mercoledì 1 luglio 2015

PIETRO FERRARI DA GIULIANOVA

Quel perentorio “Ai posti di combattimento!” con cui si presentava in aula con i libri in mano e spingendo la porta con un piede, il giorno in cui c’era compito in classe, non era solo un invito alla massima concentrazione per l’impegno di quel momento, ma era un monito universale, una sorta di precetto da osservare per sempre durante la vita, una dura legge che nell’adolescenza si ignora ancora.  Quel simpatico incitamento era un sistema inusuale, strambo e bizzarro per sollecitarci a guardare il futuro con animo impavido, uno sprone ad armarci di forza e di coraggio per affrontare gli ostacoli ed i casi della sorte.
Così Pietro Ferrari da Giulianova, come amava nominarsi,  inculcava ad intere e successive generazioni di studenti, sani principi esistenziali, sempre giocherellando con motti e gesti tra il serio ed il faceto, tra citazioni e rime, forbiti richiami classici e sontuose espressioni auliche. Una cultura infinita, sempre pronta ad emergere dal suo aspetto austero ed umile al tempo stesso,  imponente e carismatico, ma mai distaccato.
Tutto ciò che arrivava, in termini di insegnamento, giungeva da una via diversa, insolita, affatto anomala. Imparavi a conoscere e ad apprezzare un autore perché lui riusciva a farti ripercorrere a ritroso il travagliato cammino che partiva dal tormento dell’ispirazione per culminare poi  nella genesi di un’opera, esaltando la  fase embrionale ed il conflitto interiore che l’avevano generata. Forse perché Ferrari era lui stesso grande poeta, scrittore e critico,  uomo eccellente che vibrava di ineffabili sensazioni dell’animo e di brividi di puro lirismo.
Pietro, Pierino come lo chiamavano gli amici del mare, della sua sempre amata Giulianova, percorreva sentieri paralleli all’esistenza terrena. Capivi che quell’aspetto fisico burbero e possente non apparteneva alla comune realtà delle cose, al routinario procedere del tempo. La sua figura massiccia era addolcita da una incomparabile sapienza, di cui non dava mostra in modo  indiscreto, ma che traspariva tuttavia da ogni gesto e da ogni parola, come se tutto in lui sublimasse da un’ eburnea base di conoscenza, non intaccabile da fuori.
Essere stato tra coloro che dai banchi del Liceo, durante i mitici e favolosi anni sessanta, l’ascoltarono erudire, insegnare, o solo discorrere e parlare, e poi declamare a memoria interi canti della Divina Commedia, non è privilegio da poco.  Coglievi nel suo sguardo i fulminei raggi di un’indefinibile stravaganza, quasi come se volasse nell’etereo spazio di una sua ascosa e impenetrabile dimensione alla quale sapevi che mai avresti potuto accedere. Era un suo microcosmo, vago e indefinito, avvolto nella coltre nebulosa di un continuo fastidio esistenziale,  sempre altalenante  tra “”amor vitae “” e “” cupio dissolvi”” come bene avvertì il Santucci, che l’ebbe collega all’Università, recensendo alcune sue “Esperienze liriche dell’inesistenza (“Il mio cuore sepolto, se lo sfiora un richiamo di luce dalla vita, abbrividisce un attimo e rimuore”).
Tra i molteplici e mai negletti ricordi mi sovviene di un mattino di novembre : la tenue luce di un pallido sole, il sapore appena aspro dell’aria dell’autunno inoltrato, durante una gita scolastica. Con quel suo fare sornione non smetteva di passare di continuo dal fare giocoso alla domanda diretta, seria e cattedratica: mi chiese senza pudore ed  ex abrupto l’aoristo passivo di “Orao”, comparendomi davanti all’improvviso mentre m’ero coraggiosamente appartato con un amoretto liceale in un angolino del ristorante, complice l’atmosfera di diversità che si respirava così lontano dall’aula….
Eppure non mi parve inopportuna quell’intrusione. Faceva parte del gioco d’insieme, del mirabile clima di goliardica complicità che aveva instaurato con noi tutti e che lo rendevano un insegnante davvero “diverso”.
Anche per questi episodi così peculiari ed atipici Pietro Ferrari non può essere descritto né definito senza onerosi stenti e senza che, vergando il foglio, la penna esiti e indugi, perché il ricordo rende lucidi gli occhi e genera un nostalgico groppo in gola.
   Nelle pause e nei non molti momenti confidenziali raccontava di sé, delle sue numerose sentimentali avventure trascorse e dei suoi tormenti adolescenziali, sempre velando ogni frase ed ogni espressione sotto un sottile strato di inquietudine e di mai sopita mestizia. Quasi come se il tempo, così velocemente  fuggendo (“Ruit hora, fugit irreparabile tempus” sempre sentenziava) l’avesse privato di qualcosa che si sarebbe aspettato come giusto seguito, trasferendolo da una primitiva e inconsapevole dimensione di luce ad un consapevole spazio di tenebra incombente (“”Come divenni, io infinito, un uomo?””) .
Scrittore e poeta dall’animo sensibilissimo, usava il suo cantare per difendersi dall’imperversare degli eventi, cui soggiaceva in modo non inerte, affidandosi ad un  fortissimo sentire. Così raccontò una volta che travolto al largo dai marosi durante un’uscita con la barca in mare, sul punto di cedere alla violenza dei flutti, con tutto lo spirito guerriero che gli era dentro s’oppose indomito alla furia degli elementi e dichiarò a se stesso che mai nella vita avrebbe ceduto alla paura, e che sempre avrebbe preferito “” vivere fortissimamente, oppure morire”.
Subiva il travaglio culturale in modo intenso e sofferto, eppure da esso traeva linfa vitale, illuminazioni e valori di ricchezza morale che con assoluta semplicità riusciva a trasferire ai suoi adepti, perché tali per lui noi eravamo e non solo studenti di Liceo.
Durante le mirabili citazioni e declamazioni dei brani, sempre recitati a memoria, sapientemente modulava l’accento tonico con volute esagerazioni, esaltando il senso ed il significato del testo e solennizzando  ogni singolo termine ed ogni parola fino a sublimarne magicamente l’essenza.
Guardandolo con continuo interesse dal mio banco in prima fila durante le lezioni, e cercando continuamente  di cogliere in ogni suo gesto o in ogni espressione del suo viso qualche particolare che potesse aiutarmi a decifrarne la complessissima indole,  sempre immaginai che grande uniformità di sentire dovette covare in sé con lo “spirto guerriero” del Carducci, o con l’animo nobile e ribelle di quel Farinata degli Uberti, di cui spesso all’occorrenza in aula richiamava le doti di grande fierezza, mimando, dopo essersi alzato in piedi sulla pedana della cattedra e gonfiato il torace in modo buffo e curioso, il fatidico momento dell’incontro con Dante. “”Io avea il mio viso nel suo fitto, ed el s’ergea col petto e con la fronte come avesse l’Inferno in gran dispitto……”  urlava con la possente voce che rintronava simile al fragore del tuono per tutti i corridoi del Liceo e che per  il seguito dei nostri giorni noi avremmo tante volte riudito rimbombare in testa come un monito ad affrontare la vita con ferma determinazione ripudiando per principio ogni vile sottomissione.
Ferrari era maestro, guida e precettore.  Il suo insegnamento travalicava gli schemi e gli stereotipi del tradizionale sistema di erudizione e spaziava nel campo esistenziale, sicchè tutto ciò che da lui si apprendeva avrebbe avuto, in futuro, possibile ed utile applicazione nella quotidianità, fornendo preziosi lumi per cercare di rendere intelligibile il “mistero della vita”. E proprio quel grande mistero lo occupava, senza sosta e senza tregua, in ogni istante della sua esistenza, ponendogli non pochi affanni, fino all’ultimo giorno (“”che io non ti abbia atteso invano”” si legge sulla lapide del suo sepolcro nell’autonecrologio con riferimento all’Essere Supremo del quale sempre avvertì con travaglio interiore, ma con ferma convinzione,  la reale esistenza).
Aveva mani tozze e rudi, callose e nodose, come quelle di un vero marinaio. E davanti al mare, quando nei giorni di burrasca amava rifugiarsi nel suo caro Trabocco sul porto, veniva fuori quel mirabile contrasto tra il suo aspetto fisico forte e possente e la sensibilità del suo animo capace di recepire i minimi sussulti del cuore.  
Quando personaggi di tale ricchezza interiore entrano in contatto con gli altri lasciano il segno. Noi sessantottini, liceali, desiderosi di cambiare il mondo, travolti dagli eventi e dalle ideologie di quegli anni difficili, avevamo tanto bisogno di essere guidati e portati per mano per essere avviati sulla giusta strada.
Pietro Ferrari è stato il nostro grande maestro di vita.
Noi non lo dimenticheremo mai.


martedì 31 marzo 2015

AL TRAMONTO

Io non so per quanto tempo ancora
ci sarà concesso di camminare a fianco
lungo questo sentiero impervio
che trae verso l’ignoto.

Avverrà che uno di noi due, un giorno,
nell’andare, diventi, suo malgrado,
di doloroso impaccio all’altro,
e che poi si arresti.

E l’altro dovrà da solo, nondimeno,
riprendere il cammino.

Io non so chi, né perché, né quando,
ma qualcuno ci dividerà.
E allora uno di noi, fatalmente,
diventerà per l’altro rimpianto struggente.

La memoria assorbirà il ricordo lentamente,
ma senza lasciarlo mai più svanire.

Io chiedo di non sopravviverti.
Ma se al tramonto tu non fossi più qui,
io ti seguirò nello stesso istante,
prima che la crudele notte sopraggiunga,
e il buio della tua assenza
mi avvolga per sempre.


venerdì 13 marzo 2015

LE VOCI DEL MARE

”Il mare non ha paese ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là, dove nasce e muore il sole..”

                           Come reso irreale dal silenzio, interrotto solo dal lento e ritmato riflusso dell’onda sugli scogli e dal planato volo dei gabbiani, alcuni a tratti quasi immobili nel cielo, il porto appariva, quella sera, simile ad un quadro d’autore, dipinto con cura, e tuttavia non concluso, forse perché l’ultimo  tocco di pennello, definendone in modo immutabile forme e contorni, avrebbe potuto alterarne la virtualità e la portata espressiva, ineffabili nella loro evanescenza.
Quasi per tener dietro ad un antico rituale anche quella sera, lentamente, i pescherecci volgevano le prue verso il lontano orizzonte, uno dietro l’altro, sollevando nell’acqua vortici di schiuma e riverberi sbiaditi dell’ultimo sole del giorno, immenso disco di fuoco che il Gran Sasso, a poco a poco, traeva a sé in un richiamo eterno e naturale.
Si allontanavano e scolorivano le luci del porto e, da bordo, Giulianova spariva in lontananza con le sue case, le voci, i colori della sera ormai tarda.
Vincenzo di solito restava a lungo con lo sguardo fisso in direzione del campanile del Santuario, ora illuminato per l’ormai prossima Festività del 22 aprile. Quello era il punto di riferimento che avrebbe potuto vedere ancora per un po’ di tempo mentre il peschereccio si allontanava in mare aperto. E questa sua peculiarità gli consentiva di avere, nei confronti dei compagni di viaggio e di lavoro, ormai già dediti alle incombenze di bordo, un intimo colloquio con la sua terra, col paese, con Lucia. Era questa l’ultima uscita in mare prima del matrimonio. Dopo il ritorno avrebbe prelevato in Banca quanto messo da parte in duri anni di sacrifici e di rinunce e avrebbe sposato Lucia.
- Quattro soldi Peppì - confidava mentre insieme preparavano le reti nelle ceste – ma per sposarsi bastano. Poi ci accontenteremo.-
-Un mestiere così è già molto se ti fa campare – sentenziava Tonino, il cuoco, e mentre il profumo delle sarde arrostite si mescolava a quello pungente della salsedine e delle gomene inzuppate d’acqua, Vincenzo rifletteva sull’immutabile realtà di quella vita, non diversa da quella vissuta da suo nonno e da suo padre, marinai, con famiglie e figli che avevano sempre avuto gli stessi problemi.
Questo pensiero, in parte, lo rincuorava, né del resto egli avrebbe mai potuto immaginare per sé occupazione diversa o altro lavoro che quello di marinaio.
Il mare, le sue voci, la fragranza asprigna della salsedine, quello spazio azzurro infinito che lo circondava , tutto gli era da sempre naturale, consueto, solito ed usuale, tutto da sempre era parte inscindibile della sua vita.
La brezza della sera, prima leggera e gradevole, s’era fatta, al sopravvenire della notte, prima più tesa, per poi trasformarsi, a poco a poco, in vento forte. Stava arrivando l’ennesima tempesta. Nel buio che ora avviluppava da ogni parte l’imbarcazione Vincenzo, come altre volte era capitato, individuava distintamente il bianco latteo e vorticoso delle onde. Ma gli parve, quella notte, come di udire nel vuoto l’eco di voci lontane, arcani e indefiniti, ma suggestivi richiami del mare. Anche il mugghiare delle onde gli sembrava quella notte diverso, sicchè si pose, per la prima volta, come non aveva mai fatto prima, neutrale e distaccato di fronte a tutto. Diventò un osservatore esterno. E mentre non v’era fenditura né pertugio ove il vento freddo non filtrasse, per uscirne poi sibilando, e mentre tra le alte onde il piccolo “Vincenzo Padre” era diventato poco più di un fuscello alla deriva in uno stagno, Vincenzo guardò fisso verso gli altri suoi tre compagni. Quando i lampi li illuminavano a giorno coglieva su quei volti scuri e grinzosi un’espressione rude ma mai impaurita, e li vedeva preoccupati, ma non disperati, sempre forti e tenaci, come le genti d’Abruzzo.
Le reti distrutte, gli ingenti danni alle imbarcazioni, la perdita totale del pescato, tutto era parte di una storia scritta da sempre, ogni volta riletta e mai ripudiata.
Vincenzo quella notte colse e valutò l’ineluttabilità di quella vita, la sua obiettiva imprevedibilità, ma anche il legame inestricabile che congiungendola a quegli uomini e alle loro famiglie ne avrebbe distrutto, se mai si fosse spezzato, l’esistenza.
Burrasche simili Vincenzo ne aveva viste e conosciute. Quella notte, però, aveva deciso di recitare una parte: voleva essere lì per caso, a guardare da fuori, a giudicare. Mentre egli stesso, non diversamente dagli altri lavorava freneticamente, vedeva  tutti correre, affannarsi, sfidare il mare, quel mare padrone, maestoso e forte, giudice di ogni evento, arbitro e sovrano della sorte di ognuno. Tutti correvano, bagnati, lerci, incappucciati, sotto le continue sferzate del vento gelido e delle onde, ma nessuno si chiedeva in cuor suo perché, quasi in ossequio ad un atavico istinto.
Vincenzo quella notte non era tra loro. Li udiva strillare, scambiarsi mezze frasi, mezze parole gridate più forte del vento, e poi udiva invocazioni, preghiere, maledizioni, bestemmie: contrasti di sensazioni e di sentimenti  da cui scaturiva forte la ferma determinazione a non cedere, a non sottostare alla terribile ira del mare di quella notte d’aprile.  
Si sarebbe sposato Vincenzo, e suo figlio si sarebbe chiamato Ezio, come suo padre. L’aveva sempre pensato perché così usava tra la gente di mare, tra i marinai ed i pescatori. E pensò a suo figlio quella notte d’aprile, a come mai avrebbe acconsentito a farne un marinaio, per non saperlo mai in balia delle onde, malvestito come lui, col maglione ruvido di lana e con i pantaloni sempre sudici e bagnati. E, tutto sommato, povero. Questi pensieri  gli vorticavano nella mente mentre guardava fisso la sua borsa con i manici di corda , inzuppata d’acqua, abbandonata in un angolo del ponte. Quella borsa che, pure, sarebbe ancora servita la prossima volta, e chissà per quante altre volte ancora.
L’alba ormai prossima tingeva l’orizzonte dei tenui colori di un mattino che ognuno, a bordo, prevedeva radioso.
Si parlava ora solo dei giorni futuri, di come e quando si sarebbe provveduto a rammendare le reti, a sistemare o a sostituire le scotte. Si azzardava una valutazione approssimativa dei danni subiti e si guardava dappertutto per essere certi che nessun attrezzo fosse diventato del tutto inutilizzabile al punto da rendere difficoltosa o addirittura impossibile la successiva uscita in mare.
S’era sopito, ora, quel mare. Il tumultuoso ruggito della notte s’era fatto prima lamento, poi amabile sussurro. Erano ormai chete le acque e l’aurora si stagliava sullo sfondo di un cielo allegrato dal volo maestoso dei gabbiani che seguivano il “Vincenzo Padre”, messaggeri essi stessi di nuova vita e di rinnovata serenità.
Vincenzo, sul ponte, aspettava ansioso il primo raggio  di sole: si tornava in porto.
- Per chi vive come noi – disse Giovanni – non dovrebbe mai essere mare brutto. Una notte sprecata, lontano da casa senza motivo, e senza guadagno..-
Vincenzo, sul ponte, aspettava ansioso il primo raggio di sole, mentre  si tornava in porto. Guardava le reti quasi completamente distrutte  e le sartie spezzate ed inservibili, mentre le pompe della sentina funzionavano senza interruzione per estrarre acqua dalla stiva allagata. Il porto, in lontananza, apparve a lui prima che agli altri, in un ovattato silenzio che ora regnava sovrano, mentre la prua del peschereccio fendeva il mare ancora grigio, ma ormai calmo. Solo qualche cresta d’onda, imbiancando, ricordava ancora i burrascosi vortici della notte.
Vincenzo pensò a Lucia quando ormai gli apparve nitida l’immagine del campanile del Santuario, la Chiesa nella quale la domenica successiva si sarebbe sposato. E pensò ad Ezio, suo figlio. L’avrebbero chiamato così, ne era certo. Poi, come aveva sempre fatto prima dell’attracco, ricompose la sua borsa di corda con ciò che restava di quanto s’era portato.
Era pace fatta col mare. Tutti ora a bordo parlavano tra loro e ridevano. Vincenzo pure era tornato se  stesso, elemento naturale di quella vita e di quel mondo. Ora, ravvedendosi, pensava che pure Ezio, se mai un giorno fosse nato per volere di Dio, sarebbe partito con la sua borsa di corda. Perchè era giusto così, e perchè quel mare era da sempre vero padre di tutti loro.
E capì, mentre il “Vincenzo Padre” superava l’imboccatura del porto per trovare in esso rifugio, come un bimbo cerca il seno della mamma, che pescatore e marinaio sarebbe stato suo figlio, come lo erano stati suo padre e suo nonno.
Perché il mare è unica fonte di sostentamento e di vita per chi, come lui, riesce ad amarlo e ad odiarlo in una notte sola.



lunedì 19 gennaio 2015

STELLA DEL PASSATO


Lunghi capelli biondi e corpi statuari in jeans,  tavoli tondi e  gelati serviti come sculture d’autore, gambe accavallate di signore non più giovanissime tenacemente votate a scrollarsi di dosso i graffi del tempo, la mia piazza è sempre qui, piena di vita, di suoni, di colori.
Capri, Marina Piccola.  Cerco oggi tra i volti diversi il tuo volto di donna mai dimenticato.
 E’ passato tanto tempo, ma nulla è mutato.
Tu non eri come gli altri “Vip” del tuo antipatico entourage. Ed io ti  vedevo ancora più diversa. Mi piaceva immaginare che invece che ricca ereditiera fossi figlia di pescatori. Per me eri nata a Tragara, in una di quelle casette dipinte a ridosso del piccolo porto, di fronte al Monacone, nel cuore dell’isola. Da tuo padre avevi ereditato il piglio fiero tipico della rude gente di mare, da tua madre lo sguardo profondo e ricco di mistero. Se dovessi scrivere di te descriverei l’effetto devastante che la prima volta ebbe su di me il tuo dolcissimo sorriso. Le nostre lunghe passeggiate tra squarci di variopinte prospettive e profondissimi strapiombi sul mare.
Io ormai ti consideravo parte del paesaggio stesso, elemento naturale di quelle bellissime viste, dei tetti bianchi e del cielo azzurro di Capri, una ragazza di alta società, vestita alla moda, ma per me nata a Tragara, vicino al porto, e figlia di pescatori.
Vorrei incontrarti di nuovo per rivivere quella giovanile età , la freschezza di quelle immagini, dei cieli tersi, dei radiosi mattini d’estate, di quei momenti di libera e sfrenata fantasia.
Guardarti di nuovo negli occhi in questa piazza in cui il profumo dei fiori e il sapore del mare giungono come erano una volta, nonostante il tempo trascorso.
Come quando eravamo ai piedi dello Scopolo. Avevi insistito perchè ti accompagnassi alla ricerca della lucertola azzurra. Avevi gli occhi brillanti come la luce di quel mattino. I tuoi gesti erano misurati, quasi come se rispondessi a precise esigenze di un copione narrativo che io avevo dentro e che mi passava in rapida visione davanti agli occhi. A te piacevano i miei scritti ed io quando ascoltavo i tuoi commenti sentivo più forte la voglia di continuare per poi ricadere sempre, però, in ostative remore ed inibizioni.
- Tu sei un poeta...-
- Poeta. Perchè mi dici poeta? Io sono come un bimbo che piange. Vorrei esprimere quello che provo ma non riesco a farlo. Vorrei scrivere con la stessa facilità con cui un usignolo canta. Se solo sapessi trasmetterti una piccola parte del mio sentire…. –
Ma sebbene non sapessi manifestarti i moti del mio animo, tu eri ormai capace di leggermi dentro. Certo eri assai vicina a comprendere, spesso, il senso di una fuggevole impressione suscitata in me da episodi all’apparenza senza significato, e per altri sicuramente privi di commozione. Ciò era per me motivo di disagio e di non sapevo quale pudore.
Tu leggevi virtualmente ogni pagina del mio futuro scritto e recepivi il vero, intimo significato di ogni parola, interpretandola come io avrei voluto che fosse. Subivi lo stesso ineffabile turbamento che le bellezze naturali dell’isola avevano generato in me come folgorazioni improvvise.
Sono tornato a Capri per incontrarti ancora.
Cosa è una storia d’amore se non un album di ricordi in cui cercare trascorse emozioni? 
Un amore può rinascere dalle ceneri del suo passato.
Puoi amarmi ancora, se vuoi, oltre ogni limite ed ogni circostanza, solo nell’illusione di un magico momento che la mente a suo arbitrio ricompone.
Voglio perdermi come una volta in quel mondo fatuo di lustrini e scarpe bianche, di creme abbronzanti e lunghi abiti da sera al quale uno strano destino mi accostò, un tempo, per fornirmi il canovaccio di una possibile scrittura.
Avevo subito ceduto al richiamo del tuo dolcissimo sorriso. Da un tavolo all’altro, tra il profumo dei caffè, le note accorate dei Beatles ed i e languidi ammiccamenti malamente ascosi di mogli non più giovani, coi mariti in città,  più di una volta m’era parso voluto e non casuale quel tuo fuggevole guardare verso me, subito seguito da un’ improvvisa e depistante, fittizia conversazione con l’amica a te vicina. Pur prevenuto, e comunque per principio ostile a quelle fumose ostentazioni di gloria sociale, ero tuttavia tornato in seguito a sedermi allo stesso tavolo e avevo guardato, ogni sera, da quella parte.
 I tuoi  occhi belli, azzurri e profondi come il mare di Capri, sorrisero un giorno al mio sentire.
Un momento magico e irripetibile, reso irreale dalla mitezza del clima e dalla brezza che giungeva impregnata di tutti gli odori del mare.
Puoi amarmi ancora. Anche se oggi non ci sei. Anche se non ti troverò più  in  questo dedalo di viuzze e di archi, tra il suono accorato dei mandolini e tra i caroselli delle insegne luminose delle boutiques d’alta moda, in quei luoghi dove una volta passeggiavamo insieme.
Ora sei oltre quel lontano orizzonte, che a me pareva vicino, e che pure spesso scompariva alla nostra vista, suggerendo mondi sconfinati di luce.
 Ma oltre quella linea immaginaria, io odo ancora la tua voce abbellita dalle melodiose cadenze del mantovano. E fantastico ancora di luoghi arcani, che avremmo visitato insieme se non fossi scomparsa dalla mia vita come una meteora nel cielo.
Ma ovunque tu sia, stella del mio passato, se esisti, amami ancora.



giovedì 30 ottobre 2014

ABITAVAMO IN VIA QUARNARO

Anteprima:

Domenica 14 dicembre 2014, presso la Sala Buozzi, a Giulianova Alta, presentazione del romanzo autobiografico "Abitavamo in via Quarnaro", di Sergio di Diodoro.

giovedì 9 ottobre 2014

ABITAVAMO IN VIA QUARNARO



Avverto che nel mese di dicembre sarà nelle librerie il mio romanzo autobiografico "ABITAVAMO IN VIA QUARNARO", storia di coloro che vissero la propria infanzia e la propria adolescenza negli anni '50 e '60  a Giulianova .
La presentazione  del libro avverrà verosimilmente intorno alla seconda decade del mese.

lunedì 29 settembre 2014

A mia moglie per il 36' di matrimonio


Non abbiamo ancora navigato
Il nostro mare più bello,
non abbiamo ancora conosciuto
tutti i porti della vita.
Non abbiamo ancora vissuto
I nostri giorni più belli.
Non abbiamo ancora finito
di sognare.
E le parole più belle che ho da dirti
non te le ho dette ancora,
perché nulla di noi appartenga al passato
e l'incantesimo della nostra storia
sia sempre e solo nel futuro
che vivremo insieme.