Rilevazioni statistiche attendibili attestano che oggi circa il 60% della popolazione italiana non è in grado di parlare una lingua diversa dall'italiano. Questo dato, per certi versi abbastanza sconcertante, appare ancor più strano se si pensa a quanto spazio abbia il ricorso a termini inglesi sia nella lingua parlata che in quella usata ogni giorno nella comunicazione di massa e nei messaggi mediatici. Una sorta di rifiuto della lingua madre che apre ampi spazi all'uso di termini inglesi anche quando - e qui è il problema - quando non ce n'è assolutamente bisogno, atteso che esistono in italiano una parola, un'espressione, un vocabolo in grado di esprimere in modo esaustivo e diretto quello che invece si va a pronunciare o a scrivere ricorrendo all'inglese. Ancora più sconcertante è il fatto che la massa di parlanti o di scriventi, affascinata dal desiderio di esibire la propria conoscenza anglofona, spesso cela dietro il proprio millantato sapere un immenso vuoto culturale, soprattutto con riferimento alla lingua inglese. La ricerca di questo elitarismo linguistico, a scapito del proprio idioma naturale, genera un continuo rigetto di termini italiani che, pur conservando una valenza semantica di sicuro affidamento e di valida pregnanza comunicativa, finiscono per essere abbandonati. Al loro posto si usano corrispondenti termini inglesi, spesso coreografici e musicali, ma dei quali sovente chi parla ignora la grafia, l'etimo e la natura, affidandosi al pericolosissimo sentito dire e ad assonanze che possono risultare comicamente goffe, ove non ridicole.
Questa sudditanza linguistica crea un'involuzione della lingua madre, costretta a soggiacere ad un continuo e devastante tsunami di termini inglesi che male fanno a chi parla e a chi scrive, ma ancor più a chi ascolta e a chi legge.
Quest'ultimo, se fa parte di quel 60%, deve rassegnarsi ad essere straniero a casa sua.
Recensioni, racconti, notizie, aneddoti,commenti, cronache,critiche, favole...... a cura di Sergio di Diodoro - giornalista free lance -
giovedì 28 aprile 2016
sabato 23 aprile 2016
USI, COSTUMI E SUPERSTIZIONI NELLE TRADIZIONI POPOLARI ABRUZZESI - I RACCONTI DEI NONNI -
La
cultura popolare, con il suo bagaglio di usi, costumi, tradizioni,
consuetudini, credenze e superstizioni, rappresenta un campo di indagine ricco
ed affascinante, per chi voglia andare alla ricerca ed alla rievocazione di
modi di vivere ormai desueti ed ignoti alle nuove generazioni. L'Abruzzo, con
particolare riferimento alle zone più interne e meno contaminate dal processo
di progressivo adeguamento al ritmo incalzante della modernità, è territorio
che racchiude in sé un tesoro inestimabile di tradizioni popolari ancora vive,
quanto meno nel ricordo delle vecchie generazioni. Sulla base di questo assunto
ho voluto intraprendere un lavoro di ricerca, sul campo, in alcuni paesi
dell'entroterra teramano per raccogliere dalla viva voce di alcuni personaggi anziani
(spesso molto anziani) una testimonianza diretta, e ricostruire,
per quanto possibile, usanze e pratiche singolari e curiose, che il tempo ha
ormai avvolto nel velo della dimenticanza. Naturalmente molte antiche
consuetudini, quanto meno singolari agli occhi delle nuove generazioni, trovano
già precedente conferma in molti testi specifici che trattano di storia delle
tradizioni popolari abruzzesi. La particolarità, però, almeno negli intenti, è
stata quella di dare concreto e fattivo riscontro a quelle tradizioni, spesso narrate da una generazione
all’altra, con una verifica diretta sul campo. Il lavoro, non agevole, anche
per via dell'atavica diffidenza che le persone di una certa età, soprattutto
nei piccoli paesi dell'interno, palesano ancora davanti ad un microfono e ad un
registratore, si è protratto per diversi mesi, ma alla fine ha reso
significativi e divertenti esiti, riportando alla luce antichi usi e
incredibili stranezze che costituivano, un tempo, i cardini della saggezza
popolare.
Allo
scopo di affinare la ricerca e nel desiderio di arrivare comunque ad una
comparazione tra i diversi racconti degli intervistati, ho esaminato
attentamente le registrazioni, estrapolando i dati comuni che rappresentano
l'oggetto di questo breve riassunto del complesso e voluminoso reportage.
Quello
che emerge, e che costituisce un comune denominatore, ha attinenza con riti
propiziatori, pratiche magiche, terapie naturali, superstizioni e curiose
consuetudini. Una sorta di saggezza popolare, patrimonio esclusivo degli
anziani che nel nucleo familiare rappresentavano, un tempo, la guida ed il
riferimento certo cui rivolgersi nei momenti di difficoltà e, comunque, nei
passaggi topici dell'esistenza. Il carisma che "il vecchio" o
"la vecchia" di casa potevano avere nel contesto familiare non trova
riscontro nella società moderna ed oggi appare inconcepibile alle nuove
generazioni immolate alle lusinghe della tecnologia imperante.
La
nascita di un figlio era considerato, allora come ora, un segno diretto dell'amore
di Dio, un momento di grazia durante il quale si toccava con mano la
benevolenza del Creatore verso la propria creatura. Usanza comune in diverse
zone era quella di non baciare e di non far baciare da nessuno il neonato prima
che avesse ricevuto il Sacramento del Battesimo. Generiche e comunque
fuorvianti le risposte alla domanda sul motivo alla base di tale decisione che
sembra scaturisse dal timore di una sorta di contaminazione, non solo fisica,
ai danni del bambino. Si intendeva, in realtà, tenere lontani dal neonato sia
mali reali che esoterici, motivo per cui oltre al divieto di contatto con le
labbra per evitare contagi, si appendevano al suo collo cornetti d’oro o
d’argento, in una singolare commistione di riti protettivi e propiziatori. Quest’ultima usanza, confermata dalla concorde
testimonianza di molti intervistati, mirava anche a rendere inoffensivo il
potere del malocchio, che chiunque avrebbe potuto trasmettere al bambino
tramite sguardi invidiosi o carichi di gelosia e di rivalità. La consuetudine,
sempre adempiuta in modo discreto ma comunque mai apertamente dissimulato, offriva
comode opportunità di scelta a coloro che per un motivo o per un altro avessero
dovuto recare un dono al neonato in occasione del battesimo o nelle visite di
cortesia che, allora come oggi, si rendevano ai genitori per la nascita del
figliolo. Spesso in luogo di cornettini o di altri oggetti “magici” venivano
regalati anche cuoricini d’oro e d’argento la cui funzione, in ogni caso, era
la medesima: scacciare dal piccolo ogni forma di maleficio o di iettatura e
proteggerlo da nefaste influenze negative.
Anche
il momento del fidanzamento “in casa” seguiva i canoni di uno specifico
rituale, comune a quasi tutti i paesi dell’ entroterra oggetto dell’indagine,
fatte salve minime e comunque non rilevanti differenze. Al centro
dell’attenzione, quando un giovine di belle speranze si presentava con i propri
genitori e casa della futura sposa per chiederne la mano, era la trattativa
relativa alla “dote”. Una vera e propria pratica preliminare mirata a
concludersi con un contratto scritto, alla presenza di testimoni. Ovviamente le
parti in causa erano i genitori dei due ragazzi e sul piatto della bilancia
pesava la sostanza della dote di cui la futura sposa avrebbe dovuto disporre al momento del matrimonio. Una volta trovata
l’intesa e ritenuto congruo l’insieme dei beni che la ragazza avrebbe potuto
portare con sé, si dava il via al periodo di frequentazione nel corso del quale
il giovane avrebbe avuto facoltà di visitare spesso e senza problemi la casa dei futuri suoceri come
fidanzato ufficiale. Questo carisma di ufficialità non gli avrebbe consentito, tuttavia,
prima del matrimonio, né di pernottare presso la dimora della ragazza né di
portarla con sé in gita se non nell’arco di una sola giornata. Non ho raccolto consensi da parte delle
persone più anziane, quasi tutte più che ottantenni, in merito all’evoluzione
dei tempi ed all’assoluta libertà che regola oggi i rapporti tra i teen agers. Molti di loro vedono anzi nell’indipendenza e
nell’emancipazione dei costumi una sorta di regresso che penalizza fortemente
quelli che ai loro tempi erano momenti magici e di grande coinvolgimento
emotivo. Questo il parere che accomuna pressochè tutti i giudizi espressi al riguardo.
Interessante
e confermata da concordanti racconti l’usanza, riportata peraltro in diversi
testi dedicati all’argomento, di
mostrare in pubblico, durante il corteo nuziale, la biancheria oggetto della
dote, perchè tutti potessero ammirare la
perfezione e la finitezza dei ricami e dei merletti, oltre che l’eccellenza dei
tessuti. Naturalmente l’impossibilità di mettere sul piatto della bilancia beni
di sufficiente valore per accompagnare la sposa al matrimonio non costituiva
motivo talmente ostativo da rendere irrealizzabile l’evento. Traspare,
tuttavia, dalle testimonianze degli interlocutori, un malcelato senso di
commiserazione per quelle povere giovinette che, quantunque dotate di pregi e
buone qualità, avessero dovuto convolare alle nozze senza corredo e senza alcun
bene da portare in dote. Tale situazione avrebbe creato comunque una situazione
di disagio ad entrambe le famiglie degli sposi, ovviamente per motivi opposti e
facilmente intuibili.
Di
grande interesse anche i metodi naturali che tanti anni fa venivano usati per
curare malanni e stati di malessere fisico. Si ricorreva alle erbe e a
medicamenti semplici e genuini, alla portata di tutti e, ciò che più conta,
sempre disponibili in casa. Raro e comunque disposto solo dal medico curante ed
esclusivamente in casi eccezionali l’acquisto di medicinali in farmacia. Tra le
diverse e curiose usanze è confermata da numerose testimonianze quella di
utilizzare il vino rosso per impacchi alle ossa doloranti. Sulle ferite aperte
veniva invece applicato un impasto di fave secche triturate e mescolate ad
acqua, in modo da ottenere una farina densa e compatta.
Quali
che fossero gli esiti ed i risultati, certo è che ognuno degli intervistati è
ancora oggi fortemente persuaso della bontà ed efficacia dei sistemi sopra
illustrati ed attribuisce all’evoluzione-involuzione dei tempi il ricorso a
medicamenti chimici, ritenuti comunque tossici e inutilmente costosi.
Senza
approfondire troppo l’argomento (per evidenti motivi) ho voluto chiedere
notizie anche sul cerimoniale funebre, momento di grande afflizione e di comune
cordoglio familiare. Con riferimento ad usanze ancora più lontane nel tempo
qualcuno ricorda l’assoluto e strano divieto di
pulire la casa da parte dei congiunti del defunto nel giorno del decesso
e la consuetudine, conservata in alcune zone dell’interno ancora oggi, di porre
nella bara oggetti cari al deceduto al quale veniva comunque sempre posta in
tasca una moneta per pagare il passaggio nell’aldilà. Comune quasi a tutti la
menzione del “consolo” , anch’esso citato in diversi testi che trattano di
tradizioni popolari abruzzesi. Si trattava di un vero e proprio banchetto
funebre che veniva allestito dai parenti del defunto a scopo consolatorio e che
prevedeva numerosi brindisi e bevute collettive in memoria del trapassato.
Molti argomenti interessanti relativi ad
eventi quotidiani ed alla vita di ogni giorno completano i dati della raccolta,
condotta in successivi step, per evidenti ragioni, connesse alla difficoltà di
prolungare oltre certi limiti la durata delle singole registrazioni. Va
segnalato inoltre, per puntualità di cronaca, che molte notizie del dossier
scaturiscono da domande dirette alle quali alcuni interlocutori “più difficili”
, per via dell’età avanzata o per disagi fisici e mentali, hanno potuto
rispondere solo confermando o correggendo e modificando in parte l’assunto
iniziale. Questa limitazione, in alcuni casi, non ha consentito di portare alla luce nuovi particolari, ma ha comunque
contribuito al disegno iniziale, quello di assolvere ad un’ importante funzione
di ratificazione e di prova di alcune usanze del passato, a metà tra la superstizione
e le costumanze antiche.
Il
materiale oggetto della ricerca potrà
essere utilizzato per un lavoro di più ampio respiro, corredato dalle
testimonianze dirette degli interessati, allo scopo di lumeggiare un affascinante mondo di semplicità
e di schiettezza, genuino ed autentico, per niente affatto contaminato dalla tecnologia moderna, fredda e
sofisticata, frutto amaro delle “magnifiche
sorti e progressive”.
venerdì 26 febbraio 2016
SUCCESSO E NOTORIETA'
Un mio caro amico sostiene in modo categorico che la fama, la gloria
e la ricchezza sono inversamente proporzionali all'intelligenza, alla
preparazione culturale, alle capacità professionali di un individuo, al suo
valore morale. Come crederci? Ho sempre ritenuto esagerata e fuori luogo
questa affermazione, troppo generalizzata e comunque ingenerosa ed ostile nei
confronti di chi ha raggiunto, in un modo o nell'altro, i vertici della
notorietà. A volte, però, anche le opinioni estreme
racchiudono una piccola parte di verità, soprattutto se suffragate dai
fatti. Recenti episodi di cronaca sembrano volgere in questo senso,
spingendomi, mio malgrado, a dover rivedere, almeno in parte, il mio
convincimento. Quando vedo che in questo strano Paese ascendono all'alto
gradino della gloria soggetti quanto meno esecrabili, delinquenti, ladri,
assassini, malfattori di ogni genere, gente votata alla mala gestione della
propria esistenza, mi chiedo: quali requisiti si richiedono per essere chiamati
a essere protagonisti di un talk show, di uno special televisivo, di
un'intervista importante, per diventare oggetti di culto popolare? Sono
personaggi coloro che delinquono, che evadono il fisco, che rubano ed
uccidono: assassini, , bancarottieri, rapinatori, stupratori, pedofili, ladri.
Scrivono la storia della loro sventurata vita ed il libro diventa un best
seller, vanno in televisione e fanno i picchi di ascolto, i film che
ottengono maggiore successo si ispirano alle loro scellerate malefatte.
Forse il mio caro amico non ha tutti i torti.....
Forse il mio caro amico non ha tutti i torti.....
martedì 6 ottobre 2015
MILNA
Notte di incanto a Milna,
sotto il cielo nero
ed il lento ritmo della risacca.
La marina tace,
tra lo sciabordio delle onde
e il canto mesto di un gitano.
Grazie Mary Lo che accogli nel tuo ventre
di legno e resine pregiate
gli amici rapiti per un po' alla monotonia di sempre.
Tu sei l'approdo per i pensieri stanchi
per le frenetiche ansie quotidiane,
sei la libertà di un gabbiano in volo,
momento di felicità senza confini.
Grazie Mary Lo
perché sul mare mi porti con te
ai bagliori dell'alba
e quando di misteri oscuri
si veste questa magica notte di Milna.
sotto il cielo nero
ed il lento ritmo della risacca.
La marina tace,
tra lo sciabordio delle onde
e il canto mesto di un gitano.
Grazie Mary Lo che accogli nel tuo ventre
di legno e resine pregiate
gli amici rapiti per un po' alla monotonia di sempre.
Tu sei l'approdo per i pensieri stanchi
per le frenetiche ansie quotidiane,
sei la libertà di un gabbiano in volo,
momento di felicità senza confini.
Grazie Mary Lo
perché sul mare mi porti con te
ai bagliori dell'alba
e quando di misteri oscuri
si veste questa magica notte di Milna.
venerdì 2 ottobre 2015
VACANZE BALNEARI A GIULIANOVA NEGLI
ANNI '50
Un filmato
dell'Istituto Luce, girato a Giulianova pochi anni prima dell'incipiente
miracolo economico post bellico, che interessò all'epoca la costa abruzzese,
come peraltro l'intera nazione, mette a
fuoco con particolare dovizia di particolari, alcuni aspetti che, guardati
nella loro potenzialità, servirono, all'inizio degli anni cinquanta, a favorire
negli addetti ai lavori, un progressivo studio di fattibilità, rivolto
essenzialmente a far emergere possibili sbocchi economici nel settore del
turismo balneare.
E’ intorno alla fine
degli anni cinquanta, infatti, che
località costiere, come Giulianova, Alba Adriatica e Roseto degli Abruzzi,
gettano le basi per costruire, a poco e poco, nel tempo, una solida
impalcatura, destinata a sorreggere la mole di un’industria balneare che, pur
con tutti i limiti e le difficoltà legate al particolare momento storico,
troverà piena espressione e solido sviluppo solo nel decennio successivo.
In particolare a
Giulianova inizia in quel tempo la metodica cura degli arenili, che vengono
liberati da tutto ciò che il mare ed il fiume hanno scaricato sulla battigia
durante i mesi invernali.
Questa operazione
comincia ad essere svolta con maggiore cura del passato e con estrema
diligenza, a riprova del fatto che si è intuita l’enorme potenzialità del
territorio, e la sua possibilità di crescita economica, una volta venuto meno
l’immobilismo del periodo bellico ed alla luce di una rinnovata fase di decollo
dell’industria balneare.
Giulianova comincia a dotarsi di grandi
alberghi, destinati ad accogliere i turisti, sempre più numerosi.
Contemporaneamente sorgono i primi stabilimenti balneari, alcuni dei quali
diventeranno, nel tempo, il simbolo stesso della città, vere e proprie icone
che manterranno il loro indiscusso carisma fino ai giorni nostri.
Naturalmente
all’inizio si registra tutt'altro che un turismo di massa, trattandosi di una
macchina che comincia a muoversi tra non poche difficoltà e bisognosa di rodare
i propri meccanismi.
D'altro canto, a
riprova della giusta lungimiranza manifestata dagli operatori turistici
dell'epoca, dal richiamato filmato prodotto solo pochi anni prima dall'Istituto
Luce e girato sulla spiaggia di Giulianova non emergono, contrariamente al
solito, espressioni di propaganda, ma ci si limita a mostrare i bagnanti
sull'arenile, i primi costumi alla marinara, i primi ombrelloni forniti dagli
stabilimenti balneari.
Non c'è il solito
tono enfatico, quasi a voler far emergere, a tutto tondo, in modo autonomo ed
asettico, il reale valore del territorio, le potenzialità legate alla
frequentazione degli arenili, alla limpidezza delle acque del mare, al clima
mite, al silenzio ed alla pace che vi regnano sovrani.
Il riferimento,
ovviamente è diretto ad una frequentazione di elite, atteso che per lungo tempo
ancora, fino agli anni sessanta ed oltre, l'utilizzo della spiaggia libera
rimarrà prerogativa dei più, ed il noleggio degli ombrelloni privilegio di
pochi. Tuttavia traspare da questa intensa attività di management turistico
messo in atto dagli operatori giuliesi dell'epoca, la ferma volontà di
incoraggiare, come riconosciuto business, la diffusione delle prime
villeggiature estive, all'incremento delle quali, peraltro, contribuiscono
anche molti elementi esterni. Basti pensare al progressivo aumento dei consumi
di una famiglia media, frutto delle
evoluzioni economiche legate alla ripresa post bellica, al correlato
sviluppo dell'industria automobilistica ed alla comparsa della Seicento,
simbolo del magico exploit della rinnovata società dei consumi.
I risultati di tale
frenetica attività promozionale non tardano ad arrivare. La Camera di Commercio
di Teramo registra un incremento percentuale estremamente significativo delle
unità ricettive destinate ad accogliere il turismo balneare. In provincia di
Teramo, infatti, si passa dai sette alberghi in attività nell'anno 1949 ai 18
del 1957, a riprova dell'estrema vitalità e del dinamismo che operano nel
substrato a fronte della nuova modalità di trascorrere il tempo libero espresso
da parte delle famiglie che, con tale nuovo atteggiamento, aprono nuovi scenari all'emancipazione
sociale ed al costume.
Le vacanze estive
sulla costa abruzzese, e nella città di Giulianova in particolare, che
rappresentano in qualche modo le prime incerte basi per il futuro decollo dell'industia
balneare, costituiscono alla fine degli anni cinquanta i primi passi di una
progressiva espansione turistica che, nel decennio successivo, si svilupperà in
modo completo ed affatto diverso, consentendo la fruizione di una villeggiatura
estiva che diventerà bene comune di tutti, e che non sarà più appannaggio del solo ceto
aristocratico o alto borghese.
mercoledì 1 luglio 2015
PIETRO FERRARI DA GIULIANOVA
Quel perentorio “Ai
posti di combattimento!” con cui si presentava in aula con i libri in mano
e spingendo la porta con un piede, il giorno in cui c’era compito in classe,
non era solo un invito alla massima concentrazione per l’impegno di quel
momento, ma era un monito universale, una sorta di precetto da osservare per
sempre durante la vita, una dura legge che nell’adolescenza si ignora
ancora. Quel simpatico incitamento era
un sistema inusuale, strambo e bizzarro per sollecitarci a guardare il futuro con
animo impavido, uno sprone ad armarci di forza e di coraggio per affrontare gli
ostacoli ed i casi della sorte.
Così Pietro Ferrari da Giulianova, come amava nominarsi, inculcava ad intere e successive generazioni
di studenti, sani principi esistenziali, sempre giocherellando con motti e
gesti tra il serio ed il faceto, tra citazioni e rime, forbiti richiami
classici e sontuose espressioni auliche. Una cultura infinita, sempre pronta ad
emergere dal suo aspetto austero ed umile al tempo stesso, imponente e carismatico, ma mai distaccato.
Tutto ciò che arrivava, in termini di insegnamento, giungeva
da una via diversa, insolita, affatto anomala. Imparavi a conoscere e ad
apprezzare un autore perché lui riusciva a farti ripercorrere a ritroso il
travagliato cammino che partiva dal tormento dell’ispirazione per culminare
poi nella genesi di un’opera, esaltando
la fase embrionale ed il conflitto
interiore che l’avevano generata. Forse perché Ferrari era lui stesso grande
poeta, scrittore e critico, uomo eccellente
che vibrava di ineffabili sensazioni dell’animo e di brividi di puro lirismo.
Pietro, Pierino come lo chiamavano gli amici del mare, della
sua sempre amata Giulianova, percorreva sentieri paralleli all’esistenza
terrena. Capivi che quell’aspetto fisico burbero e possente non apparteneva
alla comune realtà delle cose, al routinario procedere del tempo. La sua figura
massiccia era addolcita da una incomparabile sapienza, di cui non dava mostra
in modo indiscreto, ma che traspariva tuttavia
da ogni gesto e da ogni parola, come se tutto in lui sublimasse da un’ eburnea
base di conoscenza, non intaccabile da fuori.
Essere stato tra coloro che dai banchi del Liceo, durante i mitici
e favolosi anni sessanta, l’ascoltarono erudire, insegnare, o solo discorrere e
parlare, e poi declamare a memoria interi canti della Divina Commedia, non è
privilegio da poco. Coglievi nel suo
sguardo i fulminei raggi di un’indefinibile stravaganza, quasi come se volasse nell’etereo
spazio di una sua ascosa e impenetrabile dimensione alla quale sapevi che mai
avresti potuto accedere. Era un suo microcosmo, vago e indefinito, avvolto nella
coltre nebulosa di un continuo fastidio esistenziale, sempre altalenante tra “”amor vitae “” e “” cupio dissolvi”” come
bene avvertì il Santucci, che l’ebbe collega all’Università, recensendo alcune
sue “Esperienze liriche dell’inesistenza”
(“Il mio cuore sepolto, se lo sfiora un
richiamo di luce dalla vita, abbrividisce un attimo e rimuore”).
Tra i molteplici e mai negletti ricordi mi sovviene di un
mattino di novembre : la tenue luce di un pallido sole, il sapore appena aspro
dell’aria dell’autunno inoltrato, durante una gita scolastica. Con quel suo
fare sornione non smetteva di passare di continuo dal fare giocoso alla domanda
diretta, seria e cattedratica: mi chiese senza pudore ed ex abrupto l’aoristo passivo di “Orao”, comparendomi
davanti all’improvviso mentre m’ero coraggiosamente appartato con un amoretto
liceale in un angolino del ristorante, complice l’atmosfera di diversità che si
respirava così lontano dall’aula….
Eppure non mi parve inopportuna quell’intrusione. Faceva
parte del gioco d’insieme, del mirabile clima di goliardica complicità che
aveva instaurato con noi tutti e che lo rendevano un insegnante davvero “diverso”.
Anche per questi episodi così peculiari ed atipici Pietro Ferrari
non può essere descritto né definito senza onerosi stenti e senza che, vergando
il foglio, la penna esiti e indugi, perché il ricordo rende lucidi gli occhi e
genera un nostalgico groppo in gola.
Nelle pause e nei non molti momenti
confidenziali raccontava di sé, delle sue numerose sentimentali avventure
trascorse e dei suoi tormenti adolescenziali, sempre velando ogni frase ed ogni
espressione sotto un sottile strato di inquietudine e di mai sopita mestizia.
Quasi come se il tempo, così velocemente fuggendo (“Ruit
hora, fugit irreparabile tempus” sempre sentenziava) l’avesse privato di
qualcosa che si sarebbe aspettato come giusto seguito, trasferendolo da una primitiva
e inconsapevole dimensione di luce ad un consapevole spazio di tenebra
incombente (“”Come divenni, io infinito,
un uomo?””) .
Scrittore e poeta dall’animo sensibilissimo, usava il suo
cantare per difendersi dall’imperversare degli eventi, cui soggiaceva in modo
non inerte, affidandosi ad un fortissimo
sentire. Così raccontò una volta che travolto al largo dai marosi durante
un’uscita con la barca in mare, sul punto di cedere alla violenza dei flutti,
con tutto lo spirito guerriero che gli era dentro s’oppose indomito alla furia
degli elementi e dichiarò a se stesso che mai nella vita avrebbe ceduto alla
paura, e che sempre avrebbe preferito “” vivere
fortissimamente, oppure morire”.
Subiva il travaglio culturale in modo intenso e sofferto,
eppure da esso traeva linfa vitale, illuminazioni e valori di ricchezza morale
che con assoluta semplicità riusciva a trasferire ai suoi adepti, perché tali
per lui noi eravamo e non solo studenti di Liceo.
Durante le mirabili citazioni e declamazioni dei brani,
sempre recitati a memoria, sapientemente modulava l’accento tonico con volute
esagerazioni, esaltando il senso ed il significato del testo e solennizzando ogni singolo termine ed ogni parola fino a
sublimarne magicamente l’essenza.
Guardandolo con continuo interesse dal mio banco in prima
fila durante le lezioni, e cercando continuamente di cogliere in ogni suo gesto o in ogni
espressione del suo viso qualche particolare che potesse aiutarmi a decifrarne
la complessissima indole, sempre
immaginai che grande uniformità di sentire dovette covare in sé con lo “spirto guerriero” del Carducci, o con
l’animo nobile e ribelle di quel Farinata degli Uberti, di cui spesso
all’occorrenza in aula richiamava le doti di grande fierezza, mimando, dopo
essersi alzato in piedi sulla pedana della cattedra e gonfiato il torace in
modo buffo e curioso, il fatidico momento dell’incontro con Dante. “”Io avea il mio viso nel suo fitto, ed el
s’ergea col petto e con la fronte come avesse l’Inferno in gran dispitto……”
urlava con la possente voce che
rintronava simile al fragore del tuono per tutti i corridoi del Liceo e che
per il seguito dei nostri giorni noi avremmo
tante volte riudito rimbombare in testa come un monito ad affrontare la vita
con ferma determinazione ripudiando per principio ogni vile sottomissione.
Ferrari era maestro, guida e precettore. Il suo insegnamento travalicava gli schemi e
gli stereotipi del tradizionale sistema di erudizione e spaziava nel campo
esistenziale, sicchè tutto ciò che da lui si apprendeva avrebbe avuto, in
futuro, possibile ed utile applicazione nella quotidianità, fornendo preziosi
lumi per cercare di rendere intelligibile il “mistero della vita”. E proprio quel
grande mistero lo occupava, senza sosta e senza tregua, in ogni istante della
sua esistenza, ponendogli non pochi affanni, fino all’ultimo giorno (“”che io non ti abbia atteso invano”” si
legge sulla lapide del suo sepolcro nell’autonecrologio con riferimento
all’Essere Supremo del quale sempre avvertì con travaglio interiore, ma con
ferma convinzione, la reale esistenza).
Aveva mani tozze e rudi, callose e nodose, come quelle di un
vero marinaio. E davanti al mare, quando nei giorni di burrasca amava
rifugiarsi nel suo caro Trabocco sul porto, veniva fuori quel mirabile
contrasto tra il suo aspetto fisico forte e possente e la sensibilità del suo
animo capace di recepire i minimi sussulti del cuore.
Quando personaggi di tale ricchezza interiore entrano in
contatto con gli altri lasciano il segno. Noi sessantottini, liceali,
desiderosi di cambiare il mondo, travolti dagli eventi e dalle ideologie di
quegli anni difficili, avevamo tanto bisogno di essere guidati e portati per
mano per essere avviati sulla giusta strada.
Pietro Ferrari è stato il nostro grande maestro di vita.
Noi non lo dimenticheremo mai.
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