmine a ciel sereno la
tua sontuosa fastosità, la ricca e doviziosa corposità del tuo patrimonio, la
sensazione di sicurezza che scaturiva dal pensiero di poter trascorrere una
vita intera protetto dalle tue ali materne.
Tu eri madre di molti
figli, immagine storica per il territorio, fonte inesauribile di conforto e di
tangibile assistenza, porto sicuro per ogni nave sconvolta dalla bufera, seno
caldo ed accogliente per mille bocche da sfamare.
Tu avresti garantito
il mio futuro e quello della famiglia che andavo costruendo. Così ci conoscemmo
meglio e divenni anch’io tuo
devoto figlio.
Ma io e te non ci
saremmo mai amati.
Tu eri elegante,
austera, ma fredda come una piramide di ghiaccio. Non ti “molcea il core” la
musica del mare, la melodia del canto degli uccelli, il poetico librarsi in volo di un gabbiano.
Tu non distinguevi i
colori dell’alba e del tramonto. Non sorridevi del gesto innocente di un
fanciullo, né piangevi vedendo un pettirosso morire.
Io sì.
M’accorsi, nel tempo,
che mai avremmo avuto comune sentire e che mai avremmo riso o pianto insieme
per lo stesso motivo.
Nel mio petto batteva
un cuore, nel tuo il freddo meccanimo di
una calcolatrice.
Non ci saremmo mai
amati.
Forse non avremmo
dovuto neanche incontrarci.
Tu mi avresti sempre
considerato un figlio affettuoso, ma diverso. Per me saresti stata una madre
generosa, ma di adozione.
Io ti parlavo di
greco e di latino e tu mi rispondevi con le partite doppie. Io ti recitavo le
liriche di Prevert e tu mi leggevi i bilanci consolidati. Io le parole, tu i
numeri. Troppo diversi.
Perciò non ci saremmo
amati.
Così nel tempo la
nostra unione è stata di reciproco rispetto, ma innaturale. Adesso al termine
di 35 lunghi anni di convivenza, è giunto il momento fatidico del
distacco. Come avviene alla fine di ogni
storia dovremmo avere rimpianti, rammarichi, nostalgie, rimorsi. Ma chi ce li ha???
Oggi a vederti così, stanca, lacera e
distrutta dal comportamento di alcuni figli degeneri , non più bella e maestosa
come un tempo, provo per te, nonostante tutto, un senso di affetto e tanta
amorevole compassione.
Addio mia vecchia e
cara magnanima benefattrice, fredda ed insensibile matrona, cui regalai gli
anni più belli della mia esistenza terrena , ottenendone in cambio
benefici, ma non riconoscimenti,
assistenza, ma non apprezzamenti, affezione, ma non amore.
Ti lascio scendendo a
stento da una scialuppa di salvataggio e conservando solo il ricordo della
maestosità del bastimento sul quale ero salito tanti anni fa.
Mi auguro, per il
bene di tutti, che tu possa risanarti.
Ma per quella
profonda diversità che ci ha sempre distinto, io non ti ricorderò nei miei
scritti, né mai tu sarai regina del mio poetare.
E tu non inserirmi,
ti prego, nei tuoi glaciali bilanci o in quei micidiali, incolori, lugubri
piani industriali……
Si avveri dunque il
definivo distacco.
Tu mi hai dato sempre
materna e concreta assistenza, io sono stato tuo servitore, rinunciando ai
sogni ed alle apostasie della mia mente.
Ma non ci saremmo mai
potuti amare.
lunedì 16 dicembre 2013
MA CHE MONDO E' QUESTO????
Cronaca vera dall'Italia
Queste le notizie incredibili della giornata odierna: non si registrano nè furti nè rapine nè stupri. Nessuno ha superato i limiti di velocità in autostrada per cui gli Autovelox sono rimasti inattivi.I treni sono arrivati tutti in orario e nessuno di essi è stato soppresso improvvisamente. Non ci sono stati utilizzi fraudolenti di carte di credito, le auto blu sono state usate solo per lavoro.
Queste le notizie incredibili della giornata odierna: non si registrano nè furti nè rapine nè stupri. Nessuno ha superato i limiti di velocità in autostrada per cui gli Autovelox sono rimasti inattivi.I treni sono arrivati tutti in orario e nessuno di essi è stato soppresso improvvisamente. Non ci sono stati utilizzi fraudolenti di carte di credito, le auto blu sono state usate solo per lavoro.
PUNTI DI VISTA
Per consolare un giovane in preda a forte depressione, pur
senza apparenti motivi, un tale, incontratolo per caso durante un viaggio in treno, così lo rincuorava; “ Pensa che non vale la
pena di abbattersi perché ogni minuto che passa è sacro: guarda che spettacolo
gli uccelli che volano nell’azzurro del cielo, guarda che meraviglia di colori
nel sole che tramonta, guarda che straordinario spettacolo la campagna immersa
nel suo silenzio sovrano. Pensa ai riflessi della luna sul mare d’estate, al bianco purissimo di un campo di gigli, al
rosso dei papaveri al giallo delle
ginestre. Pensa ai colori del mondo e descrivimeli.
Io, che pure sono felice, sento che mi riempiono il cuore, anche se li ho solo sempre immaginati, ma non li ho mai visti, perché sono cieco.
Io, che pure sono felice, sento che mi riempiono il cuore, anche se li ho solo sempre immaginati, ma non li ho mai visti, perché sono cieco.
I MIEI SESSANTA
Ora sono sessanta.
Sessanta anni, o sei decenni,
o mesi settecentoventi.
Quanto tempo da quando guardavo il mondo curioso,
in parte emozionato, sicuramente illuso.
Quanto tempo da quando costruivo per diventare,
sognavo per compiacere un’innata aspirazione
a “egregie cose”.
Poi la vita, i suoi modi bruschi,
le sue improvvise verità,
le sue ineludibili sentenze.
Ma non m’importa più di guardare oltre la siepe.
Questo ipocrita silenzio
prelude beffardo agli eventi che verranno.
Ma la sorte guarderò in viso,
con fiero cipiglio,
come un lottatore battuto e disilluso.
E la morte sarà l’ultima beffa.
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