Recensioni, racconti, notizie, aneddoti,commenti, cronache,critiche, favole...... a cura di Sergio di Diodoro - giornalista free lance -
mercoledì 22 marzo 2023
ASSONANZE E LINGUISTICHE AMENITA'
.La lingua italiana, per sua natura non facile e complessa, a volte offre al parlante occasioni e motivi per scivolare durante l'eloquio su risibili strafalcioni, non sempre risultato di scarsa conoscenza delle regole che governano l'analisi logica e grammaticale, ma spesso effetto di assonanze e di dissonanze che alterano in modo buffo le parole o le espressioni originali. A causa di questo fenomeno, peraltro abbastanza comune soprattutto tra coloro che coraggiosamente oltrepassano il limite del proprio bagaglio lessicale per avventurarsi in locuzioni ed espressioni a loro non consuete, l’eloquio si arricchisce di espressioni e di modi di dire che possono apparire comici, e suscitare ilarità in chi ascolta. Il tifoso che dalla tribuna dello Stadio grida a gran voce all’arbitro “vai a scuola alfabeto” in realtà non è egli stesso analfabeta ma sicuramente in quel momento concitato si lascia trascinare dalla foga e non cura la giusta dizione della parola, generando ilarità negli altri.
Diverso invece il caso di chi, sempre allo Stadio, esorta l’arbitro ( è sempre lui la vittima sacrificale) ad espellere un giocatore reo di aver commesso un pesante fallo di gioco. “Arbitro espulgilo! ” rivela infatti un difficile rapporto del parlante con la flessione del verbo espellere, e la coniazione di un neologismo nella forma imperativa, anch’esso, ovviamente, motivo di ilarità tra gli astanti…
A volte la lingua inglese si intrufola e crea ancor più problemi a chi si organizza per gli acquisti con un “gadget di spesa” o a chi esalta le doti fisiche e canore della sua “ poppa star ” preferita. Sono espressioni che certamente fanno “rabbrividare” la pelle a chi ascolta…
Così una persona che disponga di importanti conoscenze risulta “amalgamata” da tutte le parti ed in grado di risolvere ogni problema solo sollevando “il cornetto” del telefono, ovviamente con riferimento ai vecchi apparecchi, oggi in disuso. Meno grave, dal punto di vista linguistico, il lapsus di chi racconta d’aver assistito al cinema alla proiezione del film “Proposta innocente” con palese inversione della gravità relativa all’offerta ed evidente giustificazione della proposta stessa…
Un vestito di “ Giorgio Valentino”, un cappello con il “ bon bon” ed un ombrello di “ Gabriele Nazzarelli” tradiscono la natura poco elegante di chi li indossa che tuttavia non manca di “ammiccare simpatia”, non fosse altro che per il coraggio con cui si approccia all’altezzoso mondo della moda.
La “cattiva disorganizzazione” che si segnala all’interno di una struttura pubblica in realtà si traduce in buona organizzazione e ne esalta l’efficienza e la funzionalità anche se poi, quando qualcosa non funziona davvero, finisce che “tutti i pettini vengono a galla”.
Un tipo presuntuoso, saccente ed arrogante è portato a fare il “grandasso” in società ed a vantarsi di essere in ambito lavorativo “la spalla destra” del suo capo soprattutto nei faticosi momenti in cui è “oberrato” di lavoro.
Situazioni difficili, pericoli incombenti o solo false preoccupazioni generano un “patè d’animo” che difficilmente si riesce a controllare, soprattutto se si è tendenzialmente portati a dare troppo peso alle cose ed a guardare gli eventi con poco “scernimento”.
Momenti di ira e di collera portano spesso una persona ad avere un “diavolo per cappello” ed a manifestare il proprio stato di agitazione chiudendosi in se stessa, perché è sempre “meglio soli che non accompagnati”.
martedì 27 dicembre 2022
I REGALI DI NATALE
L’antica tradizione dello scambio di regali in occasione delle festività natalizie ha subìto, tempo per tempo, modifiche ed evoluzioni per adeguarsi alle esigenze ed alle nuove tecnologie che il progresso ha reso assolutamente imprescindibili per tutti, giovani ed anziani. Chi era abituato al classico sistema di un tempo che prevedeva procedure tradizionali, ma sicuramente stantie e superate, ha dovuto per forza di cose adeguarsi all’imperante ventata di modernità che consente oggi di scegliere ed acquistare un dono senza necessariamente dover uscire da casa. Ci si affida all’immediatezza dell’acquisto on line che non prevede visite di negozi iper affollati o lunghe file alle casse. Basta premere un pulsante davanti al pc ed il gioco è fatto. Il pacco arriva a casa in tempi brevissimi, non serve altro. Poco importa che si perdano atmosfere incantate come vetrine multicolori, addobbi, musiche celestiali che risuonano per le strade, incontri con la gente carica di regali, il piacere di scambiarsi gli auguri per strada, i vecchi zampognari, la neve quando c’è… Poco importa. D’altro canto ci si adegua ai ritmi della vita di oggi che non lascia spazio a inutili lungaggini. Bisogna fare presto, chissà perché. Ma quello che è ancor più sconcertante è il modo in cui si “sceglie” il regalo per gli altri. Non più l’affannosa ricerca dell’oggetto che può piacere a lui o a lei, chiunque essi siano, in considerazione dei gusti di ognuno. Si fa prima a chiedere “cosa vuoi per Natale?” Così non si sbaglia. Anzi, per farla completa “scegliti un regalo, fallo arrivare a casa mia con l’ordine on line così poi io lo incarto ed il giorno di Natale lo trovi sotto l’albero. Naturalmente poi ti rendo quello che hai speso” Un sistema che non consente errori di sorta. Tu lo scegli, lo ordini, lo paghi ed io te lo “regalo” a Natale. Possibilità di acquistare un oggetto che non corrisponda ai tuoi gusti uguale a zero. Questo sistema consente ovviamente una reciprocità per cui io ordino per me, tu ordini per te e ciascuno ordina per se stesso. L’unica accortezza da non poco conto è quella di segnalare per tempo il budget di spesa che si vuole sostenere affinchè qualche sbadato non ci si lasci andare la mano (“tanto poi mi rende quello che ho speso…).
E’ un sistema infallibile. Forse un po’ freddino, ma infallibile. Perché al momento magico dell’apertura dei doni sarai sempre certo e sicuro che quel dono che riceverai ti piacerà. Perché l’hai scelto, l’hai ordinato e , per ora, l’hai pagato tu. Niente da dire quindi sulla capacità del donatore di interpretare i tuoi gusti, le tue inclinazioni, le tue propensioni. Centro perfetto!
Certo, a riandare con la mente e con il ricordo al passato emerge una vistosa diversità, frutto dell’avanzare del moderno, del progresso, dell’evoluzione dei tempi. Si pensi a quando per scegliere un regalo bisognava uscire di casa, immergersi nel mare magnum della folla infreddolita tra le luci e le vetrine, gli addobbi di Natale, la magica e surreale atmosfera dei canti e dei suoni che si diffondevano nell’aria, incontrare gli altri, scambiarsi gli auguri, uscire dai negozi con pacchi e pacchetti multicolori. Che fatica, che stress. Senza contare la fatica mentale per scegliere un dono adatto ai gusti di chi avrebbe dovuto riceverlo, lo sforzo per interpretare i desideri e le aspettative di un’altra persona, di un familiare, di un amico, di un conoscente. Che fatica, che stress “sotto le feste…” Tutto risolto con l’avvento del moderno e della salvifica tecnologia…
E poiché il progresso per sua natura non può fermarsi, né si può arrestare, è facile prevedere per il futuro ulteriori miglioramenti che possano rendere ancor meno pesante la fase dello scambio dei doni. Si arriverà ad una fase di sublimazione per cui anche la moderna tecnica potrà essere ulteriormente perfezionata ed “alleggerita”. Il donatore potrà accordarsi con colui o colei che deve “ricevere” il regalo in modo da evitare la fastidiosa e poco elegante fase della restituzione del denaro. Per il futuro, quindi, tu scegli il tuo regalo on line, lo fai arrivare a casa tua e lo paghi, poi lo porti sotto l’albero a casa mia quando siamo tutti riuniti al momento dell’agape fraterna il giorno di Natale. Io metterò un bigliettino di auguri con il mio nome e quando lo aprirai di dirò “ Tanti auguri, ti piace?” Successo assicurato.
sabato 17 settembre 2022
QUESTO BLOG
Ho voluto creare questo blog allo scopo di rendere partecipi coloro i quali avranno la bontà di seguirlo, di alcune profonde sensazioni e di stati d’animo che, se fossi stato pittore, avrei senz’altro provato a trasferire sulla tela. Pur vantando nell’albero genealogico, però, leggiadre mani di disegnatori e ottimi pennelli, purtroppo non ricevetti da madre natura il dono dell’espressionismo figurativo. Né la capacità di musicare. Perché sicuramente un bel quadro o un brano musicale meglio si sarebbero prestati a suscitare, in chi guarda o in chi ascolta, emozioni che uno scritto può infondere solo in parte, e comunque solo in chi ha l’animo predisposto ad accoglierle.
Chi avrà costanza e procederà nella lettura si accorgerà che ogni intervento sarà sempre volto alla descrizione di sottili percezioni e di eterei turbamenti, immagini sbiadite di un mondo interiore difficile da rappresentare e, comunque, causa di molta intima sofferenza. I ricordi del passato, in particolare, rivisitati a distanza di tanto tempo ("volando indietro"), rappresenteranno il fil rouge dei racconti e del settore dedicato alla narrativa, pur risultando inevitabilmente impalpabili ed evanescenti. In linea di massima mi rivolgo a coloro i quali, dotati di non comune sensibilità, sono ancora capaci di guardare con angoscia il volto di un vecchio che muore, o di commuoversi al ricordo dei cari compagni di liceo, o di sentire un nodo in gola davanti ai colori ed alle fragranze della marina di Capri.
Certo non saranno molti in una società proiettata verso un futuro tecnologico di proporzioni incontenibili. Ce n’è abbastanza per essere tacciato di anacronismo e accusato di voler invano far rivivere sensazioni e sentimenti che appartengono a persone emotivamente fragili e non in linea con il freddo materialismo dell’epoca moderna.
Eppure io credo che nessun uomo, quantunque fagocitato dal tecnicismo imperante, nel suo inconscio abbia perduto completamente la capacità di percepire, con sensibilità, le voci dell’animo.
Perciò se pure avrò pochi lettori, saranno comunque sicuramente quelli giusti.
mercoledì 30 marzo 2022
RILEGGENDO KANT - ANALITICA TRASCENDENTALE
Mentre nell’Estetica Trascendentale Kant si è occupato della percezione, nell’Analitica trascendentale tratta dell’intellezione. L’uomo oltre a conoscere gli oggetti nella loro particolarità,ha anche di essi un “concetto universale”. Io vedo, tocco questo o quel libro per via della sua “universalità”. Nella filosofia precedente i razionalisti, sostenitori delle idee innate, affermavano che l’intellezione è superiore alla percezione e, quindi, non è derivata da essa. Viceversa gli empiristi sostenevano che l’intellezione, in quanto derivata dalla percezione, è inferiore ad essa, poiché offre non una vera realtà, ma le immagini sbiadite di essa. Kant sintetizzò le due opposte esigenze sostenendo che l’intellezione, ossia il concetto, è superiore alla percezione (concordando quindi con i razionalisti), ma precisando che nello stesso tempo essa è derivata dalla percezione (concordando, così, con gli empiristi). Una volta giunti a questo punto il problema da risolvere era quello di spiegare come dalla percezione si potesse pervenire all’intellezione . Il passaggio viene così spiegato: l’intelletto genera dei giudizi. Essi possono essere di dodici tipi, raggruppati in quattro classi fondamentali di tre giudizi ciascuna, a seconda della qualità, della quantità, della relazione e della modalità. In base alla qualità i giudizi sono affermativi, negativi, indefiniti, in base alla quantità singolari, particolari, universali, in base alla relazione categorici, ipotetici, disgiuntivi, in base alla modalità problematici, assertori, apodittici.
L’insieme di tutti i giudizi sopra elencati rappresenta i prodotti del nostro intelletto. Ad ognuno di essi deve corrispondere una particolare forma del nostro intelletto stesso che lo determina. Queste forme Kant chiama “categorie”. Secondo la qualità le categorie sono affermazioni, negazioni o dubbi. Secondo la quantità sono unità, pluralità o totalità. Secondo la relazione sono ipotesi o reciprocità. Secondo la modalità, infine, sono possibilità, esistenza, necessità. Si ricorderà che anche Aristotele nella sua logica aveva citato le “categorie” come modi di funzionare del nostro intelletto ai quali corrispondevano i modi di essere delle cose. C’era, insomma, piena corrispondenza tra il nostro pensiero e la realtà esterna. Per Kant le categorie sono soltanto dei modi di funzionare del nostro intelletto . Porsi il problema che ad esse corrisponda una realtà esterna è inutile e vano poiché l’unica conoscenza che possiamo avere è quella che può arrivarci dalle nostre facoltà soggettive , sicchè voler conoscere le cose in sé (“cogliere i noumeni”) è pretesa vana .
La conoscenza, comunque, non è solo fatta di concetti universali. Esiste un “io trascendentale” ossia un’attività universale e necessaria, una sorta di coscienza individuale che dia unità a tutte le conoscenze le quali, senza di essa, rimarrebbero staccate e frammentarie. Questa unità di coscienza, che io debbo necessariamente supporre, non può, tuttavia, far nascere in me la pretesa di affermare l’esistenza di un’anima, ossia di un’entità spirituale. Nulla autorizza a passare dalla necessità logica dell’io trascendentale ad una sua necessità reale.
giovedì 17 marzo 2022
RILEGGENDO KANT - L' ESTETICA TRASCENDENTALE (PERCEZIONE)
“ Chiamo estetica trascendentale una scienza di tutti i principi a priori della sensibilità…I criteri del gusto sono, per le loro principali fonti, empirici, e però non possono mai servire a determinare leggi a priori , sulle quali dovrebbe appoggiarsi il nostro giudizio del bello…" Così lo stesso Kant chiosando il testo nel presentare l’Estetica Trascendentale, ossia la sensazione, la percezione. Il termine “trascendentale” è coniato dallo stesso Kant, in opposizione a “trascendente”. Trascendente vuol dire “ciò che è posto al di fuori, al di là di tutte le nostre facoltà conoscitive. Trascendentale è, invece, ciò che è presupposto, logico, universale e necessario per la sensibilità di qualche cosa.
L’intuizione empirica è data dalla sintesi a priori di due elementi: uno materiale, ossia ciò che riceviamo dal mondo esterno mediante i sensi, ed uno formale, dato dallo spazio e dal tempo, chiamati, appunto, forme di intuizione.
In buona sostanza la percezione che noi abbiamo di fronte ad un oggetto altro non è che la sintesi tra ciò che le sensazioni ci danno e le forme soggettive di spazio e tempo. E a tal proposito giova chiarire cosa intende Kant per spazio e per tempo. Secondo la concezione di Newton (razionalista) essi erano due realtà esistenti effettivamente ed indipendentemente dall’uomo. Secondo la concezione di Hume (empirista), invece, spazio e tempo erano qualcosa di ricavato direttamente dall’esperienza. Kant sostiene che spazio e tempo sono soggettivi, pertanto non appartengono alle cose, ma nello stesso tempo essi hanno carattere di universalità e di necessità. Essi sarebbero come delle lenti che non possiamo togliere dagli occhi e ci presentano la realtà sotto un particolare effetto, che è poi l’unico possibile per noi. Pertanto ciascuno di noi è costretto ad accettare le percezioni (intuizioni empiriche) colte così come sono, ossia soggettive, senza pretendere di poter scoprire e sapere cosa ci sia al di là di esse… (continua)
mercoledì 9 marzo 2022
RILEGGENDO KANT - LA CRITICA DELLA RAGION PURA
La “Critica della Ragion pura”, prima opera fondamentale di Kant , parte dal proposito, dell’autore, di sottoporre ad esame i sistemi filosofici precedenti, allo scopo di vedere se essi giustifichino appieno la scienza, ossia il possesso della verità. L’esame porta ad una conclusione negativa, sia nei riguardi degli empiristi, sia nei riguardi dei razionalisti. Pare, infatti, all’autore che chiunque analizzi i metodi di ricerca degli uni o degli altri non possa mai pervenire ad una piena giustificazione della scienza. Per i razionalisti, infatti, la scienza, fondata sulle idee innate , è data da giudizi che si possono definire “analitici a priori”, giudizi universali, ma non estensivi del sapere. Se noi diciamo “il corpo è esteso” esprimiamo un giudizio che ha valore universale (non si può infatti ammettere l’esistenza di un corpo non esteso) ma che non è estensivo del sapere, in quanto il concetto non è ampliato dal predicato che ha solo la funzione di rendere esplicito ciò che è già noto. Non diversamente sono criticabili, secondo Kant, i “giudizi sintetici a posteriori” su cui fondavano la scienza gli empiristi. Tali giudizi, infatti, se sono estensivi del sapere non sono però universali e necessari. Se infatti noi diciamo “il ferro è dolce” aggiungiamo qualcosa di nuovo al concetto di ferro, ma è qualcosa di non universale e necessario. La novità proposta dal filosofo è che la vera scienza si può fondare solo su nuovi giudizi che siano nello stesso tempo universali e necessari , ed estensivi del sapere ossia “sintetici a priori” .
Quando noi diciamo che il risultato dell’addizione 7+5 è 12 affermiamo, secondo Kant, una verità che ha carattere universale ma che è anche sintetica ( la prima parte dell’addizione non contiene già in sé il risultato della seconda parte). Il concetto di 12 contiene qualcosa di nuovo rispetto al 7 ed al 5.
Quello che resta da chiarire è come i giudizi sintetici a priori possano essere possibili. E qui la grande novità della filosofia kantiana: noi possiamo “sorvolare” i giudizi sintetici a priori solo quando non possiamo pretendere di conoscere le cose come sono in se stesse, ma dobbiamo limitarci necessariamente a conoscere i “fenomeni”, ossia le cose come appaiono. Pertanto conoscere non può significare cogliere l’essenza delle cose prescindendo dal nostro modo di percepirle, ma significa invece formare una sintesi tra il mondo esterno e noi stessi. Da qui la necessità di esaminare i vari gradi della conoscenza: la percezione (estetica trascendentale), l’intellezione ( analitica trascendentale) e la ragione (dialettica trascendentale).
In buona sostanza il filosofo basa la sua conoscenza non più sull’oggetto, ma sul soggetto (rivoluzione copernicana, per Kant la verità gira attorno all’uomo come i pianeti girano attorno al sole…)
(continua)
martedì 18 gennaio 2022
PECORUM RITU
“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”.
La celebre espressione del grande maestro Eco proferita durante un incontro con i giornalisti nell’Aula Magna della Cavallerizza Reale a Torino in occasione del conferimento della laurea honoris causa in Comunicazione e Cultura dei media apre infinite possibilità di dialogo e di disputa proprio in virtù della facoltà di intervento di cui ogni “legionario” dei social media oggi può disporre.
Certo non tutti gli imbecilli possono essere gratuitamente catalogati tra gli avvinazzati, come di contro non tutti gli avvinazzati possono essere considerati imbecilli, soprattutto se giudicati nei momenti di sobrietà …
Insomma, se tutti gli ubriaconi non sono imbecilli e se tutti gli imbecilli non sono ubriaconi è anche vero che un tempo, quando non esistevano i social e quando non era data possibilità di parlare o scrivere a proposito o a sproposito a tutti in modo indiscriminato, tanti problemi non esistevano.
Si seguiva una strada comune, quella che in Società veniva tracciata come via da seguire per non correre tanti rischi. Nessuno aveva la possibilità di intervenire pubblicamente e di avere una folta platea di lettori occasionali e non. L’unico modo per intervenire e per contestare sarebbe stato quello di andare in TV o alla radio, ammesso che ce ne fosse stata ragione e ammesso che fosse stato possibile ottenere parola davanti a milioni di ascoltatori. Oggi non è così: anche a personaggi di imbarazzante spessore culturale è consentito intervenire su tutti i temi dello scibile umano, pure in palese mancanza di serie cognizioni di causa. Risultato funesto è la vanagloria di cui godono i terribili influencer, ossia coloro che, ahimè, hanno la possibilità di far valere il proprio prestigio o la propria autorità personale in un certo ambito di cui si ritengono depositari di verità assolute. E il popolo dei social “ ritu pecorum” li segue spesso senza opporre adeguata valutazione critica.
Questi pseudo opinionisti che brancolano nel buio, e che utilizzano spesso spaventosi neologismi o, peggio ancora, che strapazzano in modo brutale la lingua italiana e le sue più elementari regole di grammatica e di sintassi, invadono in modo incontrollato il mondo dei social e creano adepti. Non è facile, infatti, per chi legge disciplinare la fonte da cui scaturisce tanto “sapere”. Si finisce allora per credere a tutto ed al contrario di tutto, non potendo disporre di mezzi adatti per poter valutare la preparazione di chi scrive e la sua reale appartenenza ad una categoria professionale che avrebbe legittima facoltà di intervenire scientificamente su un determinato argomento. Logica conseguenza di questo terribile marasma è lo stato di totale confusione che si crea nel popolo dei lettori…
Non sempre imbecilli, non sempre avvinazzati, ma certamente anche non sempre bene informati e ben preparati...
lunedì 8 novembre 2021
QUELLA VOLTA ALLO STADIO
In piena sintonia con il leopardiano "il dilettevole è utile sopra tutti gli utili" , scaturito nell'animo del poeta in un momento di grande rigetto per gli uomini e per la loro aridità mentale, racconto ai miei cari e fedeli lettori una storia tanto vera quanto farsesca che mi vide protagonista, tanti anni fa, insieme con l'amico mio più caro, compagno di banco alle Elementari, e poi alle Medie, e poi rimasto amico, di quelli che il tempo non cancella...
E' la vigilia del derby Roma-Lazio, di tanto tempo fa. Io non sono tifoso, lui non è tifoso e non ama il calcio, ma un po' per gioco, un po' per stare dietro ad amicizie comuni, siamo entrambi calorosamente invitati a trascorrere una domenica diversa e decidiamo pertanto di aggregarci ad un pullman di tifoseria organizzata alla volta di Roma per assistere al derby Roma -Lazio. E' un'esperienza nuova per ognuno di noi due. Ci avvertono che il ristoro è previsto al sacco e che ognuno deve provvedere a portare con sè quanto occorre per fronteggiare l'intera giornata, colazione, pranzo e cena. Già qui qualcosa ci suona distorto: dovendo assistere ad un incontro che inizia alle 14,30, perchè prepararsi anche alla colazione ed alla cena? Sia l'una che l'altra potrebbero ben essere consumate a casa al ritorno. Capiamo che ci stiamo sbagliando quando ci viene comunicato che la partenza è fissata alle 5,30 del mattino dalla piazza della Stazione di Giulianova e che il rientro è previsto per la mezzanotte e trenta, forse anche più tardi... Qualcosa non quadra, ma non riteniamo il particolare assolutamnente ostativo.
Il viaggio di andata, durante il quale sia io che il mio amico Pippo (non è questo il suo vero nome, ma preferisce mantenere l'anonimato) ci eravamo promessi di recuperare un po' del sonno perduto per via della levataccia, è disturbato dall'ininterrotto concerto a sessanta voci di tutti i viaggiatori, esclusivamente di fede romanista, che cantano a squarciagola inneggiando alla disponibilità sessuale delle madri dei laziali ed evidenziando, con grande folklore, la copiosità delle relazioni extraconiugali delle loro mogli.
Per non apparire di fede opposta, anche in considerazione del fatto che Pippo, ignorando i colori sociali delle squadre di calcio, indossa inopportunamente e pericolosamente una camicia celeste con i bordi bianchi, siamo costretti ad unirci al coro , con grande nostro imbarazzo e con molta forzatura, andando in play back e muovendo in modo goffo ed anomalo le labbra, fingendo sommo entusiasmo...
L'arrivo davanti allo Stadio Olimpico avviene alle ore 9,30, il che ci lascia ben sperare in qualche ora di libertà, da trascorrere magari in un bar, davanti ad una ricca colazione. Ma non è così...
Il tempo di scendere dal pullman e siamo tutti vigorosamente sospinti nella stessa direzione. ""Corri, corri"" gridano tutti a Pippo che resta indietro sbigottito guardando l'orologio. "Ma mancano cinque ore...!!" ""Correte, correte" ribadisce il capo tifoso al megafono mentre veniamo trascinati a forza verso lo Stadio. Si corre affannosamente per circa quindici minuti. Quando accediamo all'interno dell'Olimpico tutte le scalinate e le tribune sono deserte, ad eccezione di una piccola porzione di curva, già affollata. ""E' lì che dobbiamo andare" sancisce il capo tifoso che, intanto, si è avvolto in una bandiera giallorossa dalla testa ai piedi. Suggerisco a Pippo di fare altrettanto e di abbandonare per strada la sua pericolosa camicia celeste e lui resta con addosso la maglietta intima, di lana. Acquisto da un venditore ambulante una bandiera giallorossa e gliela butto addosso, a mo' di mantello. Con somma fatica rusciamo a sistemarci tra alcuni facinorosi impegnati ad inviare urla e gestacci verso la curva opposta dalla quale, di ritorno, arrivano cori, insulti, offese, allusioni in merito alla scarsa potenzialità sessuale di chi tifa Roma e richieste di appuntamenti per il dopo partita, non certo per un amichevole terzo tempo...
Pippo sistema il suo piccolissimo zaino, contenente i nostri panini, al suo fianco. Ma dura poco. Dal basso un aitante tifoso indica quel minuscolo spazio, poco più di quindici centimetri, e urla con veemenza "E' libero quel posto?". Senza aspettare risposta sale su, invitando un suo amico a seguirlo e poi insieme, ignorando la legge dell'impenetrabilità dei corpi, si sistemano accanto a noi. Non riusciamo a consumare la colazione al sacco perchè il sacco, compresso tra i deretani della folla, non può essere aperto... Rinunciamo. Inizia la partita.
Dalla nostra postazione, data l'enorme lontananza dal terreno di gioco, i calciatori sembrano formichine vaganti, ma nonostante ciò, il nostro vicino, evidentemente dotato di capacità visiva estremamente superiore alla norma, ravvisa un fallo di mano sfuggito all'arbitro e istintivamente, afferrando il primo oggetto che gli capita a tiro (la radiolina che Pippo aveva all'orecchio per ascoltare musica, atteso il suo totale disinteresse alla partita), e la scaglia con violenza in direzione del direttore di gara. A causa dell'enorme distanza, però, colpisce in pieno al capo uno spettatore della gradinata inferiore che, inferocito, sale precipitosamente verso di noi e strappa l'auricolare dall'orecchio di Pippo sferrandogli uno spintone che lo fa barcollare, ma non cadere, per via del totale contatto con altre masse corporee... Recuperare la radiolina nenanche a pensarlo. Inizia a piovere.
Previdente quant'altri mai l'amico Pippo ha sempre con sè un ombrello di quelli chiudibili, comodissimo, adatto ad ogni occasione. E' la volta buona per usarlo e per evitare un'inopportuna e dannosa bagnata. Il tempo di aprire l'ombrello, e quindi di limitare parzialmente la visibilità ad alcuni spettatori delle gradinate superiori e, a riprova della grande spontaneità della gente ciociara, arriva dall'alto una scaricata di mondezza mista, contenente bucce di banana, avanzi di pane, tranci di mortadella, bucce di frutta varia e bicchieri di carta usati. Il messaggio, peraltro assai più efficace e persuasivo del tradizionale invito a chiudere l'ombrello,ci costringe a continuare a "gustare" l'incontro sotto l'acqua che scroscia abbondante, e ad invidiare palesemente chi siede sulle poltroncine imbottite della tribuna coperta.
La bandiera che avvolge il mio amico si rivela assai presto inadatta a proteggerlo: la sua maglia di lana, intrisa d'acqua, inizia a diffondere un odore diverso da quello della lavanda...
Quando la Roma segna l'unico gol della partita sia io che Pippo siamo costretti ad abbracciare alcuni vicini che sono in preda ad una sorta di incontenibile delirio...
Nonostante la pioggia sferzante il mio amico è costretto a svestire la bandiera e ad agitarla in segno di gioia, esponendosi ancor più alle intemperie.
E' finita.
L'altoparlante annuncia che per motivi di sicurezza i tifosi della curva romanista lasceranno lo stadio per ultimi. Sono le 19,30 quando inizia il lentissimo esodo, accompagnato, sotto la pioggia, da cori e danze tribali che si protrarranno fino a tarda notte.
Forse per atavico rigetto nei confronti delle massive esplosioni di gioia, non riusciamo a godere appieno di quegli indimenticabili momenti di felicità collettiva e ci appartiamo in un angoletto riparato per consumare quel che resta dei nostri panini inzuppati e compressi come sogliole.
Poi si riparte.
E' passata la mezzanotte. Ma sul pullman "nessun dorma".Riprendono canti e cori, urla di gioia, grida isteriche, commenti e lodi sperticate ai giocatori per tutto il viaggio di ritorno.
Arriviamo alla stazione di Giulianova alle 2,30 del mattino.
Prima di lasciarci, solo un laconico commento del mio amico, visibilmemnte provato, non credo per via dell'emozione che scaturisce dalla vittoria della Roma: "la prossima volta la partita la guardo in televisione. Ma, come dicono tutti, sicuramente sarà un'altra cosa..."
sabato 28 agosto 2021
LU NONNE MARENARE
Nonne e nepote guardave lu mare
e se tenave pe mà, sotto a lu fare.
Lu vicchie arcuntave de lu tempe sò
quanne passave li iurne ntire sopra a na barche
e quanne venave lu tempacce
lu vente e la bufere,
li lampe, li tune e l’acque gelate
ca ie taiave la facce:
“ Lu pesce poche e nind,
sole lu fredde assà,
e li borse de corde
ca se fracecave sotte a l’onne.
Li strille, li biastome e li preghire
a nu die ca parave ngiuste.
Nisciune però se lamentave
peccò osse ere marenare.
Quolle ere lu mistire
e addre nce ne stave”””
Lu guaiune sentave sti parole
e vedave ca lu nonne se gerave de rete
peccò tenave li lacreme all’ucchie.
Allore ie stregnave lla mà
ca ere grosse e toste come na prete.
“”Nce sta nu patre bone come lu mare””
deciave lu vicchie a lu nepote,
“” Se quanne i grosse vu fa lu marenare,
n’ardvinte ricche, e nci fi ninde nghe la scole.
Ma quanne sti sopra a na barche,
nghe lu sole o la tempeste,
o ride o pijgne,
tu mpire a campà chiù leste.””
mercoledì 7 luglio 2021
A CAPRI TANTI ANNI FA
... Ma sebbene non sapessi manifestarle i moti del mio animo, lei era ormai capace di leggermi dentro. Certo era assai vicina a comprendere, spesso, il senso di una fuggevole impressione suscitata in me da episodi all’apparenza senza significato, e per altri sicuramente privi di commozione. Ciò era per me motivo di disagio e di non sapevo quale pudore.
Lei leggeva virtualmente ogni pagina del mio futuro romanzo e recepiva il vero, intimo significato di ogni
parola, interpretandola come io avrei voluto che fosse. Subiva lo stesso ineffabile turbamento che le
bellezze naturali dell’isola avevano generato in me come folgorazioni improvvise.
Tornare a quei giorni rileggendo oggi righe sbiadite su fogli gialli e logori, nell’immensa solitudine che si avverte rovistando dopo tanti anni tra carte e ricordi del passato, è per me motivo di angoscia. Ma vorrei tornare a Capri per concludere quel romanzo, per perdermi ancora in quel mondo fatuo di lustrini e scarpe bianche, di
creme abbronzanti e lunghi abiti da sera al quale uno strano destino mi accostò, un tempo, per fornirmi
il canovaccio di una possibile scrittura.
Avevo subito ceduto al richiamo del suo dolcissimo sorriso. Da un tavolo all’altro, tra il profumo dei caffè ed i e languidi ammiccamenti malamente ascosi di mogli non più giovani, coi mariti in città, più di una volta m’era parso voluto e non casuale quel suo fuggevole guardare verso me, subito seguito da un’ improvvisa e depistante, fittizia conversazione con l’amica vicina. Pur prevenuto, e comunque per principio ostile a quelle fumose ostentazioni di gloria sociale, ero tuttavia tornato in seguito a sedermi allo stesso tavolo e avevo guardato, ogni sera, da quella parte. Quegli occhi belli, azzurri e profondi come il mare di Capri, sorrisero un giorno al mio sentire.
giovedì 22 aprile 2021
USI E COSTUMI DI UN TEMPO IN ABRUZZO - Rimedi e consigli popolari in un bizzarro testo di Antonio De Nino (dall'Annuario 2021 "Madonna dello Splendore")
Un curioso testo dato alle stampe nel 1891 a Firenze, quinto volume di una serie di pubblicazioni dedicate alla descrizione di “Usi e costumi abruzzesi”, raccoglie ed analizza, in modo sistematico, regole e metodi tramandati da generazione a generazione per la cura di malattie, morbi, infermità ed affezioni senza il ricorso alla medicina tradizionale. L’autore abruzzese, Antonio De Nino, (Pratola Peligna 1833-1907) archeologo, storico, demoantropologo, fu uomo di grande cultura e di vasta erudizione e pur curando innumerevoli pubblicazioni di carattere scientifico non abbandonò mai l’amore per la sua terra e lo studio del dialetto nella piena persuasione che “... non si fa la storia di una lingua, o si fa di convenzioni o di congetture, senza lo studio dei dialetti, o almeno dei principali, nei vari periodi del loro svolgimento. La stessa lingua o ristagna o non è più generalmente intesa, se perde di mira il dialetto perde di mira i confratelli”.
Il primo volume degli “Usi e costumi Abruzzesi” fu pubblicato nel 1879 a Firenze e già in esso l’autore chiariva in modo esplicito il suo intendimento, che tale sarebbe poi rimasto in tutti i cinque libri della raccolta: “Molti usi popolari che cominciano a parere strani alla generalità, perché ormai scomparsi e rimasti soltanto nei piccoli paesi e nelle città isolate, servono ora quale anello di congiunzione tra la civiltà antica e la moderna”.
Fu uomo di incommensurabile cultura, “... vir eruditissimus diligentissimusque, antiquitatis investigator, dux iterum nostrum...” (M. Besnier, 1902), e l’amico fraterno Gabriele D’Annunzio non esitò ad esaltarne la profondissima erudizione definendolo “uomo che sa tutto” in uno dei frequenti scambi epistolari tra loro intercorsi.
Pur se i maggiori meriti della notorietà di De Nino sono da ricercare sicuramente nella sua attività di archeologo, sia a livello nazionale che internazionale, tuttavia grandi riconoscimenti gli furono attribuiti nella terra peligna e nell’intero Abruzzo anche per le ricerche e per gli studi condotti sulle tradizioni popolari e sulle usanze contadine che catalogò con estremo ordine a beneficio di migliaia di lettori.
Raccolse canti, proverbi, filastrocche, abitudini, usanze, consuetudini, tutto ciò che apparteneva al modo di comportarsi della gente semplice nella realtà sociale pubblica e privata, e ne trasse insegnamenti, consigli, precetti, indicazioni a vantaggio di tutti, in particolar modo di coloro che, anche per motivi economici, non avrebbero potuto sempre accedere ai servizi della medicina tradizionale. In realtà la presenza del medico al capezzale del paziente era evento ben raro all’epoca, per cui ricorrendo a sistemi empirici si otteneva spesso la guarigione, non fosse altro che per il fatto di dare modo al malanno di “fare il corso suo” e perché comunque innegabili giovamenti quei rimedi avrebbero apportato quanto meno all’immaginazione dell’infermo…
Già nella premessa del volume viene fornita una chiave di lettura universale in relazione alla genesi di ogni morbo e sulla cagione prima che può generare malanni e sventure: “La causa di tutte le malattie, e anche di ogni altra disgrazia è sempre l’occhio cattivo, o come si dice più generalmente, il malocchio. Ma l’occhio, sublime rivelatore dell’animo, come può essere causa di tutte le malattie?- Eppure è così. L’animo che vuol nuocere diventa malanimo. Il malanimo si affaccia agli occhi e davanti agli occhi poi schizza un veleno: dove cade il veleno, ivi germoglia il fior del male…”
E si comincia, quindi, col fornire un primo medicamento atto a togliere il malocchio a chi ne sia colpito: la ricetta, semplice, (che ricorda in parte alcune manovre che tanti anni fa nonne e bisnonne delle attuali generazioni praticavano per far scomparire dolori di testa e vertigini generate dall’invidia degli altri) prevedeva di versare mezzo bicchiere di acqua in un bacino e di far cadere nell’acqua tre gocce di olio di lucerna. Sulle gocce bisognava poi adagiare tre chicchi di una spiga di grano colta almeno da tre anni. A questo punto partiva la formula che il “guaritore” doveva pronunciare a bassa voce “Amica grazia di Dio, fammi sapere chi ha fatto l’occhio cattìo” prima di coprire il bacino con un setaccio retato e con una padella rovesciata. Quando la padella aveva un lieve sussulto il malocchio era tolto. Ma la cosa ancor più sorprendente è che sollevando il setaccio ed osservando il modo in cui l’olio si era esteso nell’acqua era possibile riconoscere, come in una fotografia, i lineamenti del viso dell’ artefice del maleficio.
Diversi altri modi vengono analiticamente descritti e riportati con cura di ogni dettaglio e con estrema precisione, sempre finalizzati a scacciare dal malato il sortilegio, causa vera, secondo l’autore, di ogni morbo e di ogni infermità fisica o mentale.
Metodi analoghi, sempre con il ricorso a formule liberatorie ed a sistemi di manipolazione, erano poi adottati anche per liberare l’infermo dalla febbre generata da qualsiasi diversa affezione. L’intervento iniziava con il posare i palmi delle mani sulla fronte del malato ed anche qui occorreva recitare una sorta di giaculatoria che andava ripetuta per nove volte consecutive :“Sante Taddè e San Giuseppe, ccù lu mutautatore fu mmantate, lla Madonna fu purtate, Monte Calevarie fu pusate, libbra stu cristiane scallate e raffreddate”.
Mentre il guaritore ripeteva la formula per il risanamento, il malato doveva essere “ammantato” ripetutamente con nove coperte di stoffe diverse l’una dall’altra .
Tra le non poche soluzioni atte a liberare l’infermo dalla febbre, abbastanza curioso e singolare il ricorso alle cimici: bisognava catturare diverse cimici, abbrustolirle al fuoco del camino e poi triturarle ed impastarle con farina ed uova sbattute: La focaccia così ottenuta andava poi cotta sulla brace e fatta mangiare al malato che ne avrebbe tratto opportuno giovamento vedendo diminuire a poco a poco le linee della propria temperatura corporea.
Per i casi di febbre ostinata, tra i rimedi raccolti nella ricerca è piuttosto vicino ai tempi nostri il ricorso all’utilizzo di supposte. Il fatto insolito e bizzarro è piuttosto la loro composizione: dovevano essere preparate a mano “con un cannellino di sapone o di sale o di fiele o di lardo di porco maschio ravvolto ai ciurri (capelli)”
Diversa la situazione per i febbricitanti in grado di deambulare e di uscire fuori di casa: a costoro era consigliato di fare visita ad una pianta di sambuco e di recitare, a fianco di essa, una formula liberatoria “ Sammuche mie sammuche, sta febbre a te la lasse, nun me la rdà fin che nce repasse…”
Quando la febbre era associata a faringiti, laringiti e tonsilliti la cura prevedeva l’unzione della gola con olio d’oliva e l’applicazione di cenere calda avvolta in carta assorbente o in una pezza di lana di colore rigorosamente rosso. In luogo dell’olio era consentito l’uso di burro o di grasso di gallina. La procedura in realtà veniva attivata nei casi di malattia in stato avanzato o in caso di recidiva.
Per i casi di mal di gola incipiente erano invece prescritti gargarismi con acqua e aceto o con aceto e sale.
Singolari anche gli interventi proposti per la cura dei malanni affliggenti gli occhi ed i denti. Pur nella convinzione che “A uocchie e dente non ce vole niente” , come recita il proverbio posto all’inizio dello specifico capitolo, vengono tuttavia suggeriti dei rimedi, soprattutto per coloro che lamentano dolori di denti dovuti alla carie, allora come oggi, piaga perenne per tutti. Al buco del dente cariato bisognava applicare un chiodo di garofano, o un chicco di sale grosso o di canfora. In alternativa si poteva ricorrere ad un sistema meno invasivo: aprire la bocca e farvi entrare fumo di malva. Oppure masticare una radice di caledonia. Attenzione, però, perchè “Con la radica della ceraddonica cessa il dolore, ma se ne cascano i denti...”
Molte altre soluzioni, a quanto pare per alleviare il dolore e non certamente per risolvere il problema alla base, prevedevano sciacqui con il vino caldo, o con aceto caldo nel quale fosse stata immersa una lastra di vetro rovente, o l’applicazione sulla guancia di una chiarata di uova cosparsa di pepe macinato.
La fuoriuscita del sangue dal naso era considerata in realtà una sorta di liberazione e di sgravio della testa, quasi un rimedio naturale per curare emicranie e vertigini, al punto che spesso l’epistassi era adoperata proprio a mo’ di medicamento. Uno dei metodi adoperati per favorire il benefico sanguinamento dal naso era quello di introdurre una foglia di “sanguarola” (erba sanguinella) in una narice e di percuoterla poi con forza per far uscire il sangue. L’operazione andava ripetuta anche all’altra narice ed anche qui l’operazione era accompagnata dalla recita di una formula liberatoria “ Sangue e sanguarola esce lo tristo e lasce lu bone”. Nei casi di sanguinamento spontaneo, da dover necessariamente arrestare, si versava acqua gelata (o d’inverno della neve) sulla nuca del paziente rigorosamente senza preavviso. Oppure gli veniva fatta annusare della polvere di ceci abbrustoliti o, dulcis in fundo, polvere secca di escrementi umani. Questa operazione doveva essere accompagnata da un delicato solletico all’orecchio con una sottile pagliuzza.
Di non facile interpretazione l’ultimo rimedio proposto: legare con un lacciolo, in modo da stringerlo bene, il mignolo della mano corrispondente alla narice sanguinante.
Il dolore alle orecchie dei bimbi da poco nati andava lenito direttamente da parte della madre che doveva spremere il proprio latte nel canale uditivo del figlio e poi turarlo con del cotone idrofilo. E questo era il rimedio più comune. Meno comuni, ma comunque noti, anche altri sistemi: introdurre nell’orecchio bambagia intinta nell’olio di camomilla, oppure un tassello di lardo (rigorosamente di porco maschio), o infine del succo di pera ( “Se sprescia iu pire e iu sughe se mette drento”).
La ricerca di De Nino non si limita a raccogliere usanze e tradizioni abruzzesi solo con riferimento a rimedi più o meno curiosi e strani per disturbi generici e di minor conto. Nel testo si riportano infatti anche possibili interventi adottati per fronteggiare malanni più seri, a volte vere e proprie malattie di cui è anche difficile delineare la genesi o la reale gravità. Così si parla genericamente di “ostruzione” per coloro che accusano gonfiori di pancia e progressivo dimagrimento. Il gonfiore poteva essere eliminato con susseguenti unzioni dell’addome con olio nel quale fosse stata in precedenza fritta della rapa porcina. In realtà tale medicamento era utilizzato per far fronte ad esigenze di bambini e ragazzi. Per gli adulti l’intruglio da spargere doveva essere invece composto da tre spicchi di aglio e da una manciata di ruta e di assenzio, fritti rigorosamente in olio di oliva.
Nei casi conclamati di malattie del fegato, come l’itterizia, diverse le soluzioni e diversi i metodi per stroncare la malattia: tra i più curiosi quello di “bere per sette giorni continui il liquore proprio escrementizio” o quello di ingoiare quindici cimici in tre giorni consecutivi . Infine la cura che supera ogni immaginazione: “l’itterico entri di nascosto in una Chiesa dove sia esposto un cadavere nella cassa e sopra di esso faccia i propri bisogni liquidi …”
Naturalmente la lettura del volume “Malattie e rimedii” riserva molte altre sorprese, alcune davvero sconcertanti, ed apre uno spaccato di raro interesse sulle usanze che in passato affiancavano la medicina tradizionale, rappresentando una sorta di cultura sotterranea, tramandata da antiche generazioni a generazioni successive e poi ovviamente ( e fortunatamente…) perdutesi tempo per tempo. La lettura del libro è ancor più dilettevole ed istruttiva perché l’autore non lesina riferimenti diretti alle località abruzzesi nelle quali le varie consuetudini erano adottate in passato. Opportune chiose a piè di testo, infatti precisano in modo puntuale i paesi presso i quali i sistemi ed i rimedi avevano tratto origine per poi essere diffusi altrove. Un quadro generale nel quale le stesse giaculatorie o le formule riportate nel dialetto d’origine rappresentano la via da seguire per ricostruire il percorso di propagazione delle consuetudini popolari e la loro acquisizione in zone diverse dell’Abruzzo.
Dall’attenta lettura del testo potrebbe essere avviato un interessante percorso euristico per un ulteriore ampliamento delle attuali conoscenze che riguardano le tradizioni popolari di tutto l’Abruzzo.
lunedì 8 marzo 2021
ATTENTI AL LUPO
Eventi come la pandemia sconvolgono l'opinione pubblica, generano paura, panico, terrore, sgomento, senso d'impotenza. Quando accadono avvenimenti di tale portata l'impatto sulle coscienze è immediato e distruttivo, ben visibile, tangibile. Si crea uno stato di ansia collettiva che si estende a macchia d'olio e che interessa anche le giovanissime generazioni, penalizzate forse più di altri per via delle limitazioni e delle restrizioni imposte. Uno stato di generale apprensione traspare allora anche dalle più insignificanti azioni quotidiane, dalla spensieratezza che scompare per lasciare posto ad una costante comune : "Cosa accadrà domani?".
In questo generale quadro di sensazioni e di stati d'animo , già di per sè non rassicurante, e comunque estremamente fragile, s'inserisce in modo stridente la forza esplosiva dei mass media e della folla anonima di coloro che alimentano i vari siti social. Costoro disattendono, in simbiosi, il canonico ruolo informativo che sarebbe loro deputato per aprire infiniti spazi di angoscia, titolando a caratteri cubitali frasi funeree che prevedono sempre esiti angoscianti ed esiziali, conseguenze imprevedibili e comunque non controllabili. Lo scopo è quello di suscitare improvvisi stimoli emotivi sui lettori che subiscono passivamente l'onda d'urto di questi terroristi dell'informazione.
Le trasmissioni televisive, spesso affidate a conduttori menagrami e narcisisti, comunque non tecnici nè specialisti, non medici nè virologi, non sortiscono effetti migliori: ospiti "illustri" profetizzano oscuri orizzonti di terrore, si prevede tutto ed il contrario di tutto, spesso in aperta contraddizione di termini e di contenuti, non per scarsa preparazione, ma davvero perchè non è possibile prevedere ciò che accadrà domani.
Allora perchè insistere nella ricerca ostinata del parere, della previsione, del dibattito? L'unico vero servizio di informazione utile a chi vuole conoscere "i fatti" è quello che riporta in modo schematico ciò che è accaduto, senza profetizzare imminenti catastrofi col solo risultato di seminare ansia ed angoscia tra l'opinione pubblica, fatte salve, ovviamente, comunicazioni relative a regole da rispettare e a istruzioni e norme da non disattendere.
Come spesso è accaduto in passato (si pensi alle crisi belliche) questa ostinata ricerca della lugubre profezia, finalizzata a far lievitare indici di lettura e vari like e condivisioni, sortisce solo il risultato di atterrire chi legge o chi smanetta sui vari pc, senza avere riscontro nella realtà dei fatti, per fortuna spesso assai diversa.
Tanta e tale è la concorrenza tra questi anomali divulgatori di fatti e di notizie che "i lupi" finiscono per non guardare in faccia nessuno, creando un'imponente macchina distruttiva che semina panico e terrore, alterando le coscienze.
Psicologi e psichiatri hanno allora il loro bel da fare per intervenire su soggetti vilipesi e torturati dal getto inarrestabile di martellanti informazioni che rimbalzano da ogni dove, come strali che fanno breccia sull'emotività di chi legge o di chi ascolta.
Così si alzano gli share di ascolto, si batte la concorrenza, si vince.
Ma questo, a suo modo, è terrorismo.
mercoledì 20 gennaio 2021
IL KARAOKE DEGLI IGNORANTI
E' davvero fantastico che oggi chiunque ne abbia desiderio possa scrivere e pubblicare quello che vuole ed avere una vastissima platea di lettori, la più eterogenea possibile, disposta ( o costretta) a leggere ed a commentare pubblicamente, se vuole, quello che legge. Ciascuno può intervenire esprimendo il proprio parere, assenso o dissenso, e dire la sua, ed innescare un sistema di reazioni che generano a loro volta successivi interventi di altri partecipanti, all'infinito, volendo. Ognuno è giustamente libero di "postare" quello che più gli aggrada, fatti salvi alcuni necessari colpi di forbice imposti dalla morale e dalla buona creanza. Questo avviene nei social oggi. E le distanze tra le persone si accorciano, i pareri si intersecano, i giudizi, le condanne, i plausi si succedono in ordine sparso, senza regole. Senza regole, appunto. Si è arrivati ad un punto tale di libertà di espressione (sacrosanta certo) che non ricorrono più misure, principi, norme, precetti per chi scrive e pubblica. E' come se si fosse improvvisamente aperta una finestra sul mondo dalla quale ciascuno è libero di pontificare a beneficio o a danno degli altri, senza freni, o perlomeno, senza alcuni freni che invece dovrebbero rappresentare un ritegno ineludibile ed assolutamente necessario. Ma in questo paradiso di totale indipendenza qualcuno (e purtroppo più di qualcuno) forte di un insperato ed incontrollato arbitrio a volte travalica i confini della propria cognizione e si avventura in campi che gli sono desueti, ove non assolutamente oscuri ed inesplorati. L'eccitazione di avere davanti una platea di lettori, quantunque anonima ed invisibile, agisce da acceleratore e genera una sorta di istigazione ad esprimere pareri e concetti su argomenti di cui si ha generalmente conoscenza solo sommaria ed approssimativa, figlia legittima del sentito dire, della mala informazione, della, ahimè, cattiva comprensione. Ed allora fiumi di parole, di ragionamenti, di precetti, di consigli su argomenti a volte estremamente rilevanti e di considerevole peso sociale giungono da persone non qualificate, non esperte, ignoranti, intendendo tale termine nell'accezione sua propria, ossia di chi ignora, è privo di cognizioni, non sa, o sa cose diverse dal vero. Chi legge non ha la possibilità di disciplinare la fonte, processo che peraltro sarebbe di piena competenza di chi scrive, così come recitava un tempo il manuale del buon redattore che veniva presentato come vangelo ai giornalisti novizi e tirocinanti. Ed allora nel coacervo dei fatti portati a conoscenza da chi posta in piena ed incontrollata libertà di espressione si fa fatica a distinguere il vero dal falso, il bianco dal nero, il plausibile dall'inattendibile.
Per scrivere su un giornale occorre essere iscritti all' Albo professionale. Questo salvaguarda i lettori e garantisce il filtro delle notizie, l'accurata cura delle fonti, in una parola la bontà dell'informazione. Tra qualche tempo sarà probabilmente necessario richiedere a chi interviene sui social una formazione abilitativa alla trattazione degli argomenti sui quali si desidera discernere. Questo a beneficio di chi legge. Una sorta di patentino che renda idoneo chi posta a trattare lo specifico argomento sul quale intende intrattenere i lettori. Speriamo che sia così. Ma prima che ciò accada (se mai accadrà), sarebbe opportuno che ognuno facesse un auto esame delle proprie cognizioni e delle proprie conoscenze prima di sentenziare pubblicamente su argomenti che non conosce. Lasciamo che i medici scrivano di medicina, gli avvocati di giurisprudenza, gli architetti di progetti e piani regolatori, i musicisti di musica e via cantando. Avere la possibilità di scrivere per tutti non significa essere in grado di scrivere per tutti. Ciascuno abbia il pudore di trattenere i propri istinti letterari. E già che ci siamo lo faccia in piena regola, rispettando le norme grammaticali, la sintassi, la consecutio temporum, le concordanze e quant'altro possa occorrere per recuperare la bistrattatissima lingua italiana che dalla incontrollata pubblicazione opera di vandali del web esce vilipesa ed umiliata.
E' vero che al karaoke possono cantare tutti, ma è anche vero che non tutti si ascoltano volentieri...
sabato 16 gennaio 2021
ANTICHI GIOCHI DI STRADA : "STAZZE" E "SBARRELLA"
Quando non si organizzavano incontri di calcio in via Quarnaro, si giocava a "stazze". Non ho riferimenti per poter ricostruire l'origine storica di questo gioco di strada, sicuramente di epoca molto lontana nel tempo. Certo è che richiedeva non poca abilità, abbastanza simile a quella che occorre per giocare a bocce, ed una buona precisione nel lancio della "stazza", un piccolo mattone, o una pietra di forma simile, del cui reperimento ciascun concorrente era direttamente incaricato, magari andando a cercare tra i sassi del fiume, o in campagna, o tra i materiali residui dei cantieri edilizi.
Il campo di gara era sempre la strada. Bastava che uno solo del nostro gruppo si presentasse con il suo mattoncino o con una pietra similare in mano per capire che chi avesse voluto trascorrere lì il pomeriggio avrebbe dovuto attrezzarsi di conseguenza. Così a poco a poco arrivavano gli altri, ognuno con la sua stazza, reperita nelle vicinanze, o magari custodita a casa dopo la gara precedente. Ciascuno poneva in gioco un mazzetto di figurine di calciatori. In genere una decina a testa. Il pacchetto veniva posto su una pietra più grande collocata una decina di metri più avanti dei concorrenti. Poi, a turno, dopo la conta che doveva stabilire l'ordine progressivo dei giocatori, uno alla volta, potendo compiere non più di tre passi in avanti, si iniziava a lanciare la propria stazza in direzione del bersaglio. Bisognava ovviamente colpirlo. Quindi si andava a vedere quante figurine erano finite vicino alla stazza lanciata. Quelle diventavano di proprietà del vincitore. Nascevano ovviamente diverbi, discussioni, vivaci contestazioni, piccole e grandi zuffe... Argomento del contendere era spesso l'opinabile distanza di qualche figurina dalla stazza, per cui era necessario ricorrere ad un sistema di misurazione rudimentale ed approssimativo, servendosi spesso di una stecchetta di legno reperita nei paraggi, mai perfettamente diritta, e quindi causa di ulteriori polemiche. Di solito il gioco finiva in modo naturale perchè qualcuno non aveva più figurine in tasca, o perchè, sentendosi ingiustamente defraudato, abbandonava la tenzone e se ne tornava a casa senza salutare nessuno. Ma tutti sapevano che il giorno dopo sarebbe tornato lì alla stessa ora con la stazza in mano....
Altre volte si giocava a "sbarrella". Uno dei partecipanti, scelto col solito sistema della conta, si appoggiava ad un muro, con la schiena piegata in avanti, in modo da poter accogliere in groppa il primo saltatore che doveva finirgli sopra e resistere senza cadere anche dopo l'arrivo del secondo concorrente, e poi del terzo, e così via, fino alla fine dei partecipanti al gioco. Nel momento in cui il "sostegno" cominciava a cedere e a non sopportare più il peso di coloro che via via gli finivano sopra, era costretto a chiamare "sbarrella", una sorta di pubblica resa, e ad ammettere quindi senza scampo di avere la schiena a pezzi e di non essere più in grado di sostenere il peso. E non era tanto il pegno da pagare a rappresentare un problema, ma il fatto di dover riconoscere la propria debolezza e di essere quindi additato, bonariamente ma non troppo, al ludibrio di tutti...
(brano tratto dal libro "Abitavamo in via Quarnaro" (Ed.Evoè 2014)
sabato 26 dicembre 2020
DILEGGIARE SENZA PUDORE, MA CON ARTE ED ELEGANZA
Divertire chi legge raccontando i guai degli altri e descrivendo i vari metodi suggeriti dalla necessità a chi ogni giorno deve lottare per procurarsi da mangiare e, quindi, per sopravvivere. Convincere il lettore che nella vita c'è chi lotta aguzzando l'ingegno per trovare il modo di sopperire alla poca generosità degli altri, ove non alla loro palese ingordigia. Divertire, infine, dipingendo un caleidoscopico bozzetto di personaggi accattoni, fuoriusciti politici, gentiluomini caduti in rovina, tessendo per essi una storia comune ed universale:quella che da sempre interfaccia i potenti ed i meno abbienti, i danarosi padrini ed i loro umili servi, ai quali ultimi è devoluto il non facile compito di sfornare continui espedienti per "farla in barba al padrone" ed assicurarsi il pane quotidiano.
Tutto ciò è narrato in un rarissimo e curioso libello di autore ignoto, dato alle stampe in tre diverse edizioni nella Spagna opulenta della metà del Cinquecento e poi bandito e messo all'indice dall'Inquisizione nel 1559 per il suo contenuto irriverente, tutto incentrato a porre in cattiva luce l'esasperato lirismo delle narrazioni cavalleresche e pastorali che all'epoca erano tanto di moda e che certo stridevano con lo stile semplice e scorrevole del "Lazarillo de Tormes", nuova formula di narrazione, spregiudicata e completamente avulsa dai canoni delle scritture tradizionali. Fu questa ventata innovativa, peraltro non disgiunta da un linguaggio sempre colorito ed a tratti pure poetico, a spingere pubblico e critica a celebrare ed a ricercare inutilmente l'autore dell'opera, per sempre rimasto ignoto. Tutti avrebbero voluto conoscere un personaggio capace di dileggiare in modo così palese, e tuttavia non meno elegante, i ricchi del tempo, ironizzando sulla loro meschinità e sul loro arido cuore, "doti" che si ritrovano, immutate, nella società di oggi, a riprova della sconcertante attualità dello scritto e della sua ineluttabile valenza sociale.
Si è anche a lungo dissertato per scoprire se l'autore potesse essere il vero protagonista delle vicende narrate (il racconto è in forma autobiografica) o solo un dotto conoscitore di testi stranieri o, forse, un eccezionale osservatore capace di riportare in forma letteraria le abitudini ed i malvezzi in uso tra servi e padroni, amplificando con arguzia e non senza una punta di sottile sarcasmo l'evidente stridore tra le due classi sociali.
L'anonimo autore accoglie nella sua fluida scrittura personaggi fino ad allora lasciati fuori dalla letteratura tradizionale e li rende protagonisti della scena, intessendo intorno alle loro gesta una serie di episodi che spesso culminano in atteggiamenti di pura cialtroneria, nello sforzo continuo di ricavare, sia da comportamenti onesti che disonesti, un risultato concreto e materiale.
La lettura del libello è amena, rilassante, spesso coinvolgente fino al punto che si finisce per stare dalla parte di chi bara, inganna, truffa, raggira, delinque, perchè se ne condivide appieno la condizione disagiata, tanto da arrivare a giustificarne, con evidente soddisfazione, la condotta furba e sfacciata, assolutamente esecrabile ed amorale.
Tutto ciò spiega la condanna all'Indice ed il successivo processo di "revisione" delle edizioni pubblicate in seguito, via via purgate di alcune sequenze, fatte salve solo le edizioni che giungevano in Spagna dall'Estero. Per un originalissimo regalo, sicuramente unico, si suggerisce la ricerca, quantunque estremamente onerosa, di una stampa in lingua del rarissimo libello ""La vida de Lazarillo De Tormes Y de sua fortunas Y adversidades", magari in un mercatino di libri antichi.
Ritenendosi comunque estremamente improbabile il reperimento, si suggerisce in alternativa l'acquisto di una non meno rara traduzione, sempre che si tratti di una versione dal testo originale.
La presente recensione si attiene alla fedele traslazione dall'originale pubblicato a Burgos nel 1554 e definito "Edizione princeps".
Il libro, introvabile, "Lazarillo de Tormes" - in mano a chi scrive - è stato stampato a Modena per le edizioni Paoline nel 1959 e poi distribuito nelle librerie, all'epoca, al prezzo di Lire duecento.
martedì 22 settembre 2020
EFFIMERI VALORI E FALSE LUSINGHE
Cosa accadrebbe a chi all'improvviso dovesse accorgersi di avere ingiustamente dedicato la propria vita al conseguimento di effimeri valori che con le loro false lusinghe gli hanno appannato per lungo tempo la capacità di discernere il bene dal male, il verso dal falso, il giusto dall'ingiusto, costringendolo a voltare le spalle alla vera felicità per inseguire illusorie chimere? E come reagirebbe un professionista affermato e famoso se un giorno qualsiasi del suo vissuto quotidiano apparisse uno sconosciuto in grado di saper riconoscere le persone prossime alla morte? Già nelle prime pagine del suo avvincente romanzo Guillaume Musso pone indirettamente il lettore davanti a queste insolite domande, coinvolgendolo in una situazione di assoluta stravaganza.Ma a Nathan, protagonista della storia, tutto ciò accade realmente. Avvocato ricco e famoso, "brillante ed orgoglioso di sé" si trova, uno strano mattino della sua esistenza, a dover riesaminare la propria vita, perchè per la prima volta è costretto a considerarne, come imminente, la fine. Un indesiderato e sconvolgente annuncio che gli giunge velatamente (e poi si scoprirà perchè) da un fantomatico personaggio, medico, accreditato del potere di individuare gli esseri umani prossimi ad abbandonare la propria esistenza terrena.
Per il protagonista della vicenda l'evento equivale - e qui la cruda universalità della storia - a dover sentire per la prima volta come realmente possibile, anzi prossimo, il definitivo ed irrevocabile abbandono del castello di potere costruito accumulando nel corso degli anni successi professionali, conquiste sociali, immagine, gloria e, soprattutto, tanto denaro. Beni che all'improvviso, davanti alla concreta possibilità della morte, diventano futili ed eterei, apparenti, falsi ed illusori, in una parola inutili. Assumono di contro carattere di autenticità altri valori che la stete ingorda di fama e di potere ha sepolto sotto il cumulo dell'egoismo: nel caso di Nathana si tratta del rapporto con la moglie , guastato per sempre da un inevitabile divorzio, conseguenza logica del tanto, troppo temopo da lui dedicato al lavoro ed alla carriera professionale. Ma ancor più si tratta del rimpianto per le occasioni e le opportunità perdute di poter trascorrere momenti della sua vita accanto alla figlia Bonnie, sempre amata, ma tralasciata, a volte dimenticata, messa da parte per lasciare spazio alle lusinghe di una fulgida carriera forense.
L'incontro con Goodrich, medico dotato di un'angustiante capacità paranormale, costringe Nathan a riesaminare il proprio vissuto, non senza drammatiche concessioni ad un feroce rimpianto, esacerbato dall'ineluttabilità di alcune scelte trascorse, ed ora inutilmente rievocate. La spietata universalità del racconto coinvolge chi legge proprio per via della vessante globalità del messaggio trasmesso. Il tema della futilità di ogni bene terreno, da ciascuno sepolto sotto l'immane massa del progressivo evolversi degli eventi quotidiani,emerge in modo scomodo, irritante, fastidioso, suscitando un forte quanto inutile desiderio di rifiuto, ma al tempo stesso un'inevitabile sottomissione. Il momento della redenzione esplode in tutta la sua deflagrante potenza suscitando nel lettore retoriche, ma drammatiche domande sulla reale valenza di alcuni stereotipi della vita di oggi: cosa rappresentano ricchezza, potere, agi, lusso, fama, gloria, prestanza fisica, nel momento in cui una persona che ha la possibilità di farlo ti comunica la data, imminente, della tua morte? Un fantastico quanto inatteso finale non libera la mente da un'ingombrante inquietudine che dovrebbe risultare di ausilio a qualcuno per valutare con occhi diversi il vero senso della propria vita.
Un libro da leggere in vacanza, perchè l'atmosfera frivola e serena di un periodo dedicato al riposo consente un approccio mediato e più distaccato con la pregnante immanenza del messaggio che viene trasmesso.
Ciò può aiutare a mitigare, ma non ad eludere, una comunque benefica e catartica angoscia.
.....................................................................................................................................
"L'UOMO CHE CREDEVA DI NON AVERE PIU' TEMPO".....................................................................
GUILLAUME MUSSO.............................................................................................................
ED. RIZZOLI
giovedì 23 luglio 2020
PER MUOVERSI MEGLIO TRA LE INSIDIE DELL'ITALIANO
A beneficio di coloro
che postano storie, racconti, aneddoti e quant’altro sui portali di
Facebook ed in genere sui Social, districandosi a fatica, e
spesso con pessimi risultati, nei meandri insidiosi della cara lingua madre, può essere di sicuro giovamento una recente
pubblicazione di Massimo Birattari. Si tratta di un manuale di facile
consultazione che attraverso quiz, domande e risposte, aiuta a muoversi con
meno difficoltà nei meandri di regole grammaticali, coniugazioni, declinazioni, concordanze, e perché no, consecutio
temporum.
Se è vero che la lingua
italiana, come del resto ogni altro idioma parlato e scritto, è per sua stessa natura sottoposta a continui
mutamenti, ad aggiornamenti, all’introduzione di neologismi generati anche
dall’evoluzione tecnologica, è anche vero che alcune regole grammaticali di
base non possono e non devono essere arbitrariamente sconvolte in nome di una
modernità che altro non è che pura
ignoranza.
Per gli audaci scrittori
che si lanciano senza paracadute nel cielo della scrittura improvvisata, il
testo di Birattari che spazia con
agilità tra “quiz, errori comuni,
domande, risposte, peripezie dell’homo grammaticus tra le insidie
dell’italiano” rappresenta un sicuro punto di riferimento ed un ausilio che
potrebbero evitare grossolani strafalcioni a chi scrive e brividi di orrore a chi legge.
E non si venga a citare
tra i testimoni a favore dell’ignoranza il famigerato correttore automatico al
quale si fa carico di ogni ignominia linguistica e di ogni obbrobrio grammaticale e che viene
invocato spesso come attenuante dai pirati della scrittura. Un’attenta
rilettura del testo prima della pubblicazione potrebbe sanare ogni danno.
Il manuale, arricchito
nella veste grafica dalle vignette di Niccolò Barbieri, aiuta
anche a comprendere il significato ed il
vero senso delle regole grammaticali, che non sono state inventate e create per
caso, ma che hanno un preciso scopo nell’architettura della frase, del periodo
e del discorso in generale.
Con vivo calore
raccomando la consultazione di questo libro a tutti coloro che si avventurano
nella scrittura di testi, di storie, di semplici frasi o espressioni pur non
potendo contare su una preparazione grammaticale di base.
Si è sempre in tempo per
migliorare e per correggersi.
Infine, per chiudere, un
esempio cui si fa riferimento nel libro: l’avverbio “piuttosto” si usa
correttamente davanti a proposizioni avversative e significa 'anziché', indica
cioè una preferenza accordata a un elemento invece che ad un altro. Come
dire “desidero uscire piuttosto che stare
in casa”
Non va usato con
accezioni diverse come avviene invece purtroppo oggi, nell’uso comune, anche da
parte di personaggi pubblici ai quali non dovrebbe essere consentito sbagliare…
“GRAMMATICA PER CANI E PORCI”
Massimo Birattari
Ponte alle Grazie
pp. 222
Euro 14
mercoledì 20 maggio 2020
LA CITTA' DELLA GIOIA
Durante un periodo di crisi e di malessere generale la lettura di un libro può aiutare a guardare la vita in modo diverso, a dare il giusto peso alle cose, a valutare gli eventi e le circostanze per ciò che in realtà sono e non per come scaturiscono dalle costrizioni sociali, anche se derivanti da momenti di ineluttabile contingenza, come può essere una tragica pandemia.
Così la lettura di un libro può rappresentare un episodio importante della propria vita se aiuta a guardare la vita stessa con occhi diversi, più attenti alla storia degli altri, soprattutto dei deboli, degli emarginati, di coloro che si cibano di rifiuti, che dormono in tuguri di fango di un metro per due, che non dispongono di acqua corrente, né di elettricità, né di fognature. Di coloro che trascorrono giornate intere nella sporcizia e nella melma e che per tale ragione contraggono malattie contagiose e spesso mortali. Ma soprattutto la lettura di un libro può aiutare a riflettere quando la storia che in esso si narra non è romanzo o frutto di fantasia, ma cruda verità.
Forse si fa fatica a credere che un giovane medico, rampollo di una famiglia agiata, figlio di un noto e stimato (e ricco) professore di Miami, titolare di una clinica privata, possa avere il coraggio di piantare baracca e burattini, rinunciando ad una carriera professionale brillante e sicura, per andare proprio in mezzo a quell'inferno, a curare, gratis et amore dei, i poveri, i poverissimi reietti che stentano a sopravvivere nella bidonville di Calcutta. E li cura in modo esasperato, al limite del credibile, effettuando operazioni chirurgiche in condizioni proibitive, tra i topi che cadono dal soffitto sul tavolaccio adibito a sala operatoria, utilizzando una comune sega da falegname per amputare gli arti e vedendosi portar via il braccio appena amputato da un cane rognoso che aspetta famelico sotto il tavolo. Un uomo che inizia a vivere tra i lebbrosi avvicinandoli senza repulsione e che cura i loro bambini, che prova quasi disagio ad essere sano e diverso da loro, che accetta per se stesso come dimora una sistemazione "eccezionale" perché in muratura, ma infestata da topi, scarafaggi e scorpioni. E non è fantasia, ma realtà...
Quello che più di ogni altra cosa avvince leggendo il libro di Dominique La Pierre ("La città della gioia" Vol. II, traduzione italiana di Elina Imberciadori, ed. Mondadori) al di là dello smarrimento e dell'incredulità, oltre che dell'innegabile ribrezzo, è il senso di generale solidarietà che emana da ogni capitolo, da ogni pagina, da ogni riga. Persone colpite dalla sorte senza pietà, uomini, donne e bambini senza futuro, impegnati solo ad inventare il modo per tirare avanti la giornata e per non cedere alla fame ed agli stenti, riescono ad essere tra loro amorevoli, generosi, affettuosi, solidali, teneri ed altruisti. Un mondo fatto di piccole cose, ma di sentimenti immensi...
Un modello esemplare per lo squallore e l'ingordigia del mondo "civile" , perso nella falsità del suo arrivismo, della competizione, della scalata al potere, della conquista di posizioni di prestigio, abbagliato dai falsi miraggi del dio denaro.
E tante se ne potrebbero dire o scrivere, ma la lettura del libro vale più di ogni recensione nella sua disarmante verità, tagliente come una lama di rasoio, a volte addirittura fastidiosa ed importuna perché inconfutabile, obiettiva, difficile da accettare. Ti fa quasi sentire colpevole di essere sano, ricco delle tue cose, una sola delle quali in quell'inferno farebbe la felicità di molti.
Una lettura che può davvero aiutare a guardare il mondo con occhi diversi. A guardare le rinunce ed i disagi imposti da questa pandemia come mali tollerabili e passeggeri, perché ti privano temporaneamente del superfluo, dell'eccessivo, spesso dell'inutile.
Nella difficile ascesa di un monte, ripeteva sempre il mio amato genitore alludendo alla dura scalata della vita, se vuoi essere felice guarda sempre chi stenta più di te nella salita. Troverai forza e coraggio e soprattutto darai il giusto valore alle cose che possiedi e che spesso non apprezzi in modo adeguato.
Quelle cose che per altri potrebbero rappresentare la felicità.
lunedì 20 aprile 2020
PROPOSTA DI LETTURA: MARK TWAIN
I Latini solevano trascorrere i periodi di riposo e di svago abbandonandosi senza mezzi termini e senza troppi scrupoli a liceità a volte anche eccessive, ed il celebre motto " Edamus, bibamus, gaudeamus " rappresenta in sintesi il loro totale ricorso a piaceri senza remore, senza costrizioni né falsi pudori. In buona sostanza è ciò che probabilmente avrebbero fatto se costretti a restare in casa per lungo periodo di tempo, così come accade in questo particolare momento della nostra vita.
Leggere può rappresentare oggi, in un momento così difficile ed irreale, una possibile alternativa al pericolo di cadere in un vortice di piaceri incontrollati che potrebbero arrecare impreviste conseguenze al momento di tornare alla normalità.
Il "Mangiamo, beviamo, godiamo" potrebbe significare in seguito aumento di peso, cirrosi epatica, incremento delle nascite...
Al di là della facile ironia la lettura resta uno dei passatempi più sani ed economici e certamente alla portata di tutti.
Mark Twain, scrittore di grande carisma, è passato alla storia prima che per la sua attività letteraria, per la sua stessa vita, trascorsa attraverso esperienze diverse. Da giovane fu apprendista tipografo, pilota fluviale, soldato irregolare, mercante di cavalli, coltivatore di granoturco. Fu tutto questo prima di diventare uno degli scrittori più acclamati del mondo e l'autore americano ancora oggi più conosciuto. Fu anche cercatore d'oro, nei territori di frontiera, nelle terre vergini, tra gli indiani degli accampamenti e tra i negri nelle piantagioni di cotone. In questo ambiente polimorfo visse dalla più tenera età, a fianco del padre, e con tutta la famiglia che girovagava in cerca di una fortuna che procedeva sempre qualche metro avanti.
Nel rileggere con stupito interesse la sua biografia mi accorgo che in realtà il più bel libro di Mark Twain è quello della sua vita che ebbe la prima impronta di eccezionalità quando, trentenne, divenne improvvisamente famoso dopo la pubblicazione del racconto "Il ranocchio saltatore" Una sorta di meteora che apparve all'improvviso sulla strada della sua carriera professionale e che solo dieci anni dopo lo avrebbe consacrato per sempre tra gli scrittori più letti di tutti i tempi.
Leggere Mark Twain vuol dire accedere a questo mondo magico e conoscere da vicino l'esistenza di questo uomo eccezionale che fu anche editore, compositore, editore, compositore di testi per canzoni, imprenditore, e che ottenne dai diritti d'autore dei suoi libri compensi annui superiori all'appannaggio del Presidente degli Stati Uniti.
La raccolta di racconti, alla quale indirizzo i miei lettori, esplicita solo in parte, ma in modo significativo, gli aspetti essenziali della sua multiforme personalità, sicuramente soffocata sotto la riduttiva etichetta di "scrittore comico". Dai racconti trapela un costante senso di ribellione contro ogni forma di sofferenza, di ingiustizia, di oppressione.
Certo, la componente comica, o per meglio dire la veste sottilmente ironica, permea tutti i suoi scritti, ma d'altro canto era materia comune e quotidiana della sua stessa vita. Chi altri avrebbe potuto commentare meglio di lui l'infondata voce della sua dipartita con un laconico " Spiacente di deludervi, ma la notizia della mia morte è grossolanamente esagerata..."""?
La raccolta si apre con "La banconota da un milione di sterline", da cui fu poi tratta l'omonima riduzione cinematografica interpretata da Gregory Peck. Il racconto riassume a mio avviso più di ogni altro la comicità e l'ironia comunque sempre diffuse a piene mani nell'opera omnia.
Ora che è necessario stare in casa, ed inventare modi per passare il tempo, leggere l'edizione integrale del libro (titolo originale "La banconota da un milione di dollari ed altri racconti") di Mark Twain può essere un modo per sorridere senza cadere nella tentazione del pericoloso "Edamus, bibamus, gaudeamus "...
Leggere può rappresentare oggi, in un momento così difficile ed irreale, una possibile alternativa al pericolo di cadere in un vortice di piaceri incontrollati che potrebbero arrecare impreviste conseguenze al momento di tornare alla normalità.
Il "Mangiamo, beviamo, godiamo" potrebbe significare in seguito aumento di peso, cirrosi epatica, incremento delle nascite...
Al di là della facile ironia la lettura resta uno dei passatempi più sani ed economici e certamente alla portata di tutti.
Mark Twain, scrittore di grande carisma, è passato alla storia prima che per la sua attività letteraria, per la sua stessa vita, trascorsa attraverso esperienze diverse. Da giovane fu apprendista tipografo, pilota fluviale, soldato irregolare, mercante di cavalli, coltivatore di granoturco. Fu tutto questo prima di diventare uno degli scrittori più acclamati del mondo e l'autore americano ancora oggi più conosciuto. Fu anche cercatore d'oro, nei territori di frontiera, nelle terre vergini, tra gli indiani degli accampamenti e tra i negri nelle piantagioni di cotone. In questo ambiente polimorfo visse dalla più tenera età, a fianco del padre, e con tutta la famiglia che girovagava in cerca di una fortuna che procedeva sempre qualche metro avanti.
Nel rileggere con stupito interesse la sua biografia mi accorgo che in realtà il più bel libro di Mark Twain è quello della sua vita che ebbe la prima impronta di eccezionalità quando, trentenne, divenne improvvisamente famoso dopo la pubblicazione del racconto "Il ranocchio saltatore" Una sorta di meteora che apparve all'improvviso sulla strada della sua carriera professionale e che solo dieci anni dopo lo avrebbe consacrato per sempre tra gli scrittori più letti di tutti i tempi.
Leggere Mark Twain vuol dire accedere a questo mondo magico e conoscere da vicino l'esistenza di questo uomo eccezionale che fu anche editore, compositore, editore, compositore di testi per canzoni, imprenditore, e che ottenne dai diritti d'autore dei suoi libri compensi annui superiori all'appannaggio del Presidente degli Stati Uniti.
La raccolta di racconti, alla quale indirizzo i miei lettori, esplicita solo in parte, ma in modo significativo, gli aspetti essenziali della sua multiforme personalità, sicuramente soffocata sotto la riduttiva etichetta di "scrittore comico". Dai racconti trapela un costante senso di ribellione contro ogni forma di sofferenza, di ingiustizia, di oppressione.
Certo, la componente comica, o per meglio dire la veste sottilmente ironica, permea tutti i suoi scritti, ma d'altro canto era materia comune e quotidiana della sua stessa vita. Chi altri avrebbe potuto commentare meglio di lui l'infondata voce della sua dipartita con un laconico " Spiacente di deludervi, ma la notizia della mia morte è grossolanamente esagerata..."""?
La raccolta si apre con "La banconota da un milione di sterline", da cui fu poi tratta l'omonima riduzione cinematografica interpretata da Gregory Peck. Il racconto riassume a mio avviso più di ogni altro la comicità e l'ironia comunque sempre diffuse a piene mani nell'opera omnia.
Ora che è necessario stare in casa, ed inventare modi per passare il tempo, leggere l'edizione integrale del libro (titolo originale "La banconota da un milione di dollari ed altri racconti") di Mark Twain può essere un modo per sorridere senza cadere nella tentazione del pericoloso "Edamus, bibamus, gaudeamus "...
giovedì 26 marzo 2020
ANGELI SENZA ALI
Ora il mondo appare diverso e si
avrebbe tanta voglia di svegliarsi da un incubo apparso all'improvviso eppure
non etereo, ma reale, vero, concreto, tangibile ed ineludibile. Il brutto sogno
non è sogno, l'incredibile diventa credibile. L'angoscia ci vive al
fianco, il vuoto riempie l'anima e la vecchia routine di ogni giorno è solo un
nostalgico rimpianto. Uno scenario da apocalisse fino a ieri contemplato solo
nella fantasia di scrittori di romanzi di fantascienza. Eppure vero e reale.
Incredibilmente vero e reale. Non un sogno da cui svegliarsi, ma una realtà da
cui non si può fuggire. Non per ora almeno.
In questo spettacolo vero e reale angeli senza ali
perseguono la loro missione, fedeli ad un impegno sociale che prevede di porsi
al servizio degli altri ogni giorno ed in qualsiasi momento, per essere
presenti, senza orari, senza remore, senza paura.
Esperienze vissute in silenzio, lontano dai boati
della vanagloria e dalle esplosioni mediatiche.
Operano nel silenzio del loro coscienzioso impegno
interamente indirizzato ad ottenere vantaggi e concreti risultati per il bene
della collettività. Persone normali, eppure speciali, esempi di
encomiabile altruismo in una società avvezza a valutare i diversi meriti di
ciascuno con ben altri modelli di giudizio.
Non sono eroi, nè personaggi irreali. Sono
missionari per indole e per tempra dell'animo, ora investiti da un temporaneo e
fugace momento di pubblica notorietà, che danno senza ricevere, per dedizione
alimentata solo da amore per gli altri.
Li vedete intorno a voi ora che l'incubo è vero
incubo e ora che l'alba di questa lunga notte appare ancora lontana.
Quando vi passano accanto non fanno rumore.
Sono angeli senza ali.
Iscriviti a:
Post (Atom)