domenica 25 marzo 2018

ULTIMO APPUNTAMENTO A CAPRI- Brano tratto dal racconto "IL TUNNEL"

Al Belvedere di Tragara, al quale accedevamo per vie ogni giorno diverse, passando davanti a ville con nomi di donna o a giardini inventati su rupi scoscese, avevamo fissato, per un giorno di settembre, il nostro ultimo appuntamento che avrebbe segnato la fine delle vacanze. Ci saremmo salutati, e certamente mai più rivisti.  Era il capitolo ultimo della nostra breve ma intensa storia.
Quell’ incontro avrebbe posto fine alle nostre lunghe passeggiate, alla vista di quel mare profondo, alle ripetute ricerche della mai vista lucertola azzurra, ad un romanzo che non avrei mai scritto.
Presto lei sarebbe tornata ai civettuoli discorsi con le amiche per le vie colorate della sua metropoli padana, alle riunioni serali di nuove sfilate di moda, alle corse pazze e sfrenate su auto rosse coi sedili fascianti a fianco di montoni azzurrati profumati Trussardi. Sarebbe rimasto, di me, solo un vago ricordo da riproporre d’inverno nei noiosi racconti delle vacanze al mare, tra bigodini e profumo di shampoo durante le manipolazioni un pò ruffiane di effeminati coiffeurs.
Aspettai a lungo che comparisse, come sempre, sullo sfondo del cielo terso, con i suoi occhi luminosi e con quell'incantevole sorriso che mai più avrei dimenticato. Attesi invano finchè il sole, ormai tramontato, scivolò nel mare, nel nostro mare, mentre un canto di pescatori saliva melodioso e mesto dalla lontana marina.
Non indosso più oggi jeans e scarpe da tennis e non ho più con me il bagaglio di un tempo, lo zaino in spalla. Gli scugnizzi che mi accolgono festosi mi chiamano adesso “”signurì” oppure “‘o prufessore” e mi accompagnano lungo la stretta via che conduce a quella vecchia, cara, giovanile dimora, che rivedo dopo tanti anni con una punta di struggente rimpianto…


lunedì 12 marzo 2018

MARIA LA VONGOLARA - Brano tratto dal libro "ABITAVAMO IN VIA QUARNARO"

...Tra le scene abitudinarie una, in particolare, è sempre rimasta impressa nella mia mente e nel mio cuore in modo indelebile, non so perché. Credo per via del fatto che il personaggio di cui andrò a narrare tra breve, nella sua semplicità e nella sua naturalezza, mi pareva celare, dietro l’apparente umiltà dei modi e dietro una dimessa gestualità una sorta di fiera nobiltà, quasi come se avesse subito un incantesimo e fosse stata maledetta e trasformata da una strega cattiva. Una regina, una principessa,  un personaggio d’altri tempi condannato a vivere una vita diversa, in un ambiente non suo. Un sortilegio che l’avrebbe resa per sempre malinconica e triste, offuscando il suo meraviglioso sorriso e la lucentezza dei suoi occhi azzurri sotto il  velo di una impenetrabile afflizione.
D’estate ogni giovedì mattina, sul presto, in via Quarnaro transitava Maria “la vongolara”. Era costei una donna sulla quarantina ma, per via di una sconsolata mestizia che ne alterava le fattezze del  volto, mostrava più della sua età anagrafica. Indossava sempre una lunga gonna che arrivava ben oltre i pedali della bici sulla quale viaggiava e che era attrezzata in modo tale da ospitare, nella parte posteriore, sopra al parafango, due cassette di legno sovrapposte, coperte da un panno, e contenenti vongole da vendere. Il suo arrivo era annunciato da un grido squillante ed inconfondibile, che rintronava nel quartiere come la sirena di una nave. Maria gridava a squarciagola “Voncoleeeeeee”  (con la “c”) e le massaie spuntavano dagli usci delle case come lumache quando spiove.  Avveniva, quindi, la  fase di negoziazione e di vendita. Non so quanto riuscissero a tirare sul prezzo, che era sempre oggetto di coreografica trattazione, ma certo si otteneva qualche agevolazione in fase di pesatura, con qualche pugno più o meno generoso di vongole che Maria aggiungeva dopo aver già riempito e pesato il foglio di giornale. Le vongole, infatti, venivano raccolte in un semplice foglio di giornale (non esistevano o perlomeno lei non ne era in possesso) buste di plastica per alimenti” o tanto meno “biodegradabili” come quelle di oggi. Un foglio di giornale vecchio che serviva giusto per arrivare a casa e depositare le vongole nel lavandino dove venivano lavate per essere poi aperte sul fuoco del fornello.  Spesso, perciò, il govedì, d'estate, a pranzo si cucinavano spaghetti con le vongole e sauté di vongole aperte con un delizioso sughetto nel quale tutti inzuppavano il pane sfornato di fresco al mattino.
Maria la vongolara attirava il mio interesse e la mia attenzione per quel suo fare distaccato che ne faceva un personaggio immutabile ed enigmatico al tempo stesso. Era un’icona dell’estate. Quando compariva, in fondo alla via, preceduta da quel suo perentorio grido di richiamo io correvo a guardarla, quasi per cogliere nei routinari movimenti del suo corpo un gesto diverso che la rendesse più umana, e simile a tutti gli altri. Ma lei era diversa dagli altri. Sempre impassibile,  quasi un tutt’uno con quella bici sgangherata e sempre barcollante, per via del peso delle cassette. Il suo dire era essenziale, dagli  occhi trapelava una rassegnata malinconia, come se si fosse adattata alle vicende della vita suo malgrado, pur anelando nell’animo sorti diverse e certamente più gloriose. Perché era molto bella.  Aveva gli occhi azzurri come il mare cristallino dal quale provenivano le  vongole che vendeva, ed un portamento austero che strideva non poco con la sua immagine di umile indigenza. Piuttosto alta,  nascondeva sotto le vesti un fisico che ognuno avrebbe immaginato armonico e ben proporzionato. Lo si intuiva dai movimenti coordinati e flessuosi  delle braccia e delle gambe e dall’elegante ruotare del capo, che a volte sembrava accompagnare una musica di sottofondo che solo lei riusciva ad ascoltare.
Certo, Maria la vongolara avrebbe potuto essere un’altra persona. Questa convinzione era radicata in me e si alimentava ogni volta che mi fissavo a guardarla.
Quando transitava per la via interrompeva i nostri giochi di strada. In quel momento io mi avvicinavo timidamente ed ogni volta scoprivo particolari nuovi e diversi sulla sua persona, sugli abiti, sulla bici. Mi incuriosiva il sistema così elementare  e pratico che le permetteva il trasporto delle due cassette senza che una sola vongola finisse per terra durante il tragitto. Ma più di ogni altra cosa mi colpiva la manualità e la gestualità con cui lei preparava i cartocci, incassava il denaro, porgeva rapidamente il resto senza altro proferire. Immaginavo che Maria avesse il cuore altrove e che stesse vivendo forzosamente una realtà tanto tormentosa quanto ineludibile.  E partiva, allora, la mia fantasia di tredicenne innamorato della vita a fantasticare per lei una favola bella: l’avrei portata via con me, lontano lontano, in un paese di sogno dove il rifiorire della sua bellezza ascosa, ma non trascorsa, le avrebbe permesso di sorridere finalmente serena e lieta senza costrizioni nel suo vero mondo fatto di fulgore e di luce.

Ma tutto durava  un attimo. Terminata la fase di consegna e tornata in sella alla bici disperdeva nel vuoto le mie fantasie, con quel suo grido adamantino e possente, una sorta di brutale e prosaico ritorno alla vita che riconsegnava al suo misero stato ed ai coraggiosi giochi della mia mente la crudezza della realtà quotidiana, immutabile e definitiva...

venerdì 9 marzo 2018

L'ULTIMO BALLO

Liceo Classico Melchiorre Delfico a Teramo. Fatidico esame di Stato. Anno 1969. Come sempre accade quando un evento importante sta per dare una svolta alla vita, si viveva un clima di tensione, ma si respirava anche aria di festa, di rinnovamento, di emancipazione, di prossima libertà.  Non vedevamo, allora, la parte più angosciante dell'evento, la fine di un ciclo di spensieratezza, il punto finale di un percorso che aveva caratterizzato gli anni più belli della nostra esistenza e che andava a concludersi, a perdersi nei meandri della memoria. Una memoria che in seguito avremmo richiamato alla mente con l'animo colmo di amara nostalgia e con l'inesorabile rimpianto della nostra fantastica giovinezza, resa ancor più mirabile dal periodo storico al quale noi avemmo il privilegio di appartenere da giovani, gli anni sessanta, momento in cui tutto ciò che accadeva sembrava scaturire da una fonte inesauribile di gioia, di rinnovamento. Un'esplosione di sensazioni, di eventi, di percezioni, di commozioni. Dalla storia alla musica,  ai falò sulla spiaggia,  al suono delle chitarre,  passando attraverso i Beatles ed i Rolling Stones,  dalla ripresa economica post-bellica al primo allunaggio. Una magia che noi vivevamo in prima persona, senza avvertire tuttavia la reale portata del dono che la sorte ci aveva riservato, concedendoci di essere adolescenti e giovani in quello straordinario periodo storico.
 Come da prassi, e secondo una tradizione sempre rispettata, fu organizzato un pranzo di commiato al quale avrebbero partecipato anche alcuni professori "eletti" e, ovviamente,  tutti i compagni della gloriosa III C.
Scrivo queste righe perché un episodio accaduto quel giorno è rimasto per sempre impresso nella mia mente e nella memoria, agganciato come un quadro alla parete, nel vivissimo ricordo che il tempo, il lungo tempo trascorso, non ha minimamente attenuato né offuscato, né tanto meno nascosto  sotto il buio velo del passato.
Durante il pranzo, a Civitella del Tronto, si scherzava goliardicamente anche con i professori, in un clima di "ormai è fatta", superando  quel rispettoso distacco che, all'epoca, esisteva ancora tra studenti ed insegnanti.  Nella bella atmosfera di ilarità e di divertimento veniva di continuo alimentato un juke box che era nella stanza. Musiche anni sessanta, ovviamente, melodiche e care per accompagnare balli romantici e lenti, com'era d'uso.
 Sulle note di quelle canzoni qualcuno di noi intrecciava qualche passo di danza.
Due del gruppo, Lena e Guido, ballavano molto meglio degli altri, tanto da meritare i complimenti di tutti. E ballarono per lungo tempo,  per tutto il tempo postprandiale, fino all'ora di ripartenza, tra gli applausi , le approvazioni e gli encomi di tutti i presenti.
Durante il viaggio di ritorno per motivi fisiologici il pullman dovette fermarsi per strada presso un piccolo bar. All'interno c'era un juke box.  Qualcuno fece partire un disco, la stretta stanza fu invasa dalle note di una musica dolcissima. Lena e Guido ripresero a ballare, solo loro, in mezzo a tutti, al centro di un cerchio che si formò in modo spontaneo e naturale. E ballarono per tutto il tempo della sosta. Poi ripartimmo, arrivo in piazza Dante. Il commiato, per alcuni definitivo. Le prove orali erano programmate a scaglioni, per cui molti di noi non si sarebbero mai più rivisti dopo quel giorno. E così fu.
Gli anni sono trascorsi, il tempo l'ha fatta da padrone.  La vita, le storie, gli eventi, le scelte giuste e quelle sbagliate, i piaceri, i dolori, gli inganni, le gioie, le delusioni. Ad ognuno la sua parte di destino, tra le braccia della sorte.
Ma da sempre in me resta ferma e scolpita nella mente l'immagine di quell'ultimo lento.
Lena e Guido erano più di due compagni di Liceo che ballavano.
Erano l'ultima icona di un meraviglioso periodo dell' esistenza che si chiudeva alle nostre spalle. L'ultima cosa che avremmo fatto tutti insieme. Era la fine delle goliardiche bravate in classe, dei compiti passati sotto il banco, delle ansie, dei grandi timori per le interrogazioni, dei primi innamoramenti. Quel ballo e la musica che lo accompagnava erano l'ultima scena del film della nostra adolescenza, film che nessuno di noi avrebbe mai più rivisto, se non nella nostalgico ricordo di quei giorni spensierati, vissuti purtroppo senza la consapevolezza della loro reale meraviglia.
Da allora in poi ognuno avrebbe percorso da solo la sua strada, la via del proprio destino.
Io rivedo spesso davanti agli occhi la scena di quell'ultimo ballo tra Guido e Lena.
Era un lento:" L' ultimo oramai..."




sabato 10 febbraio 2018

POLITICA E MORALITÀ

 La politica ed il denaro sono i due grandi bubboni che travagliano l'umanità intera. La politica è considerata, da coloro che hanno piacere a praticarla, una sorta di subdola arte che ricerca manovre segrete e spesso illegali le quali sublimano quasi sempre in intrighi, rapporti equivoci e disonesti. Il compromesso è lo strumento più usato per mettere in moto ogni tipo di azione e per dare il via ad una progressiva intensificazione del danno che viene arrecato senza pregiudizi di ordine morale. Proprio la morale, anzi, è considerata del tutto inopportuna in ogni manovra che tenda al raggiungimento di un fine, spacciato per bene comune, ma sempre, o quasi sempre, confacente alle necessità ed ai tornaconti personali. Non importa la natura ideologica del politicante. Ciascuno, a qualsiasi corrente di pensiero appartenga, finisce prima o poi per adeguarsi al meccanismo del sistema e diventa ingranaggio di una macchina micidiale che ripudia gli obiettori e che accoglie i proseliti. Nessuno spazio, alla distanza, per chi voglia operare in stretta connessione con principi di onestà e di correttezza. La storia insegna che i "rivoluzionari moralmente ineccepibili"" vengono messi da parte perché ritenuti estremamente pericolosi per il prosieguo di un cammino che prevede poche concessioni al bene comune, e tante concessioni al bene individuale dei "regnanti" . Nei sistemi dittatoriali questa componente risalta in modo macroscopico, in quanto riferita ad un personaggio unico, responsabile ben individuato di ogni decisione e di ogni scelta, quantunque iniqua. Nei sistemi aperti, cosiddetti "democratici", il male operare risulta invece camuffato da una ragnatela fittissima di accuse reciproche, di sotterfugi, di scarico di colpe e di responsabilità. Nel coacervo di mala gestione che ne consegue diventa lecita ogni accusa, finanche quando essa appare del tutto infondata, ma validata solo dal desiderio di mettere in cattiva luce l'avversario politico. In buona sostanza che opera bene è accusabile quanto chi opera male. La cosiddetta "opposizione", infatti, si arroga il diritto di poter e di dover contestare ogni decisione della maggioranza governativa solo perché essa rappresenta, in quel momento, il nemico politico da ostacolare e da mettere in cattiva luce agli occhi dell'elettorato. Non diversamente chi è al Governo reputa opportuno infangare l'opposizione in ogni momento ed in ogni circostanza, finanche quando essa dovesse proporre idee o soluzioni valide ed efficaci. In nome della "politica" si sacrifica quello che potrebbe risultare bene comune e si rigettano, ripudiandole, anche proposte giuste che, se accolte, potrebbero invece portare benefici alla comunità ed al tessuto sociale. 
Questa situazione generale scredita evidentemente la figura di coloro che approdano dopo estenuanti campagne elettorali agli ambiti scanni governativi, intendendo per tali tutti i seggi occupati a livello  centrale nonché quelli relativi alla gestione di unità periferiche e di amministrazioni decentrate e locali. E questo spiega perché illuminati pensatori e celebri professionisti di ogni ordine e grado in linea di massima non desiderano proporre il loro nome esponendosi in prima persona e gettandosi in una  mischia all'interno della quale, evidentemente, sarebbero fagocitati dal qualunquismo morale imperante. Così si lasciano ampio spazio e terreno fertile a chi desidera dar mostra di sé, evidentemente in preda al desiderio di comparire e di compensare la propria vuotezza culturale e, ahimè, spesso anche la propria deficitaria intelligenza. Si tratta quasi sempre di gente millantatrice, capace di apparire per ciò che non è e di tenere bene un ruolo spesso invidiato dagli altri, di grande risonanza mediatica, di grande ritorno, imposto e favorito dai social e dai mezzi di comunicazione di massa. Così gli eletti dal popolo godono di glorie immeritate, oltre che di inenarrabili vantaggi di ordine economico tanto da risultare cittadini privilegiati e di assoluto rispetto, pur non avendone, assai spesso, alcuna vera ragione di merito. In buona sostanza viene premiato il coraggio. Il coraggio di essersi esposti in prima persona al gioco massacrante delle lotterie elettorali. Di averci "messo la faccia" . Cosa che molti altri non hanno voluto fare per evidenti ragioni di amor proprio e di rifiuto di ogni forma di compromesso e di adeguamento a logiche di partito, inibitrici della più libera espressione del pensiero individuale.


mercoledì 9 agosto 2017

L'ABRUZZO CHE NON CONOSCI - TESORI NASCOSTI

Bolognano, provincia di Pescara. La cascata della Cisterna.  Quanti abruzzesi conoscono questa località, a pochi chilometri da Pescara e da Chieti, immersa in uno scenario da favola raggiungibile tramite un sentiero di facile percorribilità, ombreggiato e tranquillo?  Luogo ameno, che il letto del fiume rende paradisiaco quando incombe la calura estiva ed è possibile bagnarsi nell'acqua fresca e limpida che scorre con ritmo vivace tra il canto armonioso e quasi prepotente delle cicale. Il barista di Bolognano mi racconta che il paese è ormai quasi disabitato. Sono andati tutti via per cercare lavoro. Restano una quarantina di persone, sempre quelle, un Ufficio Postale, una Farmacia non sempre aperta, un turismo possibile, di grande potenzialità, ma oggi allo stato embrionale. Un luogo mirabile, che ho conosciuto dopo sessanta anni vissuti da abruzzese verace e residente. Perché io, come altri, ne ignoravo l'esistenza. Bisognerebbe far conoscere questi luoghi, parlarne con gli altri, pubblicizzarli nella provincia, nella regione, in Italia. A beneficio degli italiani e dei non italiani che vengono in Italia. A beneficio degli italiani che vanno all'estero a cercare i posti belli e che invece ce l'hanno dietro casa. Per chi vive a Giulianova, come me, a un'ora di macchina. Chi lo sapeva?

giovedì 3 agosto 2017

IL FIGLIO DELLA MAESTRA - RACCONTO VINCITORE DEL PREMIO GIAMMARIO SGATTONI 2017 "CORFINIO BARATTUCCI"

           L’erba brinata davanti all’uscio dell’aula di campagna, il freddo novembrino. Dentro, improvviso, l’odore acuto e pungente del legno dei banchi. Giornata di pioggia e di nevischio: il fango davanti alla porta, quando entriamo, si attacca alle scarpe e vi resta per tanto tempo, per tutta la mattina. Con gli occhi seguo i piccoli rivoli d’acqua che all’interno fuggono per terra e corrono, si inseguono sul pavimento dissestato e poi s’infiltrano tra le mattonelle umide e sconnesse.
Un timido calore emana dalla vecchia stufa a legna, di terracotta, giallastra e fumosa, vicina alla lavagna.
Miscuglio di percezioni diverse.
I grembiuli neri con i colletti bianchi ed i nastri azzurri. Le barrette di cotone bianco cucite sulle maniche o sul petto. Orizzontali o verticali. Una, due, tre, quelli di prima, di seconda, di terza. Oppure una verticale con una sgangherata V accanto. Sono quelli di quarta. Pochi. E ancor più pochi quelli di quinta. Ma qualcuno è senza grembiule, qualcuno ha le scarpe con il fondo aperto. Il viso sporco. Le mani sporche. Siamo in campagna. Io vedo, guardo, osservo, fisso nella memoria.
Una sola classe. Tutti insieme. Ci si alza in piedi per il “buon giorno” corale quando entra la maestra. Una sola maestra, cinque classi. Poi la preghiera. Sempre in piedi. Capisco, non capisco, una cantilena, ogni mattina è uguale, ogni mattina. Io non recito ma mi guardo intorno. Fisso ora l’uno ora l’altro. Loro mi sbirciano di tanto in tanto, ma non possono distrarsi, non possono. Io invece non ho l’età, io ascolto, incuriosito, cadenze e cantilene. Qualcuno a volte  non segue e si distrae. Va per conto suo, è in ritardo. E’ quasi sempre quello dell’ultimo banco. Mia madre dalla cattedra lo fissa, io mi giro per vedere. Lui smette di recitare, poi riprende, a voce più bassa, timido, volge gli occhi per terra.
L’appello. Io so i nomi, tutti, li ripeto nella mente ad uno ad uno prima che li dica mia madre, li distinguo e li riconosco, i maschi, le femmine. Sono seduto tra di loro, siamo tre o quattro in ogni banco di legno, io sto tutti i giorni in un posto diverso, ognuno vuole che sieda vicino a lui. Come fossi una mascotte, un giocattolo.
Presente… presente… presente… Cosa vuol dire, perché tutti i giorni, sempre uguale? Sempre uguale. Capisco, non capisco, ma è quella regolarità che mi dà  sicurezza, è un batuffolo di sensazioni note, non ho da temere, nulla di diverso può accadere, è il mio mondo, è la mia seconda casa, c’è mia madre, non devo imparare come gli altri, posso, se voglio, se non voglio non importa, non ho l’età, sono il figlio della maestra.
Scorrono le ore del mattino. La poesia a memoria, tutti recitano a turno, chiamati davanti alla cattedra, “O cavallina cavallina storna che portavi colui che non ritorna …  Io so. Ho imparato, ogni giorno ascoltando, quando loro non ricordano sarei capace di proseguire, ma non posso, devo stare in silenzio, fermo, al mio posto.
La ricreazione. Ognuno scarta qualcosa. Odori diversi, fragranze forti: fette di pane spesse ed unte, salsicce spalmate, formaggi. Un pezzo qua, un pezzo là, le briciole sui banchi. Tutti mi offrono. Guardo mia madre, un cenno, non posso, solo un pezzettino, solo da uno, poi basta. Sulla piastra della stufa il caffè della maestra, l’aroma che invade l’aula, un profumo quotidiano, amico, rassicurante.
Poi la voce calda di mia madre che parla, parla forte, nitida, poi velata, ovattata, lontana. Si perde. La mia testa si reclina sul banco e gli odori acri del legno e dell’inchiostro del calamaio penetrano nelle narici.
 Dormo, non dormo, sento un vocìo, un brusìo, poi più forte un richiamo a voce alta, mi sveglio, sonnicchio, ridormo, mi risveglio.
La lavagna, i disegni solo per quelli di “prima”, la casa, l’albero, il dado. La A, la B, tutte le riconosco, le leggo, saprei come scriverle, ma non devo, se non voglio non devo. Guardo, osservo, ma potrei non guardare, non osservare, non ho l’età, sono libero, sono il figlio della maestra…
L’aria è greve dentro l’aula ormai calda, troppo calda. I grembiuli neri odorano di fango e di campagna. Si lavano solo il sabato perché la domenica non c’è scuola.
Qualcuno non segue col dito la lettura, mio madre lo sgrida, io non vorrei, mi dispiace, è mio amico. La regola non perdona, l’ordine è rigido e rigoroso, nessuno è escluso, nessuno deve distrarsi, li chiama a sbalzo, li richiama subito dopo perché continuino a leggere di seguito, non possono alzare gli occhi dal libro. Mi sembra una tortura. Perché?
La bacchetta sulla cattedra. Severina la chiamano. Non la usa mia madre, non ne ha mai bisogno. Ma il fatto che stia lì mi incute grande timore. Temo per loro.

Vado direttamente in seconda classe. Non frequento la prima, so già leggere e scrivere, so contare fino a cento. Compagni nuovi, un’aula diversa, non siamo più in campagna, c’è un bidello, così viene chiamato, ma il suo vero nome è Pietro. Sembra severo, tutti in fila per due, bisogna tenersi per mano. Non conosco, ho molta ansia dentro, forse paura. Non sono più un privilegiato, regole uguali per tutti. Primo giorno, compagno di banco, Francesco, è profumato. Il banco è pulito, non c’è inchiostro nel calamaio, non useremo penne, solo matite e gomma. La maestra. E’ alta, ha gli occhiali, ha anche lei la bacchetta sulla cattedra, ma parla in modo dolce, come una mamma. I capelli raccolti a cipolla, un po’ bianchi e un po’ neri, scrive sulla lavagna, poi cancella, sale in cattedra, siede, si alza. Guardo tutto con attenzione, scruto ogni movimento, ne va della mia serenità. Devo capire. E’ buona, è cattiva, ha l’aria di una che perdona, ma meglio non rischiare. In piedi, la preghiera, ora devo recitare in coro con tutti, seguire, non posso distrarmi, non sono più uno che può fare o non fare.
Qualcosa sta cambiando. Si apre una nuova pagina, come nel sussidiario. Ora non ho più privilegi di sorta.
Il copiato, la lettura, dieci caramelle acquistate e quattro perse per strada, quanto fa, lo so, imparo a calcolarlo.
Le poesie di Rodari, il libro Cuore, gli eroi del Risorgimento, il dettato, il riassunto.
Per quanto tempo sono scolaro, per una folata di vento, apprensioni, paure, tutti comandano, chiedono, dolcemente, ma chiedono, bisogna rispondere, imparare, crescere.
Bisogna crescere.
  Devo imparare che la cavallina che portava colui che non ritorna può essere storia vera. Perché la felicità è effimera ed è vulnerabile dalla storia, dagli eventi, dal tempo che trascorre e scivola via come sabbia dalle dita…
Imparare che Severina è comunque la forza dei tiranni e dei dittatori, e che ogni ordine democratico si può ottenere anche con il dialogo e con giusta condivisione.

Quindici anni. Gli amoretti liceali.
Da adolescente inseguo i sogni. Il prodigio degli innamoramenti, gli sguardi d’intesa rubati dai banchi durante le lezioni, le mezze frasi fatte di parole importanti. Ascolto, la sera, nell’invulnerabile guscio della mia cameretta, le note di un disco, sempre quello, e volo via verso le impulsive illusioni giovanili, sempre turbato dalle mie incertezze.
Oggi sono per me lontane, antiche, ineffabili memorie:
la gita a Sorrento, la prima volta da solo con Annalisa. Domani sarò interrogato, poi c’è il tema in classe, non so cosa scrivere. Le ansie, le efferate delusioni, le vittorie e le sconfitte, le prime lacrime per amore. Come sarà nella vita, gioie e dolori che durano un attimo soltanto, un fantastico gioco di improvvise indecisioni e fulminanti batticuori.
Malori adolescenziali. Passare dalla mestizia sconsolata alla felicità schietta e incontrollata. Dall’una all’altra in un baleno, senza  alcun apparente riferimento a ciò che accade intorno.
 Giovane studente quindicenne, col cuore ebbro di vita, fuggo nel mio  microcosmo di miraggi e di lusinghe, allucinato dai colori e dalle luci che vedo intorno, dappertutto, ovunque volga lo sguardo.
Chi comprende le mie malinconie, quando la sera a tavola non parlo, quando non ho voglia di raccontare,  quando sorrido per compiacimento, eppure penso ad altro?
La dea dei quindici anni è bella e veste d’azzurro. A lei sorrido, seppure sempre turbato dalle irresolutezze dell’età, e inevitabilmente sedotto dai suoi incantamenti fuggo verso i fulminei bagliori che mi regala.
Adolescente, sessantottino (ma quanto presto sono diventato “grande”) contesto come gli altri, per cambiare le leggi, per modificare le regole, in nome della libertà, dell’emancipazione, dell’indipendenza.
Ma sono ancora, come gli altri, fragile dentro.
 Chiedo consensi e consigli, eppure non vorrei,  ho bisogno di sicurezze per i miei dubbi e di consolazione per il mio pianto.
Liceo, scuola di sogni, incertezze e turbamenti, di titubanze ed indecisioni, e di vagheggiamenti giovanili.

Ormai maggiorenne, scelte importanti, decisive, irreversibili. Il futuro, la carriera, la professione. Banchi ad anfiteatro. Compagni di Corso, non più di scuola, amicizie diverse, più eteree, di quelle che passano, che si ricorderanno a fatica, che non resteranno impresse nell’animo come marchi indelebili o come il profumo acre del legno dei banchi di un tempo.
Adesso i giochi sono fatti, è tracciata la via  maestra da percorrere fino in fondo.
Ora è tempo di affrontare la vita a viso aperto. Un modo diverso di approcciare gli eventi, la realtà che incombe in un contesto di progressiva immutabilità. Ora ho in mano tela e pennelli per dipingere in modo definitivo l’immagine del  mio futuro. A tinte fosche, o colorate e vivaci. Dipende dalla mia volontà, ma anche dalla sorte, dalle scelte, dal caso e dalla ventura.

“Quisque faber fortunae suae” sentenziava di continuo il prof al Liceo, quando l’ebbrezza giovanile, l’euforia e la spensieratezza di quegli anni offuscavano l’immagine del futuro, mostrandolo lontano, tanto lontano, e così remoto da sembrare proiettato in una dimensione irreale. Come se dovesse appartenere solo agli altri. Come se la gioventù avesse durata illimitata e fosse un nostro possesso inalterabile ed inespugnabile.
Oggi inutilmente vorrei rivivere il momento di qualche scelta del passato, modificare in dubbio qualche antica certezza, cambiare in certezza qualche vecchio dubbio. Forse il presente sarebbe diverso, in meglio o in peggio, nessuno potrà mai dire.
O forse siamo solo personaggi designati di un quadro già dipinto. Forse è già raffigurata dal destino la tela di ognuno e già scritta è per ciascuno la vicenda della propria vita.
Forse nessuno, per quanto possa fare, potrà mai cambiare i colori della tavolozza, né modificare l’ordito del disegno originario.
Ma alla fine sarà comunque il tempo a scrivere l’ultimo capitolo della storia.

Venti anni sui banchi di scuola e la vita che scorre a braccetto: oggi tante cose ho imparato: so che i poeti soffrono. Che la dea vestita d’azzurro all’improvviso scompare e non torna più. Che la  Cavallina storna è storia vera perché i padri possono morire all’improvviso. So che i compagni più cari possono ferirti, che i piccoli grandi amori puoi perderli  per strada e ti resta dentro la rabbia, e poi il rimpianto.

So che un mistero infinito incombe su di noi, e che non brilla sempre il sole  sulle illusioni  dell’adolescenza.
Ho imparato che quando diventi uomo trovi ostacoli posti dagli uomini: barriere, tranelli, trappole, insidie, cattiverie, inganni.
Perchè va via la giovinezza e ti lascia a poco a poco dentro un corpo che a te non pare più il tuo, ti aggiunge anno per anno il peso di un’età che sembrava appartenere solo agli altri, la canizie che mai avresti pensato di avere, una pelle diversa, e ti disegna con crudeltà rugosi ghirigori sul viso…
Così passò la mia giovinezza.
Allora scopri che la vera scuola è per sempre, e che sei ancora seduto nel tuo banco, perché sempre hai da imparare, prima dalla scuola, poi dalla vita.

Ma con il ricordo, se voglio,  in un momento di totale ed assoluta diserzione mentale, posso fuggire lontano.
Modellare la memoria, usando tela e pennello per rivivere una realtà di mio unico, personale  e prezioso possesso. E se per un attimo soltanto col pensiero fuggo lontano, rivedo al mio fianco Annalisa e tutti i miei compagni, e l’incanto degli anni di scuola che il ricordo incornicia nel più bello dei quadri d’autore che nessuno ora, davvero, può modificare.
 Con coraggioso cimento lascio spazio ad audaci fantasie e mi rifugio nel mio caro mondo antico:  solo il tempo di estraniarmi dal reale per poi tornare, inevitabilmente, nel reale.
Il tempo di tornare scolaro, e poi studente, il tempo di vivere ancora, libero come un gabbiano in cielo, mirabili e illusorie chimere, opponendo strenua difesa alla dura razionalità ed alle  fredde apostasie della mente.
Il tempo di subire ancora un ineffabile inganno.
Come quando sembrava tutto facile, possibile, concesso, lecito, non obbligatorio. Come quando ero libero di fare o  non fare, di dire o non dire, di imparare o non imparare.
Come quando nell’aula della scuola di campagna io ero il figlio della maestra.