venerdì 2 agosto 2019

VIAGGIO VERSO UN GIORNO DI APRILE - Racconto primo classificato al Premio Letterario "Giammario Sgattoni" edizione 2019



                              Il sole di aprile, tiepido e mite, qualche fiocco di nube in cielo. Non v’era angolo nascosto ove il dolce tepore di quel mattino non lasciasse un segnale di nuova primavera.
 Le ragazze del liceo, allora, indossavano castigati grembiuli neri e lucidi che ne fasciavano i corpi, rendendoli sinuosi e procaci. Tra i pini del parco la brezza ancora pungente dell’ora mattutina spandeva nell’aria fragranze diverse, profumi vaghi e millantatori, primi segnali dell’estate ventura. La bella estate che l’angoscia dell’esame di maturità, alle porte, ci rendeva quasi immaginaria e tanto lontana, come un sogno che si sarebbe avverato solo dopo un ineluttabile evento ormai prossimo.

Percorro l’autostrada da più di un’ora. Guardando dai vetri dell’auto il paesaggio circostante, vedo ad un tratto le colline che sembrano quelle di un tempo, verdi e vellutate, e mi giunge repentino ed improvviso il refolo di un ricordo, sempre più forte, di uno di quei giorni, uguale agli altri, ma diverso perché io e lei, per la prima volta, ci eravamo appartati all’ombra della magnolia per parlare. Ora mi pare di ricordare di quel dialogo ogni parola e ravviso pure le espressioni del suo volto.
Ma non colgo appieno il legame che possa richiamarmi, dopo tanti anni, quelle sensazioni. Presto però la ragione di quel turbamento si palesa improvvisa e sconvolgente, in un baleno: riconosco la dolce melodia della nostra canzone che un programma revival sta proponendo alla radio.

Lei mi cercava sempre con gli occhi tra gli altri.
Il silenzio era rotto dall’improvviso garrire di stormi di rondini e dal nostro vociare continuo. Tra le voci di tutti i compagni di scuola  io distinguevo sempre la sua.
 Intorno alla magnolia il giardiniere si ingegnava con le mani callose, ma in modo leggero, con grazia goffa e non artefatta, carezzando le foglie quasi fossero delicate e fragili porcellane d’autore.
I miei pensieri fuggivano verso immacolate regioni mentali, sulle note della melodia che dal mangiadischi rosso, al centro del gruppo, saliva lenta per poi perdersi verso un punto vago e indefinito dell’orizzonte dove io fissavo lo sguardo e più in là dell’arco visibile del cielo, quasi alla fine di un tunnel senza luce.
Era sabato, ed il sabato in genere, se c’era sole, ci era concessa una breve pausa all’aperto. Ci recavamo  nel parco che distava dal liceo solo il tempo di un corto trasferimento, poco più di qualche centinaio di metri, da percorrere, però, a quell’ora, col sole davanti agli occhi, sicché appena fuori dall’oscuro corridoio dell’Istituto, avevamo tutti un attimo di esitazione e pareva di non vedere. Poi il profumo dell’aria penetrava nei polmoni e sembrava purificarli dopo la lunga permanenza in aula tra l’odore un po’ acre del legno dei banchi. Uscire dal corridoio verso l’arco di luce che intravedevo, guardando dal fondo, mi dava sollievo forse più che agli altri che restavano insensibili e che non sembravano coinvolti, come me, emotivamente.
Di lei incontravo lo sguardo quando il primo bagliore che penetrava dal vecchio portone cominciava a brillarle negli occhi, illuminandole il viso. Per me tutto assumeva i contorni di un cerimoniale. Una specie di rito. Come uscire da un tunnel, dalle viscere della terra verso una dimensione di luce e di colori che la fragranza della prima brezza di primavera rendeva quasi irreale.

Canticchio le parole mentre guido e guardo scorrere, come in un film, tutte le immagini di allora, con la stessa carica emotiva: “ In fondo al viale, in quel caffè mi son fermato, per vederti arrivare….” Sembra, ora, che ogni elemento naturale, d’intorno, assuma l’aspetto del nostro parco, e il cielo è terso. Il suo sorriso, la sua  voce, il mio timido imbarazzo, i  primi pavidi approcci, lo scuro corridoio del liceo e la mia ricerca affannosa di quello spiraglio di luce, che per un attimo mi avrebbe accecato gli occhi, sono i ricordi che riesco ad individuare tra gli altri.
Ma la maturità acquisita negli anni deforma quelle immagini in modo arbitrario ed ora mi pare che all’ombra della magnolia il nostro dialogo vertesse un tempo su ben altro argomento che le interrogazioni di greco o i dischi dei Beatles.
- Ho conosciuto altre cose della vita – le dico  adesso che mi pare di averla al mio fianco in auto. Sto viaggiando, ma vorrei fermarmi e guardare in direzione del sole, toccare con le mani l’erba verde della collina, svestire gli abiti che ho addosso per tornare ad essere studente di liceo.
Lei non risponde. Il mio viaggio continua e da lontano scorgo intanto l’ingresso di una galleria.
Mi sono immedesimato in un ricordo. La nostra canzone non finisce, ma ogni volta inizia daccapo. Varcata la soglia di quel tunnel la radio in realtà non dovrebbe più ricevere il segnale esterno e dovrebbe finire quel dolce incanto con un brusco ritorno alla realtà.
Ma non è così. Forse perchè questo mattino è troppo, troppo simile a quel sabato di aprile, quando io e lei avevamo diciotto anni e lasciavamo che gli altri si allontanassero da noi, per restare soli.
La musica continua ancora. Anzi, il volume aumenta. Le luci gialle del tunnel creano strani bagliori ed io rivedo adesso i giochi di colori della pedana luminosa del nostro complessino, e lei, e gli altri. 

- Incideremo un disco - sosteneva Umberto e, quasi a rigettare ogni possibile obiezione, parlava poi di conoscenze importanti che aveva suo padre e che ci avrebbero aiutato ad arrivare al successo.

 L’arco della galleria appena imboccata appare ora dal retrovisore sullo sfondo azzurro del cielo e sembra trasparente come l’acqua del mare che lasciava intravedere le vongole interrate quando io e lei, d’estate, al mattino presto andavamo a riempire insieme il secchiello rosso. Nessun rumore. Solo lo sciabordio dei nostri piedi nel silenzio sovrano. Le finestre degli alberghi, intorno, erano ancora chiuse. Solo qualcuna si apriva come una bocca che sbadiglia e si scorgeva allora il biondo tedesco che abbracciava con lo sguardo l’ampia porzione del mare sottostante.

Si fa sempre più piccolo l’arco di luce dell’ingresso della galleria che continuo a fissare dal retrovisore. E mi crea dentro un insolito turbamento. Ripercorro il corridoio del nostro liceo procedendo all’incontrario e l’acre odore del legno dei banchi comincia a farsi risentire. Ora le viscere della montagna mi possiedono come l’utero materno racchiude il feto ignaro del mondo e della luce, vivo, ma ancora morto alla vita.
E il buio di questo tunnel mi suscita nella mente un carosello di ricordi:  giovani studenti agitavamo cartelli di rivoluzione. Rivoluzione di pensieri e di idee. Rivolgimento di ogni irrigidimento borghese. Avremmo vinto, certo, quella battaglia noi del sessantotto. Quando occupammo le aule della scuola io e lei avevamo, per dormire, lo stesso giaciglio. Un materasso antico, di quelli imbottiti di crine. Avremmo mutato le regole sociali che volevano imbavagliarci e renderci “strumenti del sistema”. “Lotta senza paura” “Per un domani migliore” scrivevamo sui muri quando si riusciva a combinare un appuntamento collettivo di sera, prova già questa, per noi, di grande libertà, di emancipazione, di stravolgimento di ogni legge fissa e stabilita.

Ma ora occhi grandi da ogni lato di questa galleria mi scrutano quasi come a voler leggermi dentro per interrogarmi o, peggio, per accusarmi di aver tradito quel nostro comune dettato in nome di altre sorti future, o di aver proditoriamente seguito le regole di un altro gioco che mi ha reso ingranaggio di una macchina enorme, senza che io ne abbia avuto consapevolezza. Ombre e visi vedo scorrermi davanti  ed ai fianchi dell’auto che corre in un viaggio diventato strano e straordinario. Sono visi noti, compagni di classe che, vestiti come allora, mi riprovano perché ho scelto la strada maestra che dispensa, a chi la percorre, tangibili ricompense.
- ammetto candidamente - ho cambiato la mia vita. Dove siete cari amici di un tempo, fantasmi del passato. Quanti di voi oggi non vivono più, quanti sono partiti e mai tornati.
Ma io non vi ho mai dimenticati.
 Di voi conservo il ricordo che durante questo viaggio un mattino di sole ha rievocato, chissà perché.-

Una cosa ora desidero: tornare a vedere la luce. Ma più forte pigio il piede sull’acceleratore e più mi pare che il tunnel mi ostacoli e voglia per sempre tenermi con sé. Non vedo davanti agli occhi che un’ombra continua e sinistra.

Prima di addormentarmi, quando ero bambino, dopo aver indossato il pigiama con i soldatini disegnati e colorati di rosso e di blu, fissavo l’ombra della vecchia libreria proiettata sul muro e la vedevo diventare donna, o drago, o mostro, o strega. Provo ora la stessa angoscia di allora. Quell’ombra buia, immobile e priva di vita, gridava e poi piangeva e aveva gli occhi rossi di bragia. Io impietrito e terrorizzato tiravo il lembo della coperta fino a coprirmi il capo e poi sbirciavo piano, scoprendo solo gli occhi: era ancora là. Rideva beffarda e sghignazzava finchè il mio terrore, divenuto panico, non prorompeva in un pianto dirotto che nessuno, neanche mia madre che correva a bagnarsi le labbra con le mie lacrime, poteva comprendere o giustificare. Poi le fobie della notte, i risvegli improvvisi, le grida, l’angoscia, la febbre alta, i brividi e le vampate di calore.

Dietro la curva successiva non vedo ancora la fine del tunnel. Per quanto incredibile possa apparire e per quanto razionalmente mi sforzi di non crederlo, questo viaggio, iniziato ormai da troppo tempo, non ha fine.
Probabilmente i pensieri e il caleidoscopio dei ricordi mi hanno tanto distratto da alterare, per un po’, la percezione del tempo, sicché m’è parso eterno il breve trascorrere di qualche minuto. La bella rievocazione del passato, i miei compagni di liceo, le voci di ognuno e i loro visi, un sorriso tra gli altri, tutto, forse, mi ha trasportato in una remota regione della mente, lontano dalla monotonia di questo trasferimento in auto.

Annalisa custodiva gelosamente i suoi appunti tenendoli stretti sotto il braccio.
-  Bene o male che vada - ripeteva con convinzione  - ormai è finita. “
A me sembrava quasi incredibile che in breve quello stato di angoscia potesse scomparire all’improvviso e finire davvero. Come l’uscita da un tunnel. E alla fine di quel tunnel, a diciotto anni compiuti, io l’avrei  ritrovata sorridente. Null’altro avrei chiesto alla vita: il mio diploma, la tanto desiderata spensieratezza, un’estate intera da vivere con lei. La dipinsi con i colori variopinti delle mie illusioni di allora e la portai per sempre con me nell’anima.
Da una lunga scalinata che mi appare all’improvviso davanti all’auto e illuminata dal basso da una luce fioca e velata, la vedo ora discendere, oggi come allora, con i lunghi capelli sulle spalle, triste in volto e, tuttavia, serena e tranquilla. Traspare dai suoi occhi una rassegnata malinconia.
 Così usciva da scuola e scendeva lungo le scale,  radiosa in viso, quel mattino di primavera, lasciandosi alle spalle il buio corridoio del liceo, verso la luce, verso la felicità che a diciotto anni le sarebbe spettata di diritto. Ignorava che in un solo momento ogni equilibrio apparentemente stabile può subire gli umori bizzarri della sorte e che possono sopravvenire, all’improvviso, eventi assurdi ed irrazionali, come morire investiti da un’auto nel fiore della giovinezza o trovarsi a percorrere, in autostrada, un tunnel che non finisce mai.
Ora la guardo fisso negli occhi: il suo sguardo è malinconico e triste ma, pure, mi pare di cogliere in esso un tenue barlume di speranza, come un supplichevole invito a non cedere, a continuare.
- Voglio tornare a quel giorno di aprile!  - le dico in tono di preghiera, ma con voce determinata .
 Ma lei non parla. Ha un’espressione distaccata e pur sentendola amica immagino che sia impedita nella volontà di agire.
Un lungo brivido mi passa per il corpo, un mesto disinganno  sembra volermi affrancare dal ricordo, per impormi l’ineluttabilità di quella fine.

Quel maledetto giorno, uscendo per l’ultima volta dal corridoio della scuola, lei non trovò all’aperto né il tiepido sole né quel solito raggio che, penetrando dal vetro superiore del portone, le illuminava sempre gli occhi rendendone l’azzurro più chiaro ed irreale. Quel giorno scese le scale e attraversò la strada correndo. Io l’aspettavo dall’altra parte con i libri sotto il braccio. Una sorte ingiusta, incurante dell’azzurro cielo di quegli occhi e di quel dolcissimo sorriso ne recise inesorabilmente lo stame.
Davanti al gruppo attonito degli astanti, al di là della gente, tra urla disumane e gemiti, sullo sfondo, il portone del liceo si chiuse lentamente ripudiando un raggio di sole che poco prima, insinuandosi, aveva illuminato, come sempre,  parte del corridoio.

Durante questo viaggio, a bordo della mia auto che procede velocemente all’interno delle viscere della galleria, ora che l’immagine di quel triste mattino è come svanita nel buio, io mi sento, all’improvviso, solo nell’universo. Ho voglia di abbandonare ogni riferimento oggettivo con la normalità delle sensazioni per fuggire in una dimensione di assoluta fantasia. Lontano da ogni uomo. Lontano dalle macchine fredde e crudeli che strinsero nei loro ingranaggi il suo tenero sorriso.
In preda ad un’ultima allucinazione le tendo la mano e, guardandola fisso negli occhi - che strana malinconia traspare dal suo sguardo - la voglio seguire, non m’importa dove.
Insieme in un’eterea  dimensione ultraterrena ripudieremo la scena dei libri che volano in aria sullo sfondo di quel cielo azzurro, mentre con i lunghi capelli al vento il suo corpo fragile fluttua e poi cade giù, restituendo intatta, al disegno della sorte, ogni giovanile illusione.

La galleria mi appare adesso come un’ammaliante protezione di fronte al mondo degli altri. Al mio fianco, nell’auto, compagna di questo sconvolgente viaggio, sorridente come allora, serena e bella, come bello era il volto che avevo baciato per l’ultima volta sul tavolo di marmo, bagnandolo di lacrime, lei ora mi parla. Sono, le sue, parole strane ed incomprensibili che la mente, ormai vacillante tra improvvise folgorazioni, adatta in modi diversi al mio sentire, alle commozioni che quell’ennesima sensazione mi suscita nell’animo.
Dura solo un breve istante.
Vorrei dirle tutto ciò che quel mattino m’era rimasto dentro, soffocato per sempre. Ma ogni mia parola si perde nel vuoto dell’oscurità che regna sovrana tutt’intorno. Come attraverso un vetro ci vediamo, ma pare adesso che l’uno non possa più udire l’altro.
 Poi quel gioco si conclude in modo repentino.
Lei fugge verso il suo castello di vetro, in quella regione della mente dalla quale l’ho richiamata.
Uscirò, dunque, dal tunnel.
La luce del sole s’insinua con prepotenza all’interno dell’auto mentre mi giungono dalla radio le note di prima, la fine della nostra canzone che è durata solo pochi minuti portandomi tanto lontano.
Ora che quella musica a poco a poco svanisce l’ultimo barlume di ricordo si dissolve come sabbia tra le dita.


E, come quel mattino di aprile, resto improvvisamente solo.

domenica 14 aprile 2019

IL TRAGICO DESTINO DI SAN GIULIANO TRA STORIA, LEGGENDA E FANTASIA POPOLARE

Un raro volumetto, dato alle stampe a Roma nel 1909, riprendendo un lavoro di ricerca iniziato tempo prima e mai portato a termine, raccoglie canti narrativi, profani e religiosi, del mezzogiorno d’Italia e delle popolazioni del centro.
Autore Raffaele Magnanelli, marchigiano di origine, laureato all’Università di Roma nel 1904 con una tesi sulla letteratura popolare religiosa.
Già ufficiale di fanteria Raffaele partecipò ad imprese belliche nel primo conflitto mondiale e poi diventò gesuita abbracciando, nella seconda parte della sua vita, la carriera ecclesiastica, suscitando peraltro non poca sorpresa tra i contemporanei, soprattutto perché la risposta alla chiamata mistica arrivò in età alquanto matura.
Il libro, Canti narrativi religiosi del popolo italiano novamente raccolti e comparati (ed. Loescher), difficile da reperire anche per la sola consultazione, analizza sei gruppi di canti religiosi scaturiti da antiche leggende agiologiche. La ricerca agiografica, in realtà, non sempre prevale nella stesura del testo che diventa in buona sostanza una preziosa raccolta di testimonianze, vere o meno vere, sulla narrativa religiosa della poesia popolare. In particolare la vita e gli atti più celebri dei santi diventano oggetto del narrare, con prevalente riferimento ai primi martiri delle persecuzioni cristiane.
Il lavoro di raccolta del Magnanelli ripercorre, rivisitandole, antiche storie leggendarie, romanzesche e favolose, che impressione straordinaria dovevano aver suscitato in passato sui lettori. I diversi racconti, dai quali l’autore trae materia di analisi e motivi ispiratori di scrittura, presentano un linguaggio nuovo, affatto diverso da quello rozzo ma spontaneo delle leggende popolari tramandate oralmente e dal successivo poetico verseggio delle composizioni in rima da cui essi traggono origine.
Una continua e metodica ricerca di elaborazione del testo ha infatti lo scopo di elevare termini ed espressioni al fine di conferire alla scrittura una parvenza di veste letteraria, senza tuttavia alterare il senso e la sostanza delle storie originali.
La metamorfosi è graduale e si manifesta tempo per tempo. L’antica poesia popolare religiosa, tramandata oralmente o per mezzo di manoscritti, con il suo fantastico bagaglio di leggende e di meraviglia a poco a poco affina così la sua rozza veste e sotto l’incalzare della nuova civiltà assurge ad opera letteraria. Il processo di mutamento avviene tra i secoli XIV e XVI in modo lento e graduale, e consente tuttavia di conservare nel tempo la memoria di eventi che non è facile oggi far risalire a fatti storici realmente accaduti o invece leggendari, o anche semplicemente frutto della fervida fantasia popolare.
Il Magnanelli attinge a questa fonte raccogliendo nel suo volume i diversi canti narrativi religiosi del popolo italiano. Nella parte prima (si prevedeva un seguito ma in realtà l’opera rimase unica e non fu mai stampata una seconda parte) si narrano eventi e vicende relativi alla vita di s. Alessio, s. Barbara, s. Caterina martire, s. Caterina peccatrice, s. Giuliano e s. Lucia.
Pur nella narrazione di natura favolistica l’autore non perde mai di vista la ricerca della verità, ricorrendo quanto meno alla sistematica analisi di ciascun avvenimento, cercando sempre di fare affiorare particolari che abbiano un addentellato con contemporanei accadimenti storici, cercando quindi di sfrondare per quanto possibile ciò che attiene presumibilmente alla leggenda o che si suppone sia frutto della fantasia popolare. È un lavoro di lima, un po’ come cercare di far riemergere storie che si prestano comunque ad essere credute o non credute e che pertanto possono apparire vere o non vere, lasciando sempre un margine di discrezionalità e di giudizio a chi legge.
Uno dei personaggi citati nel volume, s. Giuliano, in una delle versioni rimaneggiate, entra in qualche modo in contatto con la città di Giulianova.
Anche qui non è agevole dipanare la matassa dell’ingarbugliato coacervo di notizie raccolte dal Magnanelli sulla vita del santo. Diverse nella forma, ma non nella sostanza, tutte le vicissitudini oggetto di narrazione concordano comunque nella descrizione della tragica fatalità che portò Giuliano al terribile omicidio dei genitori.
Uno dei canti popolari che avevano per oggetto la biografia di Giuliano fu ripreso ed elaborato in provincia di Arezzo da Giulio Salvadori e pubblicato nel 1896 nel primo numero del periodico “Vita popolare marchigiana”, un altro nei Canti popolari umbri di Giuseppe Mazzatinti un altro ancora, di stampa marchigiana, nei Dispetti, canzoni, stornelli, indovinelli senigalliesi pubblicato nel 1898 da Augusto Agapiti. Ciò ad ulteriore riprova del fatto che la storia veniva raccontata in modo dissimile ed era ambientata in luoghi diversi.
Il testo che collega s. Giuliano alla città di Giulianova fu pubblicato a Firenze nel 1887 nell’opera di Antonio De Nino Usi e costumi abruzzesi, nel quarto volume dal titolo Sacre leggende.
Si narra la vita di Giuliano di Urbino. Il canto popolare di riferimento, in versi, già nell’introduzione dà conto della buona dose di dubbio che si insinuava tra il popolo in merito alla veridicità degli eventi che si andavano narrando: “Se è verità o bugia io non lo so: disse la donna che me lo raccontò”. È evidente il richiamo alla trasmissione orale “di bocca in bocca” che, in quanto tale, era evidentemente soggetta a successivi tagli o a arbitrarie aggiunte che andavano tempo per tempo ad arricchire o a depauperare il racconto originario rendendolo non sempre del tutto attendibile.
Giuliano sarebbe nato dai conti Gioffredo ed Anna d’Angiò e sarebbe venuto alla luce dopo che i genitori con molte preghiere avevano chiesto a Dio il dono di un figlio. La madre, prima del parto, avrebbe avuto in sogno la visione di una bestia in figura umana che divorava lei e suo marito. E Giuliano, giovincello, appassionato cacciatore, un giorno sul punto di uccidere una bestia, avrebbe ricevuto da essa questa sconcertante profezia “Non mi uccidere, io ti dirò il tuo destino; con un sol colpo ucciderai tuo padre e tua madre”.
La reazione del giovane sarebbe stata quindi quella di evitare in tutti i modi l’avverarsi della predizione.
Per tale ragione egli decide di abbandonare la casa e la famiglia, fugge a Roma, poi si trasferisce prima ad Acri e quindi a Gerusalemme e poi ancora in Galizia per incontrare l’apostolo Giacomo. Qui vaga per dieci giorni. Si trova coinvolto nello scontro tra due fazioni rivali mostrandosi forte ed impavido e pertanto uno dei conti belligeranti gli offre di tenerlo al suo servizio in guerra. Giuliano accetta e dà prova di coraggio e di grande audacia, tanto da meritare il riconoscimento di cavaliere. Il conte, ferito gravemente in battaglia, muore. I vassalli colpiti dall’ardimento e dal valore dimostrati da Giuliano in battaglia propongono alla contessa vedova di unirsi in matrimonio con lui. I due si sposano. Giuliano prima riesce a sopraffare completamente i nemici, costringendoli alla resa, poi li perdona ed ottiene la pace per tutti. Per cinque anni vive tranquillo ed in serenità, signore della città, e può così felicemente tornare alla sua grande passione: la caccia.
A questo punto l’antica profezia comincia ad avverarsi: Gioffredo ed Anna, ancora sconvolti per la scomparsa di Guliano, seguendo le sue tracce arrivano nella città di cui egli è ora signore. Una vedova li ospita e fornisce notizie di lui. Dalla descrizione che ne fa sono sicuri di aver ritrovato il figlio. La mattina seguente alla messa incontrano la moglie di Giuliano che li accoglie lietamente in casa, dice che il marito è a caccia ed offre loro vitto ed alloggio, mettendoli a riposare nel proprio letto.
Fin qui la storia è abbastanza coincidente e corrisponde in tutte le diverse versioni.
Il passaggio che nel testo del Magnanelli riprende l’antico canto popolare abruzzese e nel quale si fa riferimento a Giulianova inizia dal momento in cui Giuliano riceve dalla zingara la profezia del suo tragico destino: “Apri la mano; voglio indovinarti la pianeta [la sorte]. Giuliano mostrò la palma della mano e la zingara disse: tu ucciderai il padre e la madre! La vecchia fuggì, se no l’avrebbe accoppata. Da quel giorno Giuliano si fece mesto. E per togliere ogni occasione pensò d’andarsene fuori paese. Si fermò a Giulianova [l’autore introduce una chiosa a piè di pagina specificando che trattasi di ‘città abruzzese sull’Adriatico’] e vi prese moglie. I genitori si erano fatti vecchi. Prima di morire dissero: perché non cerchiamo di rivedere Giuliano? … A Giulianova picchiarono a una casa: ‘Conoscete un certo Giuliano?’ Risposero ‘Questa è la casa sua e la mia, io sono la moglie.’ ‘E noi – risposero i forestieri – siamo i suoi genitori’ ‘Favoriscano, benvenuti’. La nuora li abbracciò e li baciò, e diede loro da mangiare, e poi li premurò anche a mettersi a letto per farli riposare. Giuliano era ito a caccia: nel tornare sentì una voce tra un cespuglio ‘Giuliano, Giuliano! Tua moglie ti tradisce!’ Era la voce del demonio. Giuliano corse a casa. La moglie era in cantina. Salì nella stanza e vide la finestra socchiusa; vide due teste… ‘Ci siamo!’ E ammazzò i due che dormivano. La moglie corse al rumore e vide il marito con l’arma insanguinata. ‘Oh Dio! Che hai fatto! Hai ucciso madre e padre!’ Giuliano perdé la parola; rientrò nella stanza, s’inginocchiò alla sponda del letto; baciò quei cadaveri venerandi e partì per non farsi più vedere”.
Così nel testo in versi il momento fatidico: “Quando se ne fu sulla porta della camera / Vide due nel letto ariposava / Piia la spada che aveva da lato / A padre e madre ie va taià ‘l capo. / Poi s’affacciò alla finestra / Vidde alla moglie che venia da l’acqua: / - De dove sorti te falsa cattiva? / Credeva fosti morta e ancor sei viva?”.

“Andò quindi prima a lavarsi nel fiume Giordano, e poi entrò nel deserto. Fece penitenza fino a tarda vecchiaia e non tornò alla moglie se non quando Iddio l’ebbe perdonato. Era dunque vecchio, barbuto, canuto, lacero. Tornò a rivedere la moglie: ‘aprimi chè sono tuo marito!’ – ‘Io non ti conosco, e poi tu sei dannato’ – ‘Per carità conservami almeno questo bastone fino a domattina’ – ‘Lascialo dietro la porta’ – Alla mattina la moglie a andò a vedere il bastone e lo trovò tutto fiorito. ‘Dunque’ disse ‘questo è il segno che Dio lo ha perdonato!’ Poco dopo tornò il marito e la moglie subito l’abbracciò con allegrezza. E quando poi Giuliano morì fu adorato come santo”.
Naturalmente si fa fatica a far emergere la realtà dalla manipolazione che la vicenda, così sospesa tra leggenda e fantasia, ha subìto dopo tanti successivi passaggi che hanno modificato l’originaria stesura.
Quello che è certo è che comunque nella diversità dei particolari e dei riferimenti ambientali rimane condiviso un fil rouge comune a tutte le versioni: il fatto che Giuliano si sarebbe macchiato dell’abominevole crimine di parricidio e matricidio.
D’altro canto, oltre il frutto dell’immaginazione, una base di verità deve comunque sostenere l’impalcatura delle favole e delle novelle che venivano recitate o cantate e che costituivano il prezioso bagaglio della letteratura religiosa popolare.
È probabile che intorno ad una vicenda reale e nota venissero inventati ed intrecciati ad arte aneddoti più o meno curiosi e bizzarri allo scopo di arricchire la narrazione per renderla più interessante. Ma è anche abbastanza suggestiva la tesi secondo la quale queste storie sarebbero scaturite dalla fantasia popolare con un preciso fine catartico e con lo scopo di purificare l’animo dalle passioni per sublimare in una contemplazione comprensiva e superatrice della colpa o del peccato, in una parola, nella santità.
Anche sulla storicità del santo le difficoltà sono molte, non fosse altro che per il fatto che non è menzionato in nessun martirologio né trova riscontro nella Patrologia latina. Difficile pure comprendere perché sia stata ambientata proprio a Giulianova la scena madre di tutta la tragica storia e difficile altresì arrivare ad una convincente collocazione temporale che abbia credibili agganci cronologici. Possibile forse arrivare a giustificare il passaggio dallo stato di peccato a quello di grazia fino al culmine della santificazione. Contestualizzare insomma tutta la produzione letteraria popolare religiosa alla riconosciuta predisposizione della narrativa medievale a voler dimostrare la vivifica potenza del destino che consente, a chi si pente, di superare ogni peccato: Quod omne peccatum, quamvis predestinatorie gravissimum, nisi desperationis baratro subjaceat, sit remissibile.
Pur nella non agevole e nebulosa ricerca di un riferimento storico e di una collocazione territoriale delle vicende narrate nel testo del Magnanelli, è possibile far emergere quindi una chiave di lettura, una sorta di motivo ispiratore, comune a tutte le storie, vere o inventate, relative ai santi di cui si fa menzione nel libro.
Gli originari canti narrativi religiosi, così come le antiche leggende dalle quali essi trassero origine, sempre a metà tra fantasia individuale e collettiva, potrebbero essere accomunati da un unico preciso e nobilissimo fine, quello di dimostrare come ogni atto di crudeltà umana, anche se gravissimo, anche se inevitabile perché predestinato, non deve perdersi nel baratro della disperazione e dello sconforto perché, per grazia di Dio, ogni più efferato delitto, se c’è vera contrizione, può essere perdonato.