lunedì 28 marzo 2011

COME NACQUE IL TENNIS A GIULIANOVA
Era un tennis pionieristico, contava non più di dieci adepti, una sorta di ritrovo tra amici per praticare uno sport ai più non conosciuto, del quale si sentiva parlare come di un curioso nuovo modo di giocare, servendosi di uno strano aggeggio in legno e di alcune palle pelose. Una forma inconsueta di svago, riservata a pochi.  E quei pochi, muniti di tanta buona lena e di primitiva passione, mettevano in piedi una vecchia rete di pescatori sorretta da due pali e su un improvvisato campo non delimitato da linee né da spazi, inventavano le prime partite della storia tennistica cittadina.
Accadeva a Giulianova nell’immediato dopoguerra, quando il boom economico  cominciava a trapelare e le ragazze avvolte in fascinose gonne strette e in stretti corsetti a pois salivano in modo civettuolo sul sedile posteriore della Vespa o sulle seicento con gli sportelli a vento…
Così, a poco poco, prendeva forma un embrione inconsueto, uno sport individuale fatto di cortesia e di bon ton, assai diverso dal dilagante calcio già allora violento e maleducato. E in questa evidente antitesi trovavano facile spazio le sprezzanti ironie di coloro che il tennis ritenevano sport di femminucce, non destinato ad avere futuro al di fuori di quel ristretto numero di audaci pionieri, vittime essi stessi di una timida moda proveniente chissà da dove. Ma furono costoro non credibili profeti, se è vero che, di lì a breve, quel curioso modo di “giocare a tamburello” avrebbe avuto un suo dignitoso riconoscimento ufficiale. Anche a Giulianova. Sorsero allora i primi due campi, presso l’indimenticabile Golf Garden Bar del Lungomare Spalato, gestiti dall’allora imperante Azienda di Soggiorno e Turismo. Iniziava una nuova era.
Il numero dei praticanti crebbe in breve a dismisura. Non v’era Circolo, ma si svolgevano regolari “tornei sociali” nei quali primeggiarono per lungo tempo gli stessi nomi. Finale di rito Franco Croci- Umberto Giovagnoli, gli altri Tonino Albini, Carlo Bellocchio, Vincenzo Monina, Titì Orsini, Iwan Costantini, Giovanni Di Giovanni, Tancredi Ricchi D’Andrea . Questi furono i primi Poi a poco a poco nomi nuovi, attratti da quel mondo magico che andava  arricchendosi di episodi e di fatterelli, di dispute sornione e dei primi sfottò.
Si giocava spesso un doppio d’elite la domenica alle ore dodici, sotto il sole d’aprile, ed essere convocato lì, per i nuovi adepti, ai quali chi scrive all’epoca si unì, era dono indicibile.  Entrare in quel giro significava il riconoscimento ufficiale delle proprie capacità da parte di un collegio di santoni che apparivano come depositari delle verità tennistiche di allora. E molti a poco a poco furono “canonizzati”: i fratelli Sergio e Danilo Di Diodoro, Marcello Ferrari, Toni Sorgi, Lucio Spinozzi, Marcello Ciprietti, Battista Di Bonaventura, Nando Cardamone, Gabriele Dell’Ovo, Claudio Ciacci, Mauro Pantaloni, poi Gianfranco Falini, Enrico Robuffo, Nino Rastelli, il compianto Alfredo Cordoni, Sabatino………, Ludovico, Carlo e Umberto Raimondi, Rizzardo Costantini, Marco Monina,e tra le donne Luisa De Santis, Loredana Nazziconi, Valeria Di Pietrangelo, Elisa Strozzieri, Emma ed Emilia Solipaca.
Poi venne un uomo e qualcosa cambiò radicalmente. Giacomo Canini, romano, personaggio indimenticabile che amò il tennis oltre ogni misura, pose la prima pietra e gettò le basi di un progetto che all’epoca parve a molti esagerato.
Dai suoi primi e inevitabilmente incerti tentativi, da una traballante macchina cigolante, impacciata e goffa, sarebbe scaturita l’intera storia del Circolo tennis Giulianova , la prima sgangherata sede sociale, il primo banale giornalino, il primo torneo con tanto di giudice di sedia, giudici di linea e raccattapalle, la prima embrionale scuola tennis affidata a volontari e improvvisati “maestri” reclutati tra i più assidui frequentatori del Golf Bar.
Nel suo incerto procedere il timido sodalizio, cui non era ancora conferito crisma di ufficialità, muoveva i primi passi, tra un torneo e l’altro.
Famosi i “gialli” di allora che regalarono alla storia del tennis giuliese personaggi mai dimenticati, il tassista romano Gramiccia, il tedesco “crande Peppe”, e poi prodotti locali che nei gialli imperversavano, Paolo Vasanella, lo stesso presidente dell’AAST Claudio Posabella, Lino Coccia, il compianto Nino Marà, Paolo Gasparroni,  Raffaele Piccinini, Alessandro Pennesi, cui si univano anche racchette provenienti da fuori confine come Danilo e Riccardo Lucantoni di Teramo, …………………
Non meno famosa fu anche la prima e unica edizione della “Coppa di legno”, sorta, come un antipapa, in antitesi alla manifestazione dei “guru”del tempo….
Costruite queste prime fragili basi si cominciò a vivere con assidua quotidianità all’interno di un ambiente sempre più familiare, nel quale aveva un suo ruolo di ben definito protagonista il buon Domenico, custode tuttofare, giardiniere, segretario, operaio, tecnico della terra rossa, cliente non occasionale dei vicini bar e onnipresente nella spensierata vita del nascente sodalizio.
Presto i tempi furono maturi per un radicale mutamento. Dal pionieristico avvio ci si incamminò per un nuovo sentiero più professionale. Il Circolo assumeva una sua precisa fisionomia ed una sua identità fornendosi di un regolare Statuto, dell’auspicata affiliazione alla FIT,  di un Presidente, di consiglieri, di un regolamento sociale. Nel 1974 arrivò il primo torneo regolarmente riconosciuto dalla Federazione, sul campo 1, doveroso tangibile omaggio alla dedizione e alla perseveranza di chi aveva sempre fermamente creduto nell’avverarsi di un sogno.
Gli anni che seguirono,  il  successivo trasferimento presso i campi di via Ippodromo, la tormentata sequenza dei vari presidenti e dirigenti è storia dei nostri giorni. Le sorti del Circolo tennis di Giulianova, ancorchè ufficialmente affidate a  un ristretto numero di governanti sono oggi, in realtà, nella mani di tutti. Di tutti coloro che hanno amato ed amano questo sport, che lo praticano per diletto, per divertimento, per desiderio di stare insieme agli altri in un ambiente sano e sereno

mercoledì 9 marzo 2011

ALFONSO DELLA BATTAGLIA – CHI ERA DAVVERO?


Il lungo silenzio del mio amico ricercatore ha alimentato in me la speranza che potessero arrivare, dopo così lunga pausa, notizie estremamente interessanti con riferimento al suo certosino lavoro di indagine nei meandri della storia.
L’attesa, in effetti, non è stata vana. Mi giunge, assai gradito, questo incredibile aggiornamento, frutto di un lavoro condotto con tanta passione e con estrema puntigliosità. Che dire delle suggestive supposizioni e delle temerarie congetture di questo pertinace studioso, egli stesso così sconvolto dalla  sconcertante rilevanza del materiale in suo possesso?
Così mi scrive:                         

Caro Sergio,

e' da tanto che non hai mie notizie, da quando, lasciata Washington, sono tornato in Europa sulle orme di Alfonso Di Battaglia. La ricerca non e' stata vana. Al Museo Borbonico di Napoli ho trovato, non senza fatiche, una copia fotostatica della Domenica del Corriere che ti invierò per posta. Il servizio giornalistico, datato 1901, parla di un personaggio poco  noto agli storici del tempo, e in effetti poco noto al giornalista stesso se e' vero, come leggo, che lo descrive solo come "un connazionale degli Abruzzi". Riporto integralmente il pezzo:

"Nelle vallate degli Abruzzi, vicino Teramo pare sia nato un personaggio tanto influente per la storia del nostro tempo quanto nascosto agli occhi della folla.
Questo nostro connazionale, amico di Garibaldi, l'eroe dei due mondi, fu spedito dallo stesso negli Stati Uniti  per dar man forte alla nascente democrazia. Comandante in capo delle truppe nordiste, pare abbia inflitto numerosi colpi alle forze schiaviste. Molti dei suoi successi furono attribuiti al generale Grant, che da allora si fregio' dell'amicizia dell'uomo. Tanto schivo che non conosciamo il suo vero nome: alcuni lo chiamano "l'italiano  battagliero", altri "Alfonso della battaglia" con riferimento si pensa alla battaglia di Pittsburgh nella cui piazza centrale si erge maestosa l'immagine, pare, del nostro condottiero confratello.
Uomo schivo ma efficace pare sia stato lui a scrivere di suo pugno il XIII emendamento della Costituzione Americana, che passo' al suo intimo Abramo Lincoln. Al funerale del grande Presidente pare fosse l'unico borghese portatore di bara. Chi sei tu dunque o famoso sconosciuto? Dove ti aggiri a manovrare le leve del mondo?

Caro Sergio, capisci l'enormità delle evoluzioni cui dobbiamo testimoniare al mondo intero. Tu, che indomito e indurito sotto lo sciabordare dei flutti oceanici, navighi solitario come un novello Ulisse verso il colle della Verità, tu che mi pregasti di non desistere e continuare imperterrito ed imperituro, a svelare questo curioso personaggio che oggi si rivela il più grande dei grandi, che ha plasmato con le sue mani, nascosto al mondo ed alla folla urlante, un secolo di storia di questo misero mondo, tu o Sergio diffondi questa mia.
La storia non finisce qui. Alfonsino Di Battaglia torna in Europa. Fitte nebbie avvolgono ancora alcuni decenni della sua vita. Sappiamo pero' che fu una figura centrale nella disfatta di Caporetto e soprattutto nell'offensiva del Piave.
Dal diario di guerra del Tenente Bianchin dell'artiglieria del XXX Corpo d'Armata:

"Da qualche giorno si sente un sollievo, voglia di vivere e pugnare. Un distinto vecchio di aggira tra le nostre fila, insieme a colonnelli e generali, senz'altro esperto di cose di guerra. Lo dicono amico di Diaz. Lo dicono amico dell'Eroe. Sfoggia una camicia rossa che ci infonde coraggio. Non parla un ottima lingua ma si fa capire."

Il caporale Chiminghi del IV Corpo della IX Armata schierata sul piano e' meno poetico:

"Questo vecchio ci tiro' giù dalle brande ed imprecando “Porc********, Porc******, urlava come un ossesso: all'attacco, NON PASSA LO STRANIERO!!!!!".

Erano le 3 del mattino del 24 ottobre 1918, l'offensiva del Piave era iniziata. Proprio in corrispondenza di quei posti trovate ancora oggi una statua di bronzo che ritrae un ardimentoso vecchio, molto simile nelle fattezze al vigoroso soldato di Pittsburgh.
Queste sono solo tessere di un puzzle molto più esteso le cui propaggini ancora non afferro del tutto.
Ti lascio con due quesiti:
Chi accese la miccia della rivoluzione russa del '17?
Nel periodo di amicizia col Gen. Graziani, in Libia, cosa ando' a fare?
Può darsi che fosse un  personaggio destinato a diventare un ….nonno famoso???
(Non oso scrivere di chi, aspetto ulteriori conferme….)

Ti saluto

domenica 23 gennaio 2011

BATTLING PHONSE




Non senza travaglio il mio amico ricercatore spulcia tra le ingiallite carte del suo solaio dalle quali emergono indizi che aprono le porte a suggestive supposizioni.  La ricerca della verità, sepolta sotto la coltre della polvere che altera i manoscritti, diviene sempre più affascinante e disegna scenari che sembrano incredibili ma che, forse ……

Sergio,
Ti scrivo questo quasi come un testamento. Come fratelli combattemmo fianco a fianco più di una volta sotto i colpi dei frombolieri a noi avversi, volti a fiaccare la nostra marmorea determinazione a dissetarci alla fonte della Verità, a vedere quella luce che ormai non abita più in questo mondo che  più e più di me saggi hanno definito - cito letteralmente - un "mondo di merda" . Le ricerche che da settimane conduco hanno portato a risultati inattesi quanto strabilianti. Come tacere che un nostro concittadino, forse persino un nostro avo, quel buffo, scaltro Alfonso nativo di Battaglia di Campli forse sedette il 22 luglio del 1862 al tavolo insieme ad Abramo Lincoln che firmava la proclamazione di emancipazione? Indizi, voci, frammenti e lembi di quello sdrucito manoscritto turbinano nella mia mente. Mi portano al quel Sant'Antonio ritratto nella vecchia chiesetta di battaglia che ha le sembianze dello statista americano. Chi sarebbe allora quel "great italian commander" spedito a Lincoln "from Garibaldi" che assomiglia tanto ad Alfonsino, che nelle carte ufficiali carpite quasi con la forza allo Smithsonian Museum di Washington viene definito solamente come "battling Phonse"? Tante notizie che mi hanno allontanato dal conforto dei cari per risolvere questi enigmi ed avvicinarmi, passo dopo passo, cotidie, ai fulgidi raggi della Verità che soli possono scaldare il cuore del giusto.
La stanchezza mi prende, devo dormire. Sappi comunque che continuo a lavorare senza sosta. Non tutto posso rivelare adesso. Dubbi profondi mi tormentano, battaglie, sangue, simboli massonici e religiosi turbinano nella storia di questo misterioso personaggio. Pare che dalle anonime campagne del contado borbonico, questo cafone - nel primitivo senso del termine - abbia forgiato una parte non trascurabile della storia moderna dell'occidente. Lo ritrovo a Vienna, e poi ancora all'assedio di Vicksburg nel 1863, nella battaglia di Sedan  nel 1870 dove pare presenziasse coi gradi di generale. Non voglio svelare quello che il mio intuito da giorni sussurra alla mia ragione. Non voglio dire tutto. Ti voglio lasciare con l'incipit e la conclusione di una missiva data 1908:
"Dear Phonzo"........"Theodore Roosevelt II"

venerdì 14 gennaio 2011

CARA IGNOTA MADRE LINGUA

Il lassismo che imperversa da ormai troppi anni nelle scuole italiane di ogni ordine e grado, non escluse le Università ,  si traduce non solo in una ormai nota  ed inarrestabile mancanza di rispetto nei confronti del corpo insegnante, offeso e vilipeso, ma anche in una smisurata proliferazione di ignoranza, a tutti i livelli. Difficile trovare studenti modello, difficile credere che possano venir fuori dalle libertine aule dei Licei martiri delle “sudate carte” destinati a fulgide carriere professionali. Poca preparazione, pressapochismo, superficialità, voglia di ottenere il massimo risultato senza pagare il prezzo dell’impegno, tutto concorre a creare una classe di diplomati e laureati che, quand’anche in possesso di brillanti  o almeno normali intelligenze, nulla o poco raccolgono, a livello di preparazione culturale,  da una carriera studentesca che, tranne rarissime eccezioni, è vissuta sempre in modo assai mediocre. Perché? Prima di tutto perché è consentito ottenere risultati senza che sia chiesta in cambio una preparazione appena sufficiente. In secondo luogo perché non esiste più la figura del docente dotato di carisma dalle cui labbra sgorghino parole di insegnamento alla vita. I nuovi saccenti siedono sui banchi nella convinzione di avere di fronte un loro stesso collega, più anziano, cui non lesinare improperi, atteggiamenti di ribellione e di sfida, palesi rifiuti, aperte provocazioni.
Questo, e molto peggio di questo,  io, dedito mio malgrado al pendolarismo quotidiano,  immagino della classe studentesca di oggi, traendo deduzioni dal comportamento di giovani teen agers (e non) che incontro ogni giorno sui mezzi pubblici.    
Che dire dei dialoghi? Poche parole in italiano, infarcite di scurrilità, bestemmie, risate sonore e sguaiate, insulti reciproci, trivialità. Tutto con gli auricolari infilati nel padiglione auricolare e con il pollice in fermento sulle tastiere dei cellulari. Visto uno visti tutti.
Stendo un pietoso velo sull’abbigliamento , ostentatamente lacero, costosamente lacero. Ma il vero disarmante momento di costernazione arriva quando ti accorgi che la lingua italiana, la cara madrelingua, comune genitrice di ognuno, è completamente sconosciuta, ignorata, vilipesa. Di tutto e di più se li senti coniugare , concordare, declinare. Un baratro enorme avvolge la vacuità di quei brevi discorsi, e il cuore si angoscia. Ove sei Madre Lingua che nessuno dei tuoi figli più riconosce come tale? Stride il condizionale trascinato come ferro sull’asfalto da un “se” pericolosamente e coraggiosamente introdotto in apertura, senza remore e senza timori, ma con tanta incosciente audacia.
Un’ignoranza fastidiosa, che si compiace di se stessa, incurante di ferire in modo non lieve le orecchie di alcuni (ma pochi) astanti.
Un prezzo che poi si paga. Ecco perché non c’è meraviglia se  deputati, senatori, onorevoli non rispondono in modo giusto quando viene chiesto loro il participio passato di un verbo anomalo. E’ la normalità. E’ il risultato finale di carriere scolastiche allegre e  disoneste, culminate nondimeno per loro nel raggiungimento di obiettivi concreti ed importanti. Un’immagine pubblica che incute soggezione a fronte di un vuoto culturale infinito. Almeno per quello che attiene la lingua italiana.
 La cara, nostra, ignota Madre Lingua…..

giovedì 30 dicembre 2010

QUEL MANOSCRITTO MISTERIOSO



Il mio amico ricercatore prosegue la sua indagine su un manoscritto rinvenuto nel solaio di una vecchia casa di campagna. Elementi coincidenti sembrerebbero confermare la datazione del reperto e la suggestiva identificazione del misterioso personaggio, così come lo stesso ricercatore azzarda nella sua ipotesi.
Naturalmente accolgo con gran piacere, a beneficio di tutti i lettori, il materiale ancora grezzo che dovrà  essere sottoposto ad ulteriori analisi. Nel frattempo, tuttavia, traspare la possibilità che da queste strane righe si possa ricostruire qualche aneddoto storico assolutamente inedito.
C’è da dire in verità che dei Mille  faceva parte anche Menotti, figlio del generale, nato nel 1840 e che  quindi, all’epoca dei fatti, avrebbe potuto essere  adolescente o già giovinetto (ricordo che la presunta datazione degli avvenimenti è, per ora, collocata tra il 1830 ed il 1870).
Se qualche lettore ha da aggiungere lo faccia pure, sempre per il bene della fedeltà alla storia .


Caro Sergio,
Ti ringrazio per l'aiuto che i nostri amici del blog mi hanno offerto per decifrare il manoscritto. E' d'uopo che io ti faccia pubblicamente i miei ringraziamenti. Spero di farti cosa gradita aggiungendo quello che con l'ausilio della scienza chimica sono riuscito a carpire dal consunto quaderno. Non sono ancora in grado di trascrivere il contenuto parola per parola, perché i processi chimici stanno ancora agendo sul vecchio inchiostro. Pare pero' emergere che la penna scrivente sarebbe quella di un certo "Funzine de Battaje". I fatti narrati dovrebbero essere coincidenti con il periodo della caduta della fortezza di Civitella. Ancora non posso dirti nulla sulla trama di questi fugaci commenti, anche perché alcuni  particolari non coincidono con la realtà storica accettata dei fatti. Si fa riferimento ad un certo "Giuseppo lo Ribalto" e talvolta ad un "Garibalto" che potrebbe essere un soprannome vista la popolarità dell'eroe dei due mondi a quei tempi. L'unico pezzo che posso riportare sperando nell'aiuto dei lettori e' il seguente:

"Garibalto me dicette secretando lo penziere all'atri, Cuesti Barboni fors'e mije de llu delinquente de Conte summont'alu Piemond
E ije ce crate pecc'a dormute sul lu letta mi' e magnate lu cace mi e va scupenne che fannamura' tutte li fammene cullu' barbone de demonje"

E' chiaro, Sergio, che io non posso credere che Giuseppe Garibaldi si aggirasse nella campagna teramana facendo innamorare le contadine, parlando male di Cavour e inneggiando alla restaurazione del Regno Borbonico. Qualche lettore con basi di storiografia più solide delle mie e' in grado di aiutarmi?
Se non altro aiutami tu pubblicando sul blog.

Ciao e grazie.

lunedì 13 dicembre 2010

IN UN VECCHIO CASSETTO….

Un amico lettore del blog,  rovistando tra le vecchie carte del defunto nonno, in un vecchio solaio di una casa di campagna, nei pressi di Campli, ha rinvenuto un antico manoscritto, estremamente originale  non solo per il contenuto polemico, ma soprattutto perché scritto in modo spontaneo ed estemporaneo, con grande massacro della lingua madre, bistrattata nella grammatica e nella grafia. Un documento, tuttavia, dal quale traspaiono alcuni riferimenti  che potrebbero costituire base di ulteriori ricerche storiografiche sul territorio:

Caro Sergio,
 Come ti ho anticipato, necessito di allegerirmi di un peso gravoso che mi opprime. Tu sai, infatti, come ti ho più volte ricordato, che io ho ritrovato un antico manoscritto rovistando tra le carte del mio defunto nonno nella casa di campagna di famiglia vicino Campli. Subito penserai al classico artificio letterario del manoscritto: questo non lo e'. Te ne trascrivo un piccolo pezzo che' tu possa giudicare da solo. Ti preciso solo che non ho idea di chi, quando e perché abbia scritto queste parole di fuoco, tanto più che la narrazione risulta sconnessa. Dalla qualità della carta, dall'analisi del suo deperimento, e con l'ausilio di un amico più esperto di me in queste cose, sono riuscito a risalire ad una datazione approssimativa tra il 1830 ed il 1870.
 L'autore, forse un parente, si esprime come un uomo non colto ma ingegnoso, addentro alle cose politiche del tempo, tendente alla speculazione filosofica, ma ti ripeto giudica tu ed i lettori del tuo seguitissimo blog affinché qualcuno possa aiutarmi a svelare questo mistero. Ecco dunque la sostanza....

 "cuando so' parlato co lo superiore di civitello, Subbito sono capit cullu' era uno crande delincuente. Riteva colli occhi allu puverome Che ci stava annunzi. E che cchiu' lo unculava cchiu' lo povero faceva sci sci cola coccia. Reteva reteva lo cummanante sotto lo baffo e intanto io lo squatrafo e lo conoscevo una mmerda. Uno crante girare di puttanizie intorno di lui. Lo grante superiore di civitello riteva sotto li baffi che non cia' a le puttanizie telo poveromo onesto e timorato diiddio cola d grossa"....

 Qui, caro Sergio, non riesco più a decifrare, solo si legge una breve nota che mi ha stupito per la crudezza ed il pessimismo che infonde.

 "cuasi che vollio penzare tando lo sali nela potenza, tando puttaniere e delincuente addivieni c cche la pottenza ti rote lo cervellatt e pinzi sembri a scopare a telinquentare li aldri che pure ladri sono"

Firma illeggibile.

 Chi poteva essere questo personaggio di Civitello (Civitella?) che abusava del suo potere in maniera tanto sfacciata quanto bassa? Ti prego aiutami. Intanto spero di poter recuperare altre parti dal rovinato manoscritto.


lunedì 6 dicembre 2010

PUR DI APPARIRE…….


Quando vengono conferiti incarichi nelle pubbliche Amministrazioni e quando si affida un Assessorato a qualcuno, lo si fa perché si ritiene quel soggetto in grado di poter espletare al meglio la missione che gli viene  affidata. Perché ciò avvenga è però necessario che il soggetto stesso sia in possesso di capacità specifiche nel settore in cui va ad operare. Per tale ragione l’Assessorato allo Sport sarebbe ben conferito ad un ex campione del passato, o a qualcuno che ha sempre avuto le mani in pasta in gare, tornei, campionati di qualche disciplina sportiva. Non diversamente l’Assessore al Turismo dovrebbe essere un tecnico addetto ai lavori, magari il titolare di un’accreditata Agenzia di Viaggi, o una persona che per mille motivi abbia molto viaggiato, e conosciuto il mondo, e che sia in grado di comprendere le potenzialità turistiche di un territorio e di farle fruttare ed emergere, fino a renderle produttive per l’intera comunità. L’Assessore alla cultura sarà una persona dotta, acculturata, capace di esprimersi bene in lingua italiana, senza commettere errori di grammatica o di sintassi. Un soggetto che possa vantare un curriculum professionale di tutto rispetto e che quindi sappia indirizzare al meglio il mondo studentesco, intervenendo nelle strutture e finalizzandole al raggiungimento di importanti obiettivi socio-culturali. L’Assessore al Bilancio dovrebbe saperne di Economia, tanto da essere molto esperto in fatti fiscali, capace di redigere impeccabilmente il Bilancio dell’Ente, di intervenire in modo corretto e puntuale in tutte le problematiche burocratiche. Dovrebbe saperne di normative  e di tributi, sapersi muovere agevolmente nella giungla contributiva e rappresentare un punto di riferimento per tutta la cittadinanza.
Tutti coloro che operano nel sociale e che amministrano una comunità dovrebbero essere esperti nel settore in cui vanno ad operare.
Non sempre, però, questo avviene.
Forse perché chi ha veramente competenze da vendere non vuole metterle al servizio degli altri? O perché non ama la bagarre politica?  O perché, sapendone troppo, può mettere in ombra qualcuno? Chissà. Certo che se, avendo i requisiti necessari, non ci si propone al giudizio degli elettori, non ci si può poi lamentare se gli Assessori allo Sport non sanno nulla di discipline sportive, se gli Assessori alla Cultura ignorano la lingua e la letteratura italiana, se gli assessori al Bilancio si perdono in un calcolo banale, se l’Assessore al Turismo non ha mai preso un aereo, se, insomma,  chi guida una comunità lo fa senza averne i mezzi, la possibilità, la capacità, l’attitudine, la conoscenza necessarie.
Lo fa avendo solo la volontà di apparire e di raccogliere notorietà senza seminare nulla.
Che è troppo poco.