domenica 14 aprile 2019

IL TRAGICO DESTINO DI SAN GIULIANO TRA STORIA, LEGGENDA E FANTASIA POPOLARE

Un raro volumetto, dato alle stampe a Roma nel 1909, riprendendo un lavoro di ricerca iniziato tempo prima e mai portato a termine, raccoglie canti narrativi, profani e religiosi, del mezzogiorno d’Italia e delle popolazioni del centro.
Autore Raffaele Magnanelli, marchigiano di origine, laureato all’Università di Roma nel 1904 con una tesi sulla letteratura popolare religiosa.
Già ufficiale di fanteria Raffaele partecipò ad imprese belliche nel primo conflitto mondiale e poi diventò gesuita abbracciando, nella seconda parte della sua vita, la carriera ecclesiastica, suscitando peraltro non poca sorpresa tra i contemporanei, soprattutto perché la risposta alla chiamata mistica arrivò in età alquanto matura.
Il libro, Canti narrativi religiosi del popolo italiano novamente raccolti e comparati (ed. Loescher), difficile da reperire anche per la sola consultazione, analizza sei gruppi di canti religiosi scaturiti da antiche leggende agiologiche. La ricerca agiografica, in realtà, non sempre prevale nella stesura del testo che diventa in buona sostanza una preziosa raccolta di testimonianze, vere o meno vere, sulla narrativa religiosa della poesia popolare. In particolare la vita e gli atti più celebri dei santi diventano oggetto del narrare, con prevalente riferimento ai primi martiri delle persecuzioni cristiane.
Il lavoro di raccolta del Magnanelli ripercorre, rivisitandole, antiche storie leggendarie, romanzesche e favolose, che impressione straordinaria dovevano aver suscitato in passato sui lettori. I diversi racconti, dai quali l’autore trae materia di analisi e motivi ispiratori di scrittura, presentano un linguaggio nuovo, affatto diverso da quello rozzo ma spontaneo delle leggende popolari tramandate oralmente e dal successivo poetico verseggio delle composizioni in rima da cui essi traggono origine.
Una continua e metodica ricerca di elaborazione del testo ha infatti lo scopo di elevare termini ed espressioni al fine di conferire alla scrittura una parvenza di veste letteraria, senza tuttavia alterare il senso e la sostanza delle storie originali.
La metamorfosi è graduale e si manifesta tempo per tempo. L’antica poesia popolare religiosa, tramandata oralmente o per mezzo di manoscritti, con il suo fantastico bagaglio di leggende e di meraviglia a poco a poco affina così la sua rozza veste e sotto l’incalzare della nuova civiltà assurge ad opera letteraria. Il processo di mutamento avviene tra i secoli XIV e XVI in modo lento e graduale, e consente tuttavia di conservare nel tempo la memoria di eventi che non è facile oggi far risalire a fatti storici realmente accaduti o invece leggendari, o anche semplicemente frutto della fervida fantasia popolare.
Il Magnanelli attinge a questa fonte raccogliendo nel suo volume i diversi canti narrativi religiosi del popolo italiano. Nella parte prima (si prevedeva un seguito ma in realtà l’opera rimase unica e non fu mai stampata una seconda parte) si narrano eventi e vicende relativi alla vita di s. Alessio, s. Barbara, s. Caterina martire, s. Caterina peccatrice, s. Giuliano e s. Lucia.
Pur nella narrazione di natura favolistica l’autore non perde mai di vista la ricerca della verità, ricorrendo quanto meno alla sistematica analisi di ciascun avvenimento, cercando sempre di fare affiorare particolari che abbiano un addentellato con contemporanei accadimenti storici, cercando quindi di sfrondare per quanto possibile ciò che attiene presumibilmente alla leggenda o che si suppone sia frutto della fantasia popolare. È un lavoro di lima, un po’ come cercare di far riemergere storie che si prestano comunque ad essere credute o non credute e che pertanto possono apparire vere o non vere, lasciando sempre un margine di discrezionalità e di giudizio a chi legge.
Uno dei personaggi citati nel volume, s. Giuliano, in una delle versioni rimaneggiate, entra in qualche modo in contatto con la città di Giulianova.
Anche qui non è agevole dipanare la matassa dell’ingarbugliato coacervo di notizie raccolte dal Magnanelli sulla vita del santo. Diverse nella forma, ma non nella sostanza, tutte le vicissitudini oggetto di narrazione concordano comunque nella descrizione della tragica fatalità che portò Giuliano al terribile omicidio dei genitori.
Uno dei canti popolari che avevano per oggetto la biografia di Giuliano fu ripreso ed elaborato in provincia di Arezzo da Giulio Salvadori e pubblicato nel 1896 nel primo numero del periodico “Vita popolare marchigiana”, un altro nei Canti popolari umbri di Giuseppe Mazzatinti un altro ancora, di stampa marchigiana, nei Dispetti, canzoni, stornelli, indovinelli senigalliesi pubblicato nel 1898 da Augusto Agapiti. Ciò ad ulteriore riprova del fatto che la storia veniva raccontata in modo dissimile ed era ambientata in luoghi diversi.
Il testo che collega s. Giuliano alla città di Giulianova fu pubblicato a Firenze nel 1887 nell’opera di Antonio De Nino Usi e costumi abruzzesi, nel quarto volume dal titolo Sacre leggende.
Si narra la vita di Giuliano di Urbino. Il canto popolare di riferimento, in versi, già nell’introduzione dà conto della buona dose di dubbio che si insinuava tra il popolo in merito alla veridicità degli eventi che si andavano narrando: “Se è verità o bugia io non lo so: disse la donna che me lo raccontò”. È evidente il richiamo alla trasmissione orale “di bocca in bocca” che, in quanto tale, era evidentemente soggetta a successivi tagli o a arbitrarie aggiunte che andavano tempo per tempo ad arricchire o a depauperare il racconto originario rendendolo non sempre del tutto attendibile.
Giuliano sarebbe nato dai conti Gioffredo ed Anna d’Angiò e sarebbe venuto alla luce dopo che i genitori con molte preghiere avevano chiesto a Dio il dono di un figlio. La madre, prima del parto, avrebbe avuto in sogno la visione di una bestia in figura umana che divorava lei e suo marito. E Giuliano, giovincello, appassionato cacciatore, un giorno sul punto di uccidere una bestia, avrebbe ricevuto da essa questa sconcertante profezia “Non mi uccidere, io ti dirò il tuo destino; con un sol colpo ucciderai tuo padre e tua madre”.
La reazione del giovane sarebbe stata quindi quella di evitare in tutti i modi l’avverarsi della predizione.
Per tale ragione egli decide di abbandonare la casa e la famiglia, fugge a Roma, poi si trasferisce prima ad Acri e quindi a Gerusalemme e poi ancora in Galizia per incontrare l’apostolo Giacomo. Qui vaga per dieci giorni. Si trova coinvolto nello scontro tra due fazioni rivali mostrandosi forte ed impavido e pertanto uno dei conti belligeranti gli offre di tenerlo al suo servizio in guerra. Giuliano accetta e dà prova di coraggio e di grande audacia, tanto da meritare il riconoscimento di cavaliere. Il conte, ferito gravemente in battaglia, muore. I vassalli colpiti dall’ardimento e dal valore dimostrati da Giuliano in battaglia propongono alla contessa vedova di unirsi in matrimonio con lui. I due si sposano. Giuliano prima riesce a sopraffare completamente i nemici, costringendoli alla resa, poi li perdona ed ottiene la pace per tutti. Per cinque anni vive tranquillo ed in serenità, signore della città, e può così felicemente tornare alla sua grande passione: la caccia.
A questo punto l’antica profezia comincia ad avverarsi: Gioffredo ed Anna, ancora sconvolti per la scomparsa di Guliano, seguendo le sue tracce arrivano nella città di cui egli è ora signore. Una vedova li ospita e fornisce notizie di lui. Dalla descrizione che ne fa sono sicuri di aver ritrovato il figlio. La mattina seguente alla messa incontrano la moglie di Giuliano che li accoglie lietamente in casa, dice che il marito è a caccia ed offre loro vitto ed alloggio, mettendoli a riposare nel proprio letto.
Fin qui la storia è abbastanza coincidente e corrisponde in tutte le diverse versioni.
Il passaggio che nel testo del Magnanelli riprende l’antico canto popolare abruzzese e nel quale si fa riferimento a Giulianova inizia dal momento in cui Giuliano riceve dalla zingara la profezia del suo tragico destino: “Apri la mano; voglio indovinarti la pianeta [la sorte]. Giuliano mostrò la palma della mano e la zingara disse: tu ucciderai il padre e la madre! La vecchia fuggì, se no l’avrebbe accoppata. Da quel giorno Giuliano si fece mesto. E per togliere ogni occasione pensò d’andarsene fuori paese. Si fermò a Giulianova [l’autore introduce una chiosa a piè di pagina specificando che trattasi di ‘città abruzzese sull’Adriatico’] e vi prese moglie. I genitori si erano fatti vecchi. Prima di morire dissero: perché non cerchiamo di rivedere Giuliano? … A Giulianova picchiarono a una casa: ‘Conoscete un certo Giuliano?’ Risposero ‘Questa è la casa sua e la mia, io sono la moglie.’ ‘E noi – risposero i forestieri – siamo i suoi genitori’ ‘Favoriscano, benvenuti’. La nuora li abbracciò e li baciò, e diede loro da mangiare, e poi li premurò anche a mettersi a letto per farli riposare. Giuliano era ito a caccia: nel tornare sentì una voce tra un cespuglio ‘Giuliano, Giuliano! Tua moglie ti tradisce!’ Era la voce del demonio. Giuliano corse a casa. La moglie era in cantina. Salì nella stanza e vide la finestra socchiusa; vide due teste… ‘Ci siamo!’ E ammazzò i due che dormivano. La moglie corse al rumore e vide il marito con l’arma insanguinata. ‘Oh Dio! Che hai fatto! Hai ucciso madre e padre!’ Giuliano perdé la parola; rientrò nella stanza, s’inginocchiò alla sponda del letto; baciò quei cadaveri venerandi e partì per non farsi più vedere”.
Così nel testo in versi il momento fatidico: “Quando se ne fu sulla porta della camera / Vide due nel letto ariposava / Piia la spada che aveva da lato / A padre e madre ie va taià ‘l capo. / Poi s’affacciò alla finestra / Vidde alla moglie che venia da l’acqua: / - De dove sorti te falsa cattiva? / Credeva fosti morta e ancor sei viva?”.

“Andò quindi prima a lavarsi nel fiume Giordano, e poi entrò nel deserto. Fece penitenza fino a tarda vecchiaia e non tornò alla moglie se non quando Iddio l’ebbe perdonato. Era dunque vecchio, barbuto, canuto, lacero. Tornò a rivedere la moglie: ‘aprimi chè sono tuo marito!’ – ‘Io non ti conosco, e poi tu sei dannato’ – ‘Per carità conservami almeno questo bastone fino a domattina’ – ‘Lascialo dietro la porta’ – Alla mattina la moglie a andò a vedere il bastone e lo trovò tutto fiorito. ‘Dunque’ disse ‘questo è il segno che Dio lo ha perdonato!’ Poco dopo tornò il marito e la moglie subito l’abbracciò con allegrezza. E quando poi Giuliano morì fu adorato come santo”.
Naturalmente si fa fatica a far emergere la realtà dalla manipolazione che la vicenda, così sospesa tra leggenda e fantasia, ha subìto dopo tanti successivi passaggi che hanno modificato l’originaria stesura.
Quello che è certo è che comunque nella diversità dei particolari e dei riferimenti ambientali rimane condiviso un fil rouge comune a tutte le versioni: il fatto che Giuliano si sarebbe macchiato dell’abominevole crimine di parricidio e matricidio.
D’altro canto, oltre il frutto dell’immaginazione, una base di verità deve comunque sostenere l’impalcatura delle favole e delle novelle che venivano recitate o cantate e che costituivano il prezioso bagaglio della letteratura religiosa popolare.
È probabile che intorno ad una vicenda reale e nota venissero inventati ed intrecciati ad arte aneddoti più o meno curiosi e bizzarri allo scopo di arricchire la narrazione per renderla più interessante. Ma è anche abbastanza suggestiva la tesi secondo la quale queste storie sarebbero scaturite dalla fantasia popolare con un preciso fine catartico e con lo scopo di purificare l’animo dalle passioni per sublimare in una contemplazione comprensiva e superatrice della colpa o del peccato, in una parola, nella santità.
Anche sulla storicità del santo le difficoltà sono molte, non fosse altro che per il fatto che non è menzionato in nessun martirologio né trova riscontro nella Patrologia latina. Difficile pure comprendere perché sia stata ambientata proprio a Giulianova la scena madre di tutta la tragica storia e difficile altresì arrivare ad una convincente collocazione temporale che abbia credibili agganci cronologici. Possibile forse arrivare a giustificare il passaggio dallo stato di peccato a quello di grazia fino al culmine della santificazione. Contestualizzare insomma tutta la produzione letteraria popolare religiosa alla riconosciuta predisposizione della narrativa medievale a voler dimostrare la vivifica potenza del destino che consente, a chi si pente, di superare ogni peccato: Quod omne peccatum, quamvis predestinatorie gravissimum, nisi desperationis baratro subjaceat, sit remissibile.
Pur nella non agevole e nebulosa ricerca di un riferimento storico e di una collocazione territoriale delle vicende narrate nel testo del Magnanelli, è possibile far emergere quindi una chiave di lettura, una sorta di motivo ispiratore, comune a tutte le storie, vere o inventate, relative ai santi di cui si fa menzione nel libro.
Gli originari canti narrativi religiosi, così come le antiche leggende dalle quali essi trassero origine, sempre a metà tra fantasia individuale e collettiva, potrebbero essere accomunati da un unico preciso e nobilissimo fine, quello di dimostrare come ogni atto di crudeltà umana, anche se gravissimo, anche se inevitabile perché predestinato, non deve perdersi nel baratro della disperazione e dello sconforto perché, per grazia di Dio, ogni più efferato delitto, se c’è vera contrizione, può essere perdonato.


martedì 5 febbraio 2019

TERRORISTI DELLA LINGUA

Ad intere generazioni di studenti è stato insegnato che il verbo dicesi "transitivo" quando l'azione espressa dal verbo stesso "transita" dal soggetto all'oggetto ( es. io chiamo una persona- io vedo una casa. Chiamare e vedere sono verbi transitivi e su questo non credo che si possa disquisire, almeno che non si voglia alimentare un'apostasia fine a se stessa (e se stessa va scritto senza accento...).
Diversamente dicesi "intransitivo" il verbo che esprime un'azione che non passa dal soggetto al complemento oggetto. Ora con buona pace di tutti i terroristi della lingua (alcuni dei quali, ahimè, in assoluta buona fede e sorretti solo da madre ignoranza) il verbo uscire  esprime un'azione che non può passare dal soggetto al complemento oggetto, neanche se quest'ultimo è un cane.... Non si "esce un cane", ma "si esce con un cane"(complemento di compagnia, che vale anche per chi non è animalista).  In questi casi, e nella vita in genere, la forza non serve. In grammatica, soprattutto, è atto assolutamente esecrabile e velleitario.
Non so quanto di vero ci sia nelle esternazioni attribuite al sovrano giudizio dell'Accademia della Crusca.  Credo e spero che le cose non siano andate come le raccontano .
Anche se  allargare le maglie dell'ortodossia linguistica non può che giovare a chi naviga nel mare magnum dell'ignoranza, fornendogli appigli ed occasioni per torturare e bistrattare la cara lingua madre, senza freno e senza ritegno alcuno.  Questa opportunità oggi si apre in modo sconsiderato a tutti coloro che postano testi sui social pur intrattenendo con la grammatica e la sintassi un rapporto di assoluta e reciproca disconoscenza. Utile sarebbe, forse, fornire un "correttore automatico" che non si limiti solo al vocabolario, ma che si estenda anche alla grammatica ed alla sintassi, con particolare riguardo alle forme verbali, ai comparativi ed ai superlativi, alle coniugazioni, alle declinazioni, alle accordanze e così via.
Non posso eseguire un pezzo musicale con lo spartito davanti se non conosco la musica.
L'ignoranza non può modificare la lingua italiana e non si possono accogliere le scandalose proposte dei suoi proseliti.
Perché "uscire un cane" è terrorismo linguistico.

sabato 12 gennaio 2019

RECITA D'ADDIO


Storia di un amore impossibile
(perché fui  bancario…) 
Non ci saremmo mai amati.
Ci conoscemmo per fatale combinazione un giorno di febbraio  di 35 anni fa.  Io ero un giovincello appena laureato, tu eri una matrona elegante, opulenta, da tutti desiderata, sognata e vagheggiata.  Mi colpì  come un fulmine a ciel sereno la tua sontuosa fastosità, la ricca e doviziosa corposità del tuo patrimonio, la sensazione di sicurezza che scaturiva dal pensiero di poter trascorrere una vita intera protetto dalle tue ali materne.
Tu eri madre di molti figli, immagine storica per il territorio, fonte inesauribile di conforto e di tangibile assistenza, porto sicuro per ogni nave sconvolta dalla bufera, seno caldo ed accogliente per mille bocche da sfamare.
Tu avresti garantito il mio futuro e quello della famiglia che andavo costruendo. Così ci conoscemmo meglio e divenni anch’io, come tutti quelli che stasera sono qui riuniti, tuo devoto figlio.
Ma io e te non ci saremmo mai amati.
Tu eri elegante, austera, ma fredda come una piramide di ghiaccio. Non ti “molcea il core” la musica del mare, la melodia del canto degli uccelli,  il poetico librarsi in volo di un gabbiano.
Tu non distinguevi i colori dell’alba e del tramonto. Non sorridevi del gesto innocente di un fanciullo, né piangevi vedendo un pettirosso morire.
Io sì.
M’accorsi, nel tempo, che mai avremmo avuto comune sentire e che mai avremmo riso o pianto insieme per lo stesso motivo.
Nel mio petto batteva un cuore, nel tuo  il freddo meccanimo di una calcolatrice.
Non ci saremmo mai amati.
Forse non avremmo dovuto neanche incontrarci.
Tu mi avresti sempre considerato un figlio affettuoso, ma diverso. Per me saresti stata una madre generosa, ma di adozione.
Io ti parlavo di greco e di latino e tu mi rispondevi con le partite doppie. Io ti recitavo le liriche di Prevert e tu mi leggevi i bilanci consolidati. Io le parole, tu i numeri. Troppo diversi.
Perciò non ci saremmo amati.
Così nel tempo la nostra unione è stata di reciproco rispetto, ma innaturale. Adesso al termine di 35 lunghi anni di convivenza, è giunto il momento fatidico del distacco.  Come avviene alla fine di ogni storia dovremmo avere rimpianti, rammarichi, nostalgie, rimorsi. Ma chi ce l’ha???   Oggi a vederti così, stanca, lacera e distrutta dal comportamento di alcuni figli degeneri , non più bella e maestosa come un tempo, provo per te, nonostante tutto, un senso di affetto e tanta amorevole compassione.
Addio mia vecchia e cara magnanima benefattrice, fredda ed insensibile matrona, cui regalai gli anni più belli della mia esistenza terrena , ottenendone in cambio benefici,  ma non riconoscimenti, assistenza, ma non apprezzamenti, affezione, ma non amore.
Ti lascio scendendo a stento da una scialuppa di salvataggio e conservando solo il ricordo della maestosità del bastimento sul quale ero salito tanti anni fa.
Mi auguro, per il bene di tutti, che tu possa risanarti.
Ma per quella profonda diversità che ci ha sempre distinto, io non ti ricorderò nei miei scritti, né mai tu sarai regina del mio poetare.
E tu non inserirmi, ti prego, nei tuoi glaciali bilanci o in quei micidiali, incolori, lugubri piani industriali……
Si avveri dunque il definivo distacco.
Tu mi hai dato sempre materna e concreta assistenza, io sono stato tuo servitore, rinunciando ai sogni ed alle apostasie della mia mente.
Ma non ci saremmo mai potuti amare.


lunedì 26 novembre 2018

QUINDICI ANNI




Me pare ire ke iukive
ku lu sekkielle lla la rive
e mò nke ssa vesta roscie
e nke lu trukke e li furcine
i rdeventate già na signurine.

Quante tempe ka passate
da quanne ie te purtave su li spalle
e tu me  ti strignive
nke lei vraccette picculine:
ie te diciave ka ire pesante
e tu stive strette a me
pekkè ie ere pe te, llu mumente,
la persone kkiù mpurtante.

Mò li kazzette kulurate ke fiure e paperine
ardeventate kazze velate da signurine
e quanne te li mitte
te ggire dall’addra parte
pekkè nisciune ta da vedè li gamme:
lli gammette ka parave ddu saggiccette
e ke mò kupre ke ggeste e mode
de na femmena mpurtande.

Ma duva sta la puccetta mì
ke li kudine e li vraccette pikkuline
ke me korre nkontre e me kiame
e me piagne desperate su li spalle
o ride kuntende ke l’ukkie brellande.

Mo’ li prubleme tu è addre,
e addre è li mì,
ke quanne isce la sere
aspette svejate fine a kke nn’arvì,
e dapù m’addorme,
ma sempre aggetate,
e sogne na guaiune ke li kudine
ka me dà nu vace,

e me s’addorme vicine.

lunedì 29 ottobre 2018

PALAZZI SENZA FONDAMENTA

La definizione che Cicerone dava della res pubblica non è dissimile da quella che dovremmo oggi attribuire al concetto di Stato: "cosa del popolo" intendendosi per  popolo non  un qualsiasi aggregato di gente, ma un insieme di persone associatosi intorno alla condivisione del diritto e per la tutela del proprio interesse». Viene spontaneo immaginare che alla guida  dello Stato, così come alla guida delle sue fondamentali istituzioni delegate a garantirne la solidità e la funzionalità, siano deputate persone munite di doti particolari, eccellenti nella cultura, nella moralità, nella perspicacia, nella difficile dote della mediazione e del dialogo. Se ciò non avviene, o avviene solo in parte, devono esserci delle ragioni precise che non possono e non devono destare meraviglia. 
 In questa sede, da giornalista, da docente di lingua italiana,  ma soprattutto da profondo amante della lingua italiana, mi preme focalizzare solo uno dei sopra citati aspetti, peraltro di recente venuto alla ribalta della cronaca.
Molti politici, ma anche molti insegnanti, molti professionisti in diversi campi dello scibile, ignorano fondamentali principi e regole della lingua italiana. Questa palese carenza, ancor più evidenziata oggi dal proliferare di sistemi di diffusione di massa, come i famigerati social, si manifesta in modi e momenti diversi e diventa oggetto di derisione e di scherno. Ma viene da chiedersi quale sia la causa scatenante di questa fenomenologia, a quanto pare non rilevabile in modo così evidente nel passato.
Un'analisi del fenomeno non può prescindere da un fattore base di estrema importanza: la carriera scolastica. E'  di pubblico dominio che oggi, a partire dalle Scuole Elementari e poi via via fino alle Superiori, non esiste il cosiddetto "polso fermo" , ossia la famosa regola, peraltro logica e coerente, di interrompere anno per anno il percorso formativo a chi non è meritevole di promozione alla classe superiore. In buona sostanza e per dirlo alla paesana, vanno avanti tutti, capaci o non capaci, istruiti o non istruiti, degni o non degni  di accedere al gradino superiore. Insomma, se sai leggere o non sai leggere, sai o non sai fare di conto accedi comunque alla seconda classe, poi alla terza, alla quarta e così via. Stessa cosa poi per le Medie e le Superiori. Alla pari, chi sa e chi non sa, chi studia e chi non studia. Il motivo di tanta "manica larga" è da ricercare anche in un'ennesima trovata degli psicologi strizzacervelli che si sono inventati, in partenza, traumi infantili irreversibili per chi è costretto a ripetere una classe alle Elementari o a sfigurare davanti ai propri compagni. A rincarare la dose scendono in campo i genitori, un tempo schierati a fianco dei maestri e dei docenti, oggi pronti a combattere a fianco dei figli, ritenendo inconcepibile che il proprio pargolo possa valere o meritare meno di un coetaneo. E così collaborano in modo sostanziale a creare, non so quanto inconsapevolmente, dei futuri ignoranti. 
Questi ultimi, ai quali si aprono autostrade nella carriera scolastica, studentesca ed universitaria, arrivano poi alla fine degli studi con un titolo che vale né più né meno di quello che altri (pochi) hanno conseguito  sbattendo la testa sui libri e dedicando gli anni più belli della vita a faticose rinunce e a logoranti giornate trascorse a studiare in modo serio e dignitoso.
In questo modo la carovana trasporta tutti, senza fare nessuna distinzione dei reali meriti.
La Società e lo Stato agevolano questo "curriculum inscientiae" con delle trovate che favoriscono l'impreparazione a tutti i livelli. Un tempo, ma nemmeno tanti anni fa, il famigerato Esame di Stato dopo i vari scritti prevedeva un'interrogazione su tutte le materie oggetto di studio nei cinque anni delle Superiori, nessuna esclusa. Insomma, una sorta di riepilogo generale dello scibile acquisito durante la carriera liceale. Poi ci fu la restrizione a sole due materie da portare all'orale, una scelta dal candidato e l'altra dalla Commissione (ma comunque comunicata al candidato per vie traverse lungo tempo prima della data fissata per il cosiddetto "colloquio..."). Per non parlare poi del famigerato "Quizzone"  oggi abolito per "semplificare" (sic !!!) la prova ai poveri studenti...
 Insomma, percorsi più facili, strade spianate, agevolazioni per favorire chi non sa, non vuol sapere e non ha nessuna intenzione di apprendere.
A fronte di questa situazione non c'è da meravigliarsi, come si diceva in apertura, se al vertice delle Istituzioni o a ricoprire incarichi di strategica  e decisiva rilevanza ci si imbatte in individui non preparati, non capaci di esprimersi nell'idioma nazionale senza incorrere in madornali strafalcioni, ignoranti di Storia, Geografia, Scienze, Matematica e via dicendo perché non hanno acquisito sufficienti conoscenze pur avendo seguito corsi regolari di studi. 
L'albero fruttifica bene se giuste e buone sono le sementi che l'hanno generato. Un palazzo tiene anche quando arrivano terremoti e inondazioni se le fondamenta sono resistenti e salde. 
Ma non si può pretendere di raccogliere bene se si semina male.
Per tale ragione il fatto che politici, professionisti, insegnanti, maestri di ogni ordine e grado, individui che la Società colloca in posti importanti e strategici siano in difficoltà di fronte alla lingua italiana così come di fronte ad ogni altra branca dello scibile, o diano prova continua del proprio "non sapere", non deve meravigliarci più di tanto.
Possiamo essere afflitti, dispiaciuti, irritati, sconvolti, sdegnati, indignati, stizziti, offesi, tristi, rammaricati, sconfortati.

Ma non meravigliati.