Non sono un appassionato di ciclismo, però il Giro d'Italia mi ha sempre affascinato, forse perché una volta si seguiva l'arrivo delle tappe alla televisione, quando c'era ancora il bianco e nero e quando correva per i colori abruzzesi il mitico Vito Taccone…. A volte il Giro passava per le strade del tuo paese ed era una festa incredibile, prima, durante e dopo l'arrivo…
Adesso leggo, non senza stupore, che le prime tappe del Giro d'Italia di quest'anno si corrono a Dublino…. Ripeto: le tappe del Giro d'Italia si stanno correndo a DUBLINO!!!!! E non è il Giro d'Irlanda, ma il Giro d'Italia!!!
Poiché per quanti sforzi faccia non riesco proprio a capire il senso di queste scelte, prego qualche lettore del Blog, appassionato di ciclismo, di fornirmi, se può, una pur minima spiegazione.
Io non riesco a capire.
Recensioni, racconti, notizie, aneddoti,commenti, cronache,critiche, favole...... a cura di Sergio di Diodoro - giornalista free lance -
martedì 13 maggio 2014
domenica 13 aprile 2014
DA SAN FLAVIANO A GIULIA – ROVINA E RICOSTRUZIONE
Un prezioso scritto d’epoca,
dato alle stampe nel 1879 per i caratteri dello Stabilimento tipografico
Civelli di Roma ed a firma di Gabriello Cherubini, contiene dati e riferimenti
di estremo interesse relativi alla fondazione di “Giulia” ed all’elezione a
protettore di “Castro” del martire Flaviano, nonché notizie su antichi
monumenti e Chiese della città di Giulianova.
Secondo quanto riportato dall’autore, la spiaggia di Giulia offriva già
allora ai villeggianti un “soggiorno
dilettevolissimo” ed era ravvivata
da un “via vai dei più animati che si
possano vedere nelle nostre marine nei giorni dei bagni “.
L’analisi del Cherubini
spazia in realtà per tutto il territorio chietino e teramano bagnato dalle
acque dell’Adriatico, e focalizza poi Giulianova, definito paese tra i più
belli di “aspetto e di postura” tra
tutti quelli che s’incontrano sulla costa: “….sopra
una facile ed amena collina è fabbricata questa cittaduzza, ch’io vorrei
chiamare elegante. Gioconda ed ampia prospettiva si apre all’occhio di chi si
fa a guardare dalla parte di Oriente” . L’immagine, dunque, perviene in
questo caso da un osservatore posto ad oriente, presumibilmente con le spalle
al mare. Posizione peraltro anomala, che ribalta un po’ la tradizionale vista
del panorama cittadino con il mare sullo sfondo. Ma lo scritto del Cherubini riveste
importanza anche per gli interessanti riferimenti di ordine storico-geografico,
che accrescono ed ampliano il panorama delle conoscenze relative alla passato
della città: “….non si può discorrere della moderna Giulia senza toccare alcuna cosa
dell’antico Castrum Novum, poiché se quella non sorse appunto sulle rovine di
questo, egli però è certo che fu fondata in luogo assai vicino a Castro e, chi
ben considera, vede che non più di un miglio, ad un bel circa, era distante
quella colonia romana dalla Giulia d’oggi. Ciò chiaramente dicono i parecchi
ruderi, che tuttora vi rimangono ad attestare eziandio come il Castrum Novum
non fosse stato molto lontano dalle sponde del Batino. Quel Batino, come è noto, corriponde all’odierno fiume
Tordino, nei pressi del quale l’autore attesta l’esistenza di un “assai capace porto” della cui
funzionale attività dovettero servirsi non solo i cittadini, ma anche
popolazioni viciniori, se è vero che la struttura “”non solamente rendeva pronti e sicuri i commerci di Castro, ma se ne
vantaggiavano anche le regioni pretuziane, palmense ed atriana.”
Ulteriore conferma alla
importanza commerciale che dovette avere la colonia si evince dall’esplicito
riferimento alle strade consolari e militari che attraversavano all’epoca la
regione pretuziana.Tra esse (Appia,
Valeria, Claudia), ruolo non meno importante dovette avere quella via Salaria
che “”toccando Truentum, si accostava
assai a Castro”. Il fiorente porto, la facilità dei collegamenti ed il
momento di benessere economico durarono però fino a quando “le contrade abruzzesi, corse anch’esse da
quei feroci uomini del settentrione, tutte n’eran poste a soqquadro e disertate
spietatamente” Questo evento
storico, che le cronache riportano concordemente, (secolo V dell’anno
cristiano) segnò, per così dire, l’inizio di una inarrestabile decadenza: “non più commerci, non più coltura delle
pacifiche arti, ma tutti ad apparecchiarsi, come meglio si poteva, a resistere
con armi alla mano a quelle orde scomposte”. Nel succedersi dei fatti, per ironia della
sorte, proprio quel fiume che aveva rappresentato per Castro la fonte prima di
ogni benessere commerciale divenne la causa determinante di disfacimento e calamità: “ …rotte le dighe, scatenate le scogliere, né
pensandosi più a ripararle, il fiume dilagando senza più alcun rattendo per le
vicine campagne, e impaludando qua e là le sue acque, rese quei campi, una
volta sì fertili, altrettante maremme, le quali, spandendo attorno ree e
pestilenziali esalazioni, divennero in breve fonte d’incurabili malattie, di
guisa che il paese ne restò miseramente impoverito di abitanti”. Ad ulteriore riprova cronache dell’epoca
registravano al riguardo che la donazione delle rendite del porto di Castro,
disposta a favore dei Vescovi abati di
Forcona, fu da questi ultimi in quel periodo rinunciata, per via della loro
oggettiva scarsità.
Di sicura presa sul lettore,
nel testo, la citazione di una non
meglio precisata “vecchia cronaca” la
quale avrebbe fornito, come si diceva in apertura, lumi e notizie sull’elezione a protettore di
Castro del martire Flaviano: “ ….i
cittadini di Castro, fatti già cristiani, scelsero a loro protettore San
Flaviano martire; il che avvenne, secondo la grossolana credenza di quei tempi,
per opera di uno strepitoso prodigio. Perocchè era tradizione che una nave
senza nocchiero, dal lontano Oriente, approdasse alle foci del Tordino, e che
essendosi cercato qualcosa che vi fosse dentro, vi si trovasse ben chiuso, in
una cassa, il corpo del martire Flaviano di Tarso. Ciò bastò perché quel santo
non solamente fu eletto a protettore di Castro, ma che eziandio il nome antico
del paese in quello fosse tosto tramutato in San Flaviano….”
Storia, leggenda o
tradizione. Vero è, però, che le cronache registrano con riferimento certo (4
giugno 1184) l’emissione proprio dal
borgo di San Flaviano di una Bolla papale a firma di Papa Lucio III e di altre nove Cardinali, dopo il loro
allontanamento da Roma a seguito di una sedizione popolare.
Lo stesso borgo, alla metà
del secolo XV, fu teatro di una cruenta battaglia tra le opposte fazioni degli
Angioini guidati da Giacomo Piccinino e degli Aragonesi, a capo dei quali era
Federico di Montefeltro, signore di Urbino. Questo evento fu fatale per il piccolo agglomerato urbano, oggetto di
devastazione e di rovina : “ …. i gravi
danni arrecati da questa feroce pugna, e l’aria pestilenziale che vi spirava,
ridussero San Flaviano ad una squallida borgata…” ma segnò, nel contempo,
l’inizio di una nuova era, che avrebbe generato la nascita e la fondazione di “Giulia” : “Giulio Antonio Acquaviva, duca di Atri, ch’ebbe ancor signoria e titolo
di conte di San Flaviano, vedendo soprastare a quel paese così funeste sorti,
pensò volerlo rifabbricare in luogo più salubre ed opportuno, come fu quello da
lui scelto fra il Tordino ed il Salino. E perché poi di quest’opera rimanesse
ne’ futuri perpetua memoria, volle il duca che il nuovo paese dal suo nome
fosse chiamato Giulia.”
Siamo nel triennio
1469-1471. D’altro canto il buon Duca
non dovette agire da solo nella peculiare impresa. Da Napoli, infatti, lo
stesso Re Ferdinando I d’Aragona volle fornire il suo apporto, formalizzato in
un decreto, datato 3 maggio 1471, con il quale venivano concessi importanti e
particolari privilegi che potessero favorire il processo di riedificazione
della nuova Giulia sui resti del distrutto borgo di San Flaviano. Incoraggiato
ancor più dall’appoggio ricevuto, Giuliantonio proponeva iniziative volte a
facilitare il corso dei lavori: “ ….nè
alcuna cosa lasciava perché popolazione e commerci fiorissero nella nascente
Giulia e, a promuovervi il concorso delle genti vicine, con lettera del 29
gennaio 1473, ordinava che tutti quelli che venissero ad abitarvi avessero in
dono una certa quantità di terreno per seminar grano e piantar vigne”. Come
si vede, dunque, chiunque avesse accettato l’invito a diventare “giuliese”
avrebbe avuto in assegnazione ed in proprietà un fondo per la coltivazione
della terra. Così (siamo ormai nel 1482)
furono gettate le prima fondamenta e si iniziò a fabbricare le prime case . In
segno di gratitudine i nuovi abitanti vollero fornire un segno di tangibile
riconoscenza alle casate degli Acquaviva e degli Aragona, fondatori della loro
“novella patria: “ … vollero che vi si
alzasse a stemma comunale un cavaliere armato, immagine del Duca, lasciando
l’altro antico di un castello con torri al lato, ch’era quello di San Flaviano”.
Se Giuliantonio aveva
tracciato la strada da percorrere, i suoi discendenti non furono da meno nel
completare l’opera : “ ..nè il successore
di Giuliantonio, che fu Matteo III, si mostrò meno sollecito del padre nel
favorire efficacemente e nel promuovere la prosperità di Giulia con ogni sorta
di opportuni provvedimenti; né coloro che vennero appresso furono da meno nel
compiere l’opera egregia degli antenati..”
Così, nel tempo, Giulia
consolidava il suo aspetto , arricchendosi giorno dopo giorno di case, vie,
edifici e strutture : “ ..la strada
principale è quella detta del Corso, abbastanza larga e ben lastricata; le altre,
meno comode, scorrono in varie direzioni il paese….Ma il lato più appariscente
di Giulia è quello che guarda la strada, per cui molto agiatamente si discende
alla spiaggia. Quivi case meglio costruite, dove avrai ad ammirare
l’incantevole prospettiva del sottoposto mare Adriatico e l’arte industre
dell’intelligente giardiniere….” E
nel discendere verso la marina “ … cammin
facendo si incontra un’antichissima Chiesa, Santa Maria a Mare, la sola rimasta
fra le tante ch’erano in San Flaviano; ha una porta in pietra, il cui arco e
stipiti sono adorni da scolture simboliche in bassorilievo, divise in tanti
scompartimenti riquadrati; possono stimarsi avanzi di tempio pagano, esprimenti
culti barocchici…..”
A poco a poco la parte bassa
del paese assunse una sua indipendente connotazione, ponendosi come meta ambita
di vacanza e villeggiatura: “ … la stazione
ferroviaria, i molti casini di varia e gentile architettura, che fiancheggiano
l’ampia e lunga via consolare, rendono dilettevolissimo il soggiorno nella
spiaggia durante l’estate. Tutti, per due o tre mesi, vi passano lietamente la
vita, i giovani confortati da ogni specie di divertimenti in balli, in musiche,
in passeggiate per mare e, se volete, anche in amori cavallereschi; gli
attempati poi in giuochi più o meno rischiosi…” Naturalmente l’amena località non era, e non
era giusto che fosse, ad esclusivo uso e beneficio dei residenti , ma “…quivi accorrono volentieri, o per rimanervi,
o per visite agli amici ed ai parenti, quelli dei vicini paesi, o delle non
lontane spiagge di Montepagano, Calvano, Silvi, Castellammare ecc. E’, per dir
tutto in breve, un vi vai de’ più
animati che si possano vedere nelle nostre marine nella stagione de’ bagni. Chi
non crede, venga e veda.”
E davvero c’è da credere che
il luogo avesse qualcosa in più da offrire ai villeggianti, se si considera che
essi venivano a trascorrervi le vacanze
da borghi situati comunque anch’essi sul mare come Silvi e Castellammare
(Pescara).
Gabriello Cherubini, storico,
umanista e letterato (Atri 1817-1892), lasciò alla sua morte un inedito e
ricchissimo epistolario che potrebbe rappresentare interessante e stimolante
oggetto di analisi e di ricerca per lo studio di personaggi e località
dell’epoca.
Lo scritto esaminato,
raccolto nella collana “Giovinezza” di B. E. Maineri, veniva offerto ai
cittadini, nel 1880, come strenna natalizia.
martedì 1 aprile 2014
COSTA IL DOPPIO
Se si tornasse alla lira, come qualcuno auspica, cambierebbero molte cose. Senza nulla togliere agli economisti ed ai loro studi attenti e professionali, certo è che, allo stato attuale, cambierebbero davvero molte cose. Il vero handicap economico è scaturito all'origine proprio dalla comparazione lira-euro, che fin dall'inizio, è stata fatta alla pari: 1000 lire = un euro. Ossia ciò che costava 1000 lire, all'improvviso, costava 1 euro, cioè poco meno di 2000 lire. Il doppio. Esempi? A migliaia. Sulle piccole cose e sulle grandi: una busta di lupini oggi costa 3 euro, cioè 6.000 lire (seimila lire!) . Un giocattolo di plastica , quai usa e getta, 15 Euro, ossia 30.000 lire (trentamilalire!!) Un'auto che costava 15 milioni oggi costa 15.000 euro, ossia 30.000 (trentamilioni!) . Il doppio!!!
Lo stipendio dei lavoratori dipendenti è stato invece comparato con il famoso convertitore ( a proposito che fine ha fatto quello che fu inviato a casa a tutti gli italiani?) Pertanto uno stipendio di 2.000.000 di lire è stato giustamente e correttamente convertito in 1.000 euro. Quindi la stessa entrata a fronte del doppio delle uscite.
Non c'è tanto da cercare per trovare le cause della crisi.
Rimettiamo le cose a posto a partire dal rapporto lira- euro. Andiamo a ritrovare il convertitore di valuta.
Ed usiamolo nel modo giusto……….
Lo stipendio dei lavoratori dipendenti è stato invece comparato con il famoso convertitore ( a proposito che fine ha fatto quello che fu inviato a casa a tutti gli italiani?) Pertanto uno stipendio di 2.000.000 di lire è stato giustamente e correttamente convertito in 1.000 euro. Quindi la stessa entrata a fronte del doppio delle uscite.
Non c'è tanto da cercare per trovare le cause della crisi.
Rimettiamo le cose a posto a partire dal rapporto lira- euro. Andiamo a ritrovare il convertitore di valuta.
Ed usiamolo nel modo giusto……….
domenica 16 marzo 2014
BARILI PIENI E BARILI VUOTI
La paventata possibilità di andare a decurtare in qualche modo le pensioni come coadiuvante alla terapia anticrisi lascia alquanto interdetti. Si è parlato, per fortuna per ora solo parlato, di intervenire per operare tagli che dovrebbero avere lo scopo di attenuare il debito pubblico, di consentire la rinascita, di evitare il tracollo. Su tutta questa vexata quaestio bisognerebbe fare un distinguo. Innanzitutto si deve chiarire che le pensioni che vengono corrisposte agli ex lavoratori dipendenti altro non sono che contributi versati dai lavoratori stessi nel corso della propria carriera professionale. In altri termini è denaro che ciascuno ha messo da parte per la sua vecchiaia. In buona sostanza denaro proprio, che viene ora restituito un po' alla volta.. . Non è denaro dello Stato. Le pensioni erogate dallo Stato sono quelle che vengono corrisposte a chi raggiunge i limiti di età previsti. Ma sono talmente esigue che andare ad operare dei tagli su di esse sarebbe come sparare sulla Croce Rossa.
Allora, invece di pensare di raschiare il barile ormai desolatamente vuoto cercando soluzioni immorali ed impopolari, si potrebbe andare ad attingere a piene mani dai barili ancora pieni: stipendi megagalattici di manager senza scrupoli, pensioni d'oro di ex senatori e deputati, emolumenti sproporzionati ed agevolazioni esagerate, rimborsi spese e quant'altro va a gonfiare i portafogli di chi riceve molto più di quanto dà.
I pensionati sopravvivono.
Bisogna scegliere il barile giusto…...
La paventata possibilità di andare a decurtare in qualche modo le pensioni come coadiuvante alla terapia anticrisi lascia alquanto interdetti. Si è parlato, per fortuna per ora solo parlato, di intervenire per operare tagli che dovrebbero avere lo scopo di attenuare il debito pubblico, di consentire la rinascita, di evitare il tracollo. Su tutta questa vexata quaestio bisognerebbe fare un distinguo. Innanzitutto si deve chiarire che le pensioni che vengono corrisposte agli ex lavoratori dipendenti altro non sono che contributi versati dai lavoratori stessi nel corso della propria carriera professionale. In altri termini è denaro che ciascuno ha messo da parte per la sua vecchiaia. In buona sostanza denaro proprio, che viene ora restituito un po' alla volta.. . Non è denaro dello Stato. Le pensioni erogate dallo Stato sono quelle che vengono corrisposte a chi raggiunge i limiti di età previsti. Ma sono talmente esigue che andare ad operare dei tagli su di esse sarebbe come sparare sulla Croce Rossa.
Allora, invece di pensare di raschiare il barile ormai desolatamente vuoto cercando soluzioni immorali ed impopolari, si potrebbe andare ad attingere a piene mani dai barili ancora pieni: stipendi megagalattici di manager senza scrupoli, pensioni d'oro di ex senatori e deputati, emolumenti sproporzionati ed agevolazioni esagerate, rimborsi spese e quant'altro va a gonfiare i portafogli di chi riceve molto più di quanto dà.
I pensionati sopravvivono.
Bisogna scegliere il barile giusto…...
mercoledì 5 marzo 2014
MITI DI OGGI
Un mio caro amico sostiene in modo categorico che la fama, la gloria
e la ricchezza sono inversamente proporzionali all'intelligenza, alla
preparazione culturale, alle capacità professionali di un individuo, al suo
valore morale. Come crederci? Ho sempre ritenuto esagerata e fuori luogo
questa affermazione, troppo generalizzata e comunque ingenerosa ed ostile nei
confronti di chi ha raggiunto, in un modo o nell'altro, i vertici della
notorietà. A volte, però, anche le opinioni estreme
racchiudono una piccola parte di verità, soprattutto se suffragate dai
fatti. Recenti episodi di cronaca sembrano volgere in questo senso,
spingendomi, mio malgrado, a dover rivedere, almeno in parte, il mio
convincimento. Quando vedo che in questo strano Paese ascendono all'alto
gradino della gloria soggetti quanto meno esecrabili, delinquenti, ladri,
assassini, malfattori di ogni genere, gente votata alla mala gestione della
propria esistenza, mi chiedo: quali requisiti si richiedono per essere chiamati
a essere protagonisti di un talk show, di uno special televisivo, di
un'intervista importante, per diventare oggetti di culto popolare? Sono
personaggi coloro che delinquono, che evadono il fisco, che rubano ed
uccidono: assassini, , bancarottieri, rapinatori, stupratori, pedofili, ladri.
Scrivono la storia della loro sventurata vita ed il libro diventa un best
seller, vanno in televisione e fanno i picchi di ascolto, i film che
ottengono maggiore successo si ispirano alle loro scellerate malefatte.
Forse il mio caro amico non ha tutti i torti.....
Forse il mio caro amico non ha tutti i torti.....
domenica 9 febbraio 2014
IL REALE DOLORE DI LEOPARDI
Giacomo Leopardi aveva una visione dell'esistenza che agli studenti e' stata sempre rappresentata con il termine piuttosto semplicistico di "pessimismo". Sicuramente per via di quella visione del mondo e degli eventi che egli descriveva senza l'illuminazione della fede la quale sola avrebbe potuto lenire gran parte delle sue angustie giovanili. O forse le sue ansie ed il suo fastidio di vivere avevano natura assai più profonda e nessuno avrebbe potuto aiutarlo a guardarli sotto una luce diversa. Neanche la madre, Adelaide degli Antici, a lui sempre vicina, e che pure la storia racconta come donna bigotta e frequentatrice assidua di Chiese e di funzioni religiose. Perché Giacomino non subì l'influenza della mamma e non imparò a credere? Perché pur vivendo in un ambiente familiare nel quale c'erano cura e rispetto per le pratiche dello spirito egli segui' il suo istinto a deificare il " Nulla eterno"?
Sicuramente, durante la sua travagliata esistenza, colse e vaglio' la possibilità che l'"arcano" potesse avere una valenza guida nelle vicende umane. Ma l'ebbe sempre come nemica quella sensazione di misteriosa incombenza trascendentale (" se dio v'e' è dio del male......"), guardando alle sorti del mondo come ad un progressivo procedere verso un vuoto cosmico. Come affrontare una simile condanna per l'umanità intera? Con la "fratellanza universale", una specie di comunione fra le genti volta al riscatto verso l'indifferente ostilità della Natura, genitrice maligna che dispensa solo dolori e disillusioni ai suoi figli (" O Natura Natura perché non rendi poi quel che prometti allor, perché di tanto inganni i figli tuoi? ").
Non fu dunque visione "pessimistica" dell'esistenza, ma profondo convincimento cui non giovo' neppure l'essere vissuto in un ambiente familiare aperto alle sollecitazioni ed alle frequentazioni del cattolicesimo di cui la madre soprattutto era convinta sostenitrice. Lui non credette. Ma qualche sussulto interiore l'ebbe. Quando camminava per i grandi saloni del suo "paterno ostello" era sempre attento a non calpestare i punti in cui le mattonelle del pavimento, intersecandosi, formavano delle croci.
Forse dopo un un intimo e travagliato percorso di valutazione arrivò a guardare il mondo con freddo realismo.
Non con pessimismo.....
Giacomo Leopardi aveva una visione dell'esistenza che agli studenti e' stata sempre rappresentata con il termine piuttosto semplicistico di "pessimismo". Sicuramente per via di quella visione del mondo e degli eventi che egli descriveva senza l'illuminazione della fede la quale sola avrebbe potuto lenire gran parte delle sue angustie giovanili. O forse le sue ansie ed il suo fastidio di vivere avevano natura assai più profonda e nessuno avrebbe potuto aiutarlo a guardarli sotto una luce diversa. Neanche la madre, Adelaide degli Antici, a lui sempre vicina, e che pure la storia racconta come donna bigotta e frequentatrice assidua di Chiese e di funzioni religiose. Perché Giacomino non subì l'influenza della mamma e non imparò a credere? Perché pur vivendo in un ambiente familiare nel quale c'erano cura e rispetto per le pratiche dello spirito egli segui' il suo istinto a deificare il " Nulla eterno"?
Sicuramente, durante la sua travagliata esistenza, colse e vaglio' la possibilità che l'"arcano" potesse avere una valenza guida nelle vicende umane. Ma l'ebbe sempre come nemica quella sensazione di misteriosa incombenza trascendentale (" se dio v'e' è dio del male......"), guardando alle sorti del mondo come ad un progressivo procedere verso un vuoto cosmico. Come affrontare una simile condanna per l'umanità intera? Con la "fratellanza universale", una specie di comunione fra le genti volta al riscatto verso l'indifferente ostilità della Natura, genitrice maligna che dispensa solo dolori e disillusioni ai suoi figli (" O Natura Natura perché non rendi poi quel che prometti allor, perché di tanto inganni i figli tuoi? ").
Non fu dunque visione "pessimistica" dell'esistenza, ma profondo convincimento cui non giovo' neppure l'essere vissuto in un ambiente familiare aperto alle sollecitazioni ed alle frequentazioni del cattolicesimo di cui la madre soprattutto era convinta sostenitrice. Lui non credette. Ma qualche sussulto interiore l'ebbe. Quando camminava per i grandi saloni del suo "paterno ostello" era sempre attento a non calpestare i punti in cui le mattonelle del pavimento, intersecandosi, formavano delle croci.
Forse dopo un un intimo e travagliato percorso di valutazione arrivò a guardare il mondo con freddo realismo.
Non con pessimismo.....
lunedì 6 gennaio 2014
STELLA DEL PASSATO
Lunghi capelli biondi e corpi statuari in jeans, tavoli tondi e gelati serviti come sculture d’autore, gambe
accavallate di signore non più giovanissime tenacemente votate a scrollarsi di
dosso i graffi del tempo, la mia piazza è sempre qui, piena di vita, di suoni,
di colori.
Capri, Marina Piccola. Cerco oggi tra i volti diversi il tuo volto
di donna mai dimenticato.
Tu, figura femminile, così diversa dagli altri, potrai
diventare protagonista di questo racconto.
E’ passato tanto
tempo, ma nulla è mutato.
Tu non eri come gli altri “Vip” del tuo antipatico
entourage. Ed io ti vedevo ancora più
diversa. Mi piaceva immaginare che invece che ricca ereditiera fossi figlia di
pescatori. Per me eri nata a Tragara, in una di quelle casette dipinte a
ridosso del piccolo porto, di fronte al Monacone, nel cuore dell’isola. Da tuo
padre avevi ereditato il piglio fiero tipico della rude gente di mare, da tua
madre lo sguardo profondo e ricco di mistero. Questo di te oggi scriverei.
Descriverei l’effetto devastante che la prima volta ebbe
su di me il tuo dolcissimo sorriso. Le nostre lunghe passeggiate tra squarci di
variopinte prospettive e profondissimi strapiombi sul mare.
Io ormai ti consideravo parte del paesaggio stesso,
elemento naturale di quelle bellissime viste, dei tetti bianchi e del cielo
azzurro di Capri.
Oggi puoi diventare protagonista di questo racconto:
una ragazza di alta società, vestita alla moda, ma per me nata a Tragara,
vicino al porto, e figlia di pescatori, incontrata di nuovo per rivivere quella
giovanile età , la freschezza di quelle immagini, dei cieli tersi, dei radiosi
mattini d’estate, di quei momenti di libera e sfrenata fantasia.
Guardami di nuovo negli occhi in questa piazza in cui
il profumo dei fiori e il sapore del mare giungono come erano una volta,
nonostante il tempo trascorso.
Come quando eravamo ai piedi dello Scopolo. Avevi
insistito perchè ti accompagnassi alla ricerca della lucertola azzurra. Avevi
gli occhi brillanti come la luce di quel mattino. I tuoi gesti erano misurati,
quasi come se rispondessi a precise esigenze di un copione narrativo che io
avevo dentro e che mi passava in rapida visione davanti agli occhi. A te
piacevano i miei scritti ed io quando ascoltavo i tuoi commenti sentivo più
forte la voglia di continuare per poi ricadere sempre, però, in ostative remore
ed inibizioni.
- Tu sei un poeta...-
- Poeta. Perchè mi dici poeta? Io sono come un bimbo
che piange. Vorrei esprimere quello che provo ma non riesco a farlo. Vorrei
scrivere con la stessa facilità con cui un usignolo canta. Se solo sapessi
trasmetterti una piccola parte del mio sentire…. –
Ma sebbene non sapessi manifestarti i moti del mio
animo, tu eri ormai capace di leggermi dentro. Certo eri assai vicina a comprendere,
spesso, il senso di una fuggevole impressione suscitata in me da episodi
all’apparenza senza significato, e per altri sicuramente privi di commozione.
Ciò era per me motivo di disagio e di non sapevo quale pudore.
Tu leggevi virtualmente ogni pagina del mio futuro
scritto e recepivi il vero, intimo significato di ogni parola, interpretandola
come io avrei voluto che fosse. Subivi lo stesso ineffabile turbamento che le bellezze
naturali dell’isola avevano generato in me come folgorazioni improvvise.
Sono tornato a Capri per incontrarti ancora.
Cosa è una storia d’amore se non un album di ricordi in
cui cercare trascorse emozioni?
Un amore può rinascere dalle ceneri del suo passato.
Puoi amarmi ancora, se vuoi, oltre ogni limite ed ogni
circostanza, solo nell’illusione di un magico momento che la mente a suo
arbitrio ricompone.
Voglio perdermi come una volta in quel mondo fatuo di
lustrini e scarpe bianche, di creme abbronzanti e lunghi abiti da sera al quale
uno strano destino mi accostò, un tempo, per fornirmi il canovaccio di una
possibile scrittura.
Avevo subito ceduto al richiamo del tuo dolcissimo
sorriso. Da un tavolo all’altro, tra il profumo dei caffè, le note accorate dei
Beatles ed i e languidi ammiccamenti malamente ascosi di mogli non più giovani,
coi mariti in città, più di una volta
m’era parso voluto e non casuale quel tuo fuggevole guardare verso me, subito
seguito da un’ improvvisa e depistante, fittizia conversazione con l’amica a te
vicina. Pur prevenuto, e comunque per principio ostile a quelle fumose
ostentazioni di gloria sociale, ero tuttavia tornato in seguito a sedermi allo
stesso tavolo e avevo guardato, ogni sera, da quella parte.
I tuoi occhi belli, azzurri e profondi come il mare
di Capri, sorrisero un giorno al mio sentire.
Un momento magico e irripetibile, reso irreale dalla
mitezza del clima e dalla brezza che giungeva impregnata di tutti gli odori del
mare.
Puoi amarmi ancora. Anche se oggi non ci sei. Anche
se non ti troverò più in questo dedalo di viuzze e di archi, tra il
suono accorato dei mandolini e tra i caroselli delle insegne luminose delle
boutiques d’alta moda, in quei luoghi dove una volta passeggiavamo insieme.
Ora sei oltre quel lontano orizzonte, che a me pareva
vicino, e che pure spesso scompariva alla nostra vista, suggerendo mondi
sconfinati di luce.
Ma oltre
quella linea immaginaria, io odo ancora la tua voce abbellita dalle melodiose
cadenze del mantovano. E fantastico ancora di luoghi arcani, che avremmo
visitato insieme se non fossi scomparsa dalla mia vita come una meteora nel
cielo.
Ma ovunque tu sia, stella del mio passato, se esisti,
amami ancora.
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