sabato 23 aprile 2016

USI, COSTUMI E SUPERSTIZIONI NELLE TRADIZIONI POPOLARI ABRUZZESI - I RACCONTI DEI NONNI -


                   La cultura popolare, con il suo bagaglio di usi, costumi, tradizioni, consuetudini, credenze e superstizioni, rappresenta un campo di indagine ricco ed affascinante, per chi voglia andare alla ricerca ed alla rievocazione di modi di vivere ormai desueti ed ignoti alle nuove generazioni. L'Abruzzo, con particolare riferimento alle zone più interne e meno contaminate dal processo di progressivo adeguamento al ritmo incalzante della modernità, è territorio che racchiude in sé un tesoro inestimabile di tradizioni popolari ancora vive, quanto meno nel ricordo delle vecchie generazioni. Sulla base di questo assunto ho voluto intraprendere un lavoro di ricerca, sul campo, in alcuni paesi dell'entroterra teramano per raccogliere dalla viva voce di alcuni personaggi anziani  (spesso molto anziani) una testimonianza diretta,  e ricostruire, per quanto possibile, usanze e pratiche singolari e curiose, che il tempo ha ormai avvolto nel velo della dimenticanza. Naturalmente molte antiche consuetudini, quanto meno singolari agli occhi delle nuove generazioni, trovano già precedente conferma in molti testi specifici che trattano di storia delle tradizioni popolari abruzzesi. La particolarità, però, almeno negli intenti,  è stata quella di dare concreto e fattivo riscontro a quelle  tradizioni, spesso narrate da una generazione all’altra, con una verifica diretta sul campo. Il lavoro, non agevole, anche per via dell'atavica diffidenza che le persone di una certa età, soprattutto nei piccoli paesi dell'interno, palesano ancora davanti ad un microfono e ad un registratore, si è protratto per diversi mesi, ma alla fine ha reso significativi e divertenti esiti, riportando alla luce antichi usi e incredibili stranezze che costituivano, un tempo, i cardini della saggezza popolare.
Allo scopo di affinare la ricerca e nel desiderio di arrivare comunque ad una comparazione tra i diversi racconti degli intervistati,  ho esaminato attentamente le registrazioni, estrapolando i dati comuni che rappresentano l'oggetto di questo breve riassunto del complesso e voluminoso reportage.
Quello che emerge, e che costituisce un comune denominatore, ha attinenza con riti propiziatori, pratiche magiche, terapie naturali, superstizioni e curiose consuetudini. Una sorta di saggezza popolare, patrimonio esclusivo degli anziani che nel nucleo familiare rappresentavano, un tempo, la guida ed il riferimento certo cui rivolgersi nei momenti di difficoltà e, comunque, nei passaggi topici dell'esistenza. Il carisma che "il vecchio" o "la vecchia" di casa potevano avere nel contesto familiare non trova riscontro nella società moderna ed oggi appare inconcepibile alle nuove generazioni immolate alle lusinghe della tecnologia imperante.
La nascita di un figlio era considerato, allora come ora, un segno diretto dell'amore di Dio, un momento di grazia durante il quale si toccava con mano la benevolenza del Creatore verso la propria creatura. Usanza comune in diverse zone era quella di non baciare e di non far baciare da nessuno il neonato prima che avesse ricevuto il Sacramento del Battesimo. Generiche e comunque fuorvianti le risposte alla domanda sul motivo alla base di tale decisione che sembra scaturisse dal timore di una sorta di contaminazione, non solo fisica, ai danni del bambino. Si intendeva, in realtà, tenere lontani dal neonato sia mali reali che esoterici, motivo per cui oltre al divieto di contatto con le labbra per evitare contagi, si appendevano al suo collo cornetti d’oro o d’argento, in una singolare commistione di riti protettivi e propiziatori.  Quest’ultima usanza, confermata dalla concorde testimonianza di molti intervistati, mirava anche a rendere inoffensivo il potere del malocchio, che chiunque avrebbe potuto trasmettere al bambino tramite sguardi invidiosi o carichi di gelosia e di rivalità. La consuetudine, sempre adempiuta in modo discreto ma comunque mai apertamente dissimulato, offriva comode opportunità di scelta a coloro che per un motivo o per un altro avessero dovuto recare un dono al neonato in occasione del battesimo o nelle visite di cortesia che, allora come oggi, si rendevano ai genitori per la nascita del figliolo. Spesso in luogo di cornettini o di altri oggetti “magici” venivano regalati anche cuoricini d’oro e d’argento la cui funzione, in ogni caso, era la medesima: scacciare dal piccolo ogni forma di maleficio o di iettatura e proteggerlo da nefaste influenze negative.
Anche il momento del fidanzamento “in casa” seguiva i canoni di uno specifico rituale, comune a quasi tutti i paesi dell’ entroterra oggetto dell’indagine, fatte salve minime e comunque non rilevanti differenze. Al centro dell’attenzione, quando un giovine di belle speranze si presentava con i propri genitori e casa della futura sposa per chiederne la mano, era la trattativa relativa alla “dote”. Una vera e propria pratica preliminare mirata a concludersi con un contratto scritto, alla presenza di testimoni. Ovviamente le parti in causa erano i genitori dei due ragazzi e sul piatto della bilancia pesava la sostanza della dote di cui la futura sposa avrebbe dovuto disporre  al momento del matrimonio. Una volta trovata l’intesa e ritenuto congruo l’insieme dei beni che la ragazza avrebbe potuto portare con sé, si dava il via al periodo di frequentazione nel corso del quale il giovane avrebbe avuto facoltà di visitare spesso e  senza problemi la casa dei futuri suoceri come fidanzato ufficiale. Questo carisma di ufficialità non gli avrebbe consentito, tuttavia, prima del matrimonio, né di pernottare presso la dimora della ragazza né di portarla con sé in gita se non nell’arco di una sola giornata.  Non ho raccolto consensi da parte delle persone più anziane, quasi tutte più che ottantenni, in merito all’evoluzione dei tempi ed all’assoluta libertà che regola oggi i rapporti tra i teen agers.  Molti di loro vedono anzi nell’indipendenza e nell’emancipazione dei costumi una sorta di regresso che penalizza fortemente quelli che ai loro tempi erano momenti magici e di grande coinvolgimento emotivo. Questo il parere che accomuna pressochè tutti i giudizi espressi al riguardo.
Interessante e confermata da concordanti racconti l’usanza, riportata peraltro in diversi testi dedicati all’argomento,  di mostrare in pubblico, durante il corteo nuziale, la biancheria oggetto della dote,  perchè tutti potessero ammirare la perfezione e la finitezza dei ricami e dei merletti, oltre che l’eccellenza dei tessuti. Naturalmente l’impossibilità di mettere sul piatto della bilancia beni di sufficiente valore per accompagnare la sposa al matrimonio non costituiva motivo talmente ostativo da rendere irrealizzabile l’evento. Traspare, tuttavia, dalle testimonianze degli interlocutori, un malcelato senso di commiserazione per quelle povere giovinette che, quantunque dotate di pregi e buone qualità, avessero dovuto convolare alle nozze senza corredo e senza alcun bene da portare in dote. Tale situazione avrebbe creato comunque una situazione di disagio ad entrambe le famiglie degli sposi, ovviamente per motivi opposti e facilmente intuibili.
Di grande interesse anche i metodi naturali che tanti anni fa venivano usati per curare malanni e stati di malessere fisico. Si ricorreva alle erbe e a medicamenti semplici e genuini, alla portata di tutti e, ciò che più conta, sempre disponibili in casa. Raro e comunque disposto solo dal medico curante ed esclusivamente in casi eccezionali l’acquisto di medicinali in farmacia. Tra le diverse e curiose usanze è confermata da numerose testimonianze quella di utilizzare il vino rosso per impacchi alle ossa doloranti. Sulle ferite aperte veniva invece applicato un impasto di fave secche triturate e mescolate ad acqua, in modo da ottenere una farina densa e compatta.
Quali che fossero gli esiti ed i risultati, certo è che ognuno degli intervistati è ancora oggi fortemente persuaso della bontà ed efficacia dei sistemi sopra illustrati ed attribuisce all’evoluzione-involuzione dei tempi il ricorso a medicamenti chimici, ritenuti comunque tossici e inutilmente costosi.
Senza approfondire troppo l’argomento (per evidenti motivi) ho voluto chiedere notizie anche sul cerimoniale funebre, momento di grande afflizione e di comune cordoglio familiare. Con riferimento ad usanze ancora più lontane nel tempo qualcuno ricorda l’assoluto e strano divieto di  pulire la casa da parte dei congiunti del defunto nel giorno del decesso e la consuetudine, conservata in alcune zone dell’interno ancora oggi, di porre nella bara oggetti cari al deceduto al quale veniva comunque sempre posta in tasca una moneta per pagare il passaggio nell’aldilà. Comune quasi a tutti la menzione del “consolo” , anch’esso citato in diversi testi che trattano di tradizioni popolari abruzzesi. Si trattava di un vero e proprio banchetto funebre che veniva allestito dai parenti del defunto a scopo consolatorio e che prevedeva numerosi brindisi e bevute collettive in memoria del trapassato.
 Molti argomenti interessanti relativi ad eventi quotidiani ed alla vita di ogni giorno completano i dati della raccolta, condotta in successivi step, per evidenti ragioni, connesse alla difficoltà di prolungare oltre certi limiti la durata delle singole registrazioni. Va segnalato inoltre, per puntualità di cronaca, che molte notizie del dossier scaturiscono da domande dirette alle quali alcuni interlocutori “più difficili” , per via dell’età avanzata o per disagi fisici e mentali, hanno potuto rispondere solo confermando o correggendo e modificando in parte l’assunto iniziale. Questa limitazione, in alcuni casi, non ha consentito di portare  alla luce nuovi particolari, ma ha comunque contribuito al disegno iniziale, quello di assolvere ad un’ importante funzione di ratificazione e di prova di alcune usanze del passato, a metà tra la superstizione e le costumanze antiche.
Il materiale oggetto della ricerca  potrà essere utilizzato per un lavoro di più ampio respiro, corredato dalle testimonianze dirette degli interessati,  allo scopo di  lumeggiare un affascinante mondo di semplicità e di schiettezza, genuino ed autentico, per niente affatto  contaminato dalla tecnologia moderna, fredda e sofisticata, frutto amaro delle “magnifiche sorti e progressive”.


venerdì 26 febbraio 2016

SUCCESSO E NOTORIETA'

Un mio caro amico sostiene in modo categorico che la fama, la gloria e la ricchezza sono inversamente proporzionali  all'intelligenza, alla preparazione culturale, alle capacità professionali di un individuo, al suo valore morale. Come  crederci? Ho sempre ritenuto esagerata e fuori luogo questa affermazione, troppo generalizzata e comunque ingenerosa ed ostile nei confronti di chi ha raggiunto, in un modo o nell'altro, i vertici della notorietà.   A volte,  però,  anche le opinioni estreme racchiudono una piccola parte di verità,  soprattutto se suffragate dai fatti.  Recenti episodi di cronaca sembrano volgere in questo senso, spingendomi, mio malgrado,  a dover rivedere, almeno in parte, il mio convincimento. Quando vedo che in questo strano Paese ascendono all'alto gradino della gloria soggetti quanto meno esecrabili, delinquenti, ladri, assassini, malfattori di ogni genere, gente votata alla mala gestione della propria esistenza, mi chiedo: quali requisiti si richiedono per essere chiamati a essere protagonisti di un talk show, di uno special televisivo, di un'intervista importante, per diventare oggetti di culto popolare? Sono personaggi  coloro che delinquono, che evadono il fisco, che rubano ed uccidono: assassini, , bancarottieri, rapinatori, stupratori, pedofili, ladri. Scrivono la storia della loro sventurata vita ed il libro diventa un best seller,  vanno in televisione e fanno i picchi di ascolto, i film che ottengono maggiore successo si ispirano alle loro scellerate malefatte.
Forse il mio caro amico non ha tutti i torti.....
 

martedì 6 ottobre 2015

MILNA

Notte di incanto a Milna,
sotto il cielo nero
ed il lento ritmo della risacca.
La marina tace,
tra lo sciabordio delle onde
e il canto mesto di un gitano.
Grazie Mary Lo che accogli nel tuo ventre
di legno e resine pregiate
gli amici rapiti per un po' alla monotonia di sempre.
Tu sei l'approdo per i pensieri stanchi
per le frenetiche ansie quotidiane,
sei la libertà di un gabbiano in volo,
momento di felicità senza confini.
Grazie Mary Lo
perché sul mare mi porti con te
ai bagliori dell'alba
e quando di misteri oscuri
si veste questa magica notte di Milna.

venerdì 2 ottobre 2015

VACANZE BALNEARI A GIULIANOVA NEGLI ANNI '50

  

Un filmato dell'Istituto Luce, girato a Giulianova pochi anni prima dell'incipiente miracolo economico post bellico, che interessò all'epoca la costa abruzzese, come peraltro l'intera nazione,  mette a fuoco con particolare dovizia di particolari, alcuni aspetti che, guardati nella loro potenzialità, servirono, all'inizio degli anni cinquanta, a favorire negli addetti ai lavori, un progressivo studio di fattibilità, rivolto essenzialmente a far emergere possibili sbocchi economici nel settore del turismo balneare.
E’ intorno alla fine degli anni cinquanta, infatti,  che località costiere, come Giulianova, Alba Adriatica e Roseto degli Abruzzi, gettano le basi per costruire, a poco e poco, nel tempo, una solida impalcatura, destinata a sorreggere la mole di un’industria balneare che, pur con tutti i limiti e le difficoltà legate al particolare momento storico, troverà piena espressione e solido sviluppo solo nel decennio successivo.
In particolare a Giulianova inizia in quel tempo la metodica cura degli arenili, che vengono liberati da tutto ciò che il mare ed il fiume hanno scaricato sulla battigia durante i mesi invernali.
Questa operazione comincia ad essere svolta con maggiore cura del passato e con estrema diligenza, a riprova del fatto che si è intuita l’enorme potenzialità del territorio, e la sua possibilità di crescita economica, una volta venuto meno l’immobilismo del periodo bellico ed alla luce di una rinnovata fase di decollo dell’industria balneare.
 Giulianova comincia a dotarsi di grandi alberghi, destinati ad accogliere i turisti, sempre più numerosi. Contemporaneamente sorgono i primi stabilimenti balneari, alcuni dei quali diventeranno, nel tempo, il simbolo stesso della città, vere e proprie icone che manterranno il loro indiscusso carisma fino ai giorni nostri.
Naturalmente all’inizio si registra tutt'altro che un turismo di massa, trattandosi di una macchina che comincia a muoversi tra non poche difficoltà e bisognosa di rodare i propri meccanismi.
D'altro canto, a riprova della giusta lungimiranza manifestata dagli operatori turistici dell'epoca, dal richiamato filmato prodotto solo pochi anni prima dall'Istituto Luce e girato sulla spiaggia di Giulianova non emergono, contrariamente al solito, espressioni di propaganda, ma ci si limita a mostrare i bagnanti sull'arenile, i primi costumi alla marinara, i primi ombrelloni forniti dagli stabilimenti balneari.
Non c'è il solito tono enfatico, quasi a voler far emergere, a tutto tondo, in modo autonomo ed asettico, il reale valore del territorio, le potenzialità legate alla frequentazione degli arenili, alla limpidezza delle acque del mare, al clima mite, al silenzio ed alla pace che vi regnano sovrani.
Il riferimento, ovviamente è diretto ad una frequentazione di elite, atteso che per lungo tempo ancora, fino agli anni sessanta ed oltre, l'utilizzo della spiaggia libera rimarrà prerogativa dei più, ed il noleggio degli ombrelloni privilegio di pochi. Tuttavia traspare da questa intensa attività di management turistico messo in atto dagli operatori giuliesi dell'epoca, la ferma volontà di incoraggiare, come riconosciuto business, la diffusione delle prime villeggiature estive, all'incremento delle quali, peraltro, contribuiscono anche molti elementi esterni. Basti pensare al progressivo aumento dei consumi di una famiglia media, frutto delle  evoluzioni economiche legate alla ripresa post bellica, al correlato sviluppo dell'industria automobilistica ed alla comparsa della Seicento, simbolo del magico exploit della rinnovata società dei consumi.
I risultati di tale frenetica attività promozionale non tardano ad arrivare. La Camera di Commercio di Teramo registra un incremento percentuale estremamente significativo delle unità ricettive destinate ad accogliere il turismo balneare. In provincia di Teramo, infatti, si passa dai sette alberghi in attività nell'anno 1949 ai 18 del 1957, a riprova dell'estrema vitalità e del dinamismo che operano nel substrato a fronte della nuova modalità di trascorrere il tempo libero espresso da parte delle famiglie che, con tale nuovo atteggiamento,  aprono nuovi scenari all'emancipazione sociale ed al costume.
Le vacanze estive sulla costa abruzzese, e nella città di Giulianova in particolare, che rappresentano in qualche modo le prime incerte basi per il futuro decollo dell'industia balneare, costituiscono alla fine degli anni cinquanta i primi passi di una progressiva espansione turistica che, nel decennio successivo, si svilupperà in modo completo ed affatto diverso, consentendo la fruizione di una villeggiatura estiva che diventerà bene comune di tutti, e che  non sarà più appannaggio del solo ceto aristocratico o alto borghese.




mercoledì 1 luglio 2015

PIETRO FERRARI DA GIULIANOVA

Quel perentorio “Ai posti di combattimento!” con cui si presentava in aula con i libri in mano e spingendo la porta con un piede, il giorno in cui c’era compito in classe, non era solo un invito alla massima concentrazione per l’impegno di quel momento, ma era un monito universale, una sorta di precetto da osservare per sempre durante la vita, una dura legge che nell’adolescenza si ignora ancora.  Quel simpatico incitamento era un sistema inusuale, strambo e bizzarro per sollecitarci a guardare il futuro con animo impavido, uno sprone ad armarci di forza e di coraggio per affrontare gli ostacoli ed i casi della sorte.
Così Pietro Ferrari da Giulianova, come amava nominarsi,  inculcava ad intere e successive generazioni di studenti, sani principi esistenziali, sempre giocherellando con motti e gesti tra il serio ed il faceto, tra citazioni e rime, forbiti richiami classici e sontuose espressioni auliche. Una cultura infinita, sempre pronta ad emergere dal suo aspetto austero ed umile al tempo stesso,  imponente e carismatico, ma mai distaccato.
Tutto ciò che arrivava, in termini di insegnamento, giungeva da una via diversa, insolita, affatto anomala. Imparavi a conoscere e ad apprezzare un autore perché lui riusciva a farti ripercorrere a ritroso il travagliato cammino che partiva dal tormento dell’ispirazione per culminare poi  nella genesi di un’opera, esaltando la  fase embrionale ed il conflitto interiore che l’avevano generata. Forse perché Ferrari era lui stesso grande poeta, scrittore e critico,  uomo eccellente che vibrava di ineffabili sensazioni dell’animo e di brividi di puro lirismo.
Pietro, Pierino come lo chiamavano gli amici del mare, della sua sempre amata Giulianova, percorreva sentieri paralleli all’esistenza terrena. Capivi che quell’aspetto fisico burbero e possente non apparteneva alla comune realtà delle cose, al routinario procedere del tempo. La sua figura massiccia era addolcita da una incomparabile sapienza, di cui non dava mostra in modo  indiscreto, ma che traspariva tuttavia da ogni gesto e da ogni parola, come se tutto in lui sublimasse da un’ eburnea base di conoscenza, non intaccabile da fuori.
Essere stato tra coloro che dai banchi del Liceo, durante i mitici e favolosi anni sessanta, l’ascoltarono erudire, insegnare, o solo discorrere e parlare, e poi declamare a memoria interi canti della Divina Commedia, non è privilegio da poco.  Coglievi nel suo sguardo i fulminei raggi di un’indefinibile stravaganza, quasi come se volasse nell’etereo spazio di una sua ascosa e impenetrabile dimensione alla quale sapevi che mai avresti potuto accedere. Era un suo microcosmo, vago e indefinito, avvolto nella coltre nebulosa di un continuo fastidio esistenziale,  sempre altalenante  tra “”amor vitae “” e “” cupio dissolvi”” come bene avvertì il Santucci, che l’ebbe collega all’Università, recensendo alcune sue “Esperienze liriche dell’inesistenza (“Il mio cuore sepolto, se lo sfiora un richiamo di luce dalla vita, abbrividisce un attimo e rimuore”).
Tra i molteplici e mai negletti ricordi mi sovviene di un mattino di novembre : la tenue luce di un pallido sole, il sapore appena aspro dell’aria dell’autunno inoltrato, durante una gita scolastica. Con quel suo fare sornione non smetteva di passare di continuo dal fare giocoso alla domanda diretta, seria e cattedratica: mi chiese senza pudore ed  ex abrupto l’aoristo passivo di “Orao”, comparendomi davanti all’improvviso mentre m’ero coraggiosamente appartato con un amoretto liceale in un angolino del ristorante, complice l’atmosfera di diversità che si respirava così lontano dall’aula….
Eppure non mi parve inopportuna quell’intrusione. Faceva parte del gioco d’insieme, del mirabile clima di goliardica complicità che aveva instaurato con noi tutti e che lo rendevano un insegnante davvero “diverso”.
Anche per questi episodi così peculiari ed atipici Pietro Ferrari non può essere descritto né definito senza onerosi stenti e senza che, vergando il foglio, la penna esiti e indugi, perché il ricordo rende lucidi gli occhi e genera un nostalgico groppo in gola.
   Nelle pause e nei non molti momenti confidenziali raccontava di sé, delle sue numerose sentimentali avventure trascorse e dei suoi tormenti adolescenziali, sempre velando ogni frase ed ogni espressione sotto un sottile strato di inquietudine e di mai sopita mestizia. Quasi come se il tempo, così velocemente  fuggendo (“Ruit hora, fugit irreparabile tempus” sempre sentenziava) l’avesse privato di qualcosa che si sarebbe aspettato come giusto seguito, trasferendolo da una primitiva e inconsapevole dimensione di luce ad un consapevole spazio di tenebra incombente (“”Come divenni, io infinito, un uomo?””) .
Scrittore e poeta dall’animo sensibilissimo, usava il suo cantare per difendersi dall’imperversare degli eventi, cui soggiaceva in modo non inerte, affidandosi ad un  fortissimo sentire. Così raccontò una volta che travolto al largo dai marosi durante un’uscita con la barca in mare, sul punto di cedere alla violenza dei flutti, con tutto lo spirito guerriero che gli era dentro s’oppose indomito alla furia degli elementi e dichiarò a se stesso che mai nella vita avrebbe ceduto alla paura, e che sempre avrebbe preferito “” vivere fortissimamente, oppure morire”.
Subiva il travaglio culturale in modo intenso e sofferto, eppure da esso traeva linfa vitale, illuminazioni e valori di ricchezza morale che con assoluta semplicità riusciva a trasferire ai suoi adepti, perché tali per lui noi eravamo e non solo studenti di Liceo.
Durante le mirabili citazioni e declamazioni dei brani, sempre recitati a memoria, sapientemente modulava l’accento tonico con volute esagerazioni, esaltando il senso ed il significato del testo e solennizzando  ogni singolo termine ed ogni parola fino a sublimarne magicamente l’essenza.
Guardandolo con continuo interesse dal mio banco in prima fila durante le lezioni, e cercando continuamente  di cogliere in ogni suo gesto o in ogni espressione del suo viso qualche particolare che potesse aiutarmi a decifrarne la complessissima indole,  sempre immaginai che grande uniformità di sentire dovette covare in sé con lo “spirto guerriero” del Carducci, o con l’animo nobile e ribelle di quel Farinata degli Uberti, di cui spesso all’occorrenza in aula richiamava le doti di grande fierezza, mimando, dopo essersi alzato in piedi sulla pedana della cattedra e gonfiato il torace in modo buffo e curioso, il fatidico momento dell’incontro con Dante. “”Io avea il mio viso nel suo fitto, ed el s’ergea col petto e con la fronte come avesse l’Inferno in gran dispitto……”  urlava con la possente voce che rintronava simile al fragore del tuono per tutti i corridoi del Liceo e che per  il seguito dei nostri giorni noi avremmo tante volte riudito rimbombare in testa come un monito ad affrontare la vita con ferma determinazione ripudiando per principio ogni vile sottomissione.
Ferrari era maestro, guida e precettore.  Il suo insegnamento travalicava gli schemi e gli stereotipi del tradizionale sistema di erudizione e spaziava nel campo esistenziale, sicchè tutto ciò che da lui si apprendeva avrebbe avuto, in futuro, possibile ed utile applicazione nella quotidianità, fornendo preziosi lumi per cercare di rendere intelligibile il “mistero della vita”. E proprio quel grande mistero lo occupava, senza sosta e senza tregua, in ogni istante della sua esistenza, ponendogli non pochi affanni, fino all’ultimo giorno (“”che io non ti abbia atteso invano”” si legge sulla lapide del suo sepolcro nell’autonecrologio con riferimento all’Essere Supremo del quale sempre avvertì con travaglio interiore, ma con ferma convinzione,  la reale esistenza).
Aveva mani tozze e rudi, callose e nodose, come quelle di un vero marinaio. E davanti al mare, quando nei giorni di burrasca amava rifugiarsi nel suo caro Trabocco sul porto, veniva fuori quel mirabile contrasto tra il suo aspetto fisico forte e possente e la sensibilità del suo animo capace di recepire i minimi sussulti del cuore.  
Quando personaggi di tale ricchezza interiore entrano in contatto con gli altri lasciano il segno. Noi sessantottini, liceali, desiderosi di cambiare il mondo, travolti dagli eventi e dalle ideologie di quegli anni difficili, avevamo tanto bisogno di essere guidati e portati per mano per essere avviati sulla giusta strada.
Pietro Ferrari è stato il nostro grande maestro di vita.
Noi non lo dimenticheremo mai.


martedì 31 marzo 2015

AL TRAMONTO

Io non so per quanto tempo ancora
ci sarà concesso di camminare a fianco
lungo questo sentiero impervio
che trae verso l’ignoto.

Avverrà che uno di noi due, un giorno,
nell’andare, diventi, suo malgrado,
di doloroso impaccio all’altro,
e che poi si arresti.

E l’altro dovrà da solo, nondimeno,
riprendere il cammino.

Io non so chi, né perché, né quando,
ma qualcuno ci dividerà.
E allora uno di noi, fatalmente,
diventerà per l’altro rimpianto struggente.

La memoria assorbirà il ricordo lentamente,
ma senza lasciarlo mai più svanire.

Io chiedo di non sopravviverti.
Ma se al tramonto tu non fossi più qui,
io ti seguirò nello stesso istante,
prima che la crudele notte sopraggiunga,
e il buio della tua assenza
mi avvolga per sempre.