Ad intere generazioni di studenti è stato insegnato che il verbo dicesi "transitivo" quando l'azione espressa dal verbo stesso "transita" dal soggetto all'oggetto ( es. io chiamo una persona- io vedo una casa. Chiamare e vedere sono verbi transitivi e su questo non credo che si possa disquisire, almeno che non si voglia alimentare un'apostasia fine a se stessa (e se stessa va scritto senza accento...).
Diversamente dicesi "intransitivo" il verbo che esprime un'azione che non passa dal soggetto al complemento oggetto. Ora con buona pace di tutti i terroristi della lingua (alcuni dei quali, ahimè, in assoluta buona fede e sorretti solo da madre ignoranza) il verbo uscire esprime un'azione che non può passare dal soggetto al complemento oggetto, neanche se quest'ultimo è un cane.... Non si "esce un cane", ma "si esce con un cane"(complemento di compagnia, che vale anche per chi non è animalista). In questi casi, e nella vita in genere, la forza non serve. In grammatica, soprattutto, è atto assolutamente esecrabile e velleitario.
Non so quanto di vero ci sia nelle esternazioni attribuite al sovrano giudizio dell'Accademia della Crusca. Credo e spero che le cose non siano andate come le raccontano .
Anche se allargare le maglie dell'ortodossia linguistica non può che giovare a chi naviga nel mare magnum dell'ignoranza, fornendogli appigli ed occasioni per torturare e bistrattare la cara lingua madre, senza freno e senza ritegno alcuno. Questa opportunità oggi si apre in modo sconsiderato a tutti coloro che postano testi sui social pur intrattenendo con la grammatica e la sintassi un rapporto di assoluta e reciproca disconoscenza. Utile sarebbe, forse, fornire un "correttore automatico" che non si limiti solo al vocabolario, ma che si estenda anche alla grammatica ed alla sintassi, con particolare riguardo alle forme verbali, ai comparativi ed ai superlativi, alle coniugazioni, alle declinazioni, alle accordanze e così via.
Non posso eseguire un pezzo musicale con lo spartito davanti se non conosco la musica.
L'ignoranza non può modificare la lingua italiana e non si possono accogliere le scandalose proposte dei suoi proseliti.
Perché "uscire un cane" è terrorismo linguistico.
Recensioni, racconti, notizie, aneddoti,commenti, cronache,critiche, favole...... a cura di Sergio di Diodoro - giornalista free lance -
martedì 5 febbraio 2019
sabato 12 gennaio 2019
RECITA D'ADDIO
Storia
di un amore impossibile
(perché
fui bancario…)
Non ci saremmo mai amati.
Ci conoscemmo per fatale combinazione un giorno di
febbraio di 35 anni fa. Io ero un giovincello appena laureato, tu eri
una matrona elegante, opulenta, da tutti desiderata, sognata e
vagheggiata. Mi colpì come un fulmine a ciel sereno la tua sontuosa
fastosità, la ricca e doviziosa corposità del tuo patrimonio, la sensazione di
sicurezza che scaturiva dal pensiero di poter trascorrere una vita intera
protetto dalle tue ali materne.
Tu eri madre di molti figli, immagine storica per il
territorio, fonte inesauribile di conforto e di tangibile assistenza, porto sicuro
per ogni nave sconvolta dalla bufera, seno caldo ed accogliente per mille
bocche da sfamare.
Tu avresti garantito il mio futuro e quello della famiglia
che andavo costruendo. Così ci conoscemmo meglio e divenni anch’io, come tutti
quelli che stasera sono qui riuniti, tuo devoto figlio.
Ma io e te non ci saremmo mai amati.
Tu eri elegante, austera, ma fredda come una piramide di
ghiaccio. Non ti “molcea il core” la musica del mare, la melodia del canto
degli uccelli, il poetico librarsi in
volo di un gabbiano.
Tu non distinguevi i colori dell’alba e del tramonto. Non
sorridevi del gesto innocente di un fanciullo, né piangevi vedendo un
pettirosso morire.
Io sì.
M’accorsi, nel tempo, che mai avremmo avuto comune sentire e
che mai avremmo riso o pianto insieme per lo stesso motivo.
Nel mio petto batteva un cuore, nel tuo il freddo meccanimo di una calcolatrice.
Non ci saremmo mai amati.
Forse non avremmo dovuto neanche incontrarci.
Tu mi avresti sempre considerato un figlio affettuoso, ma
diverso. Per me saresti stata una madre generosa, ma di adozione.
Io ti parlavo di greco e di latino e tu mi rispondevi con le
partite doppie. Io ti recitavo le liriche di Prevert e tu mi leggevi i bilanci
consolidati. Io le parole, tu i numeri. Troppo diversi.
Perciò non ci saremmo amati.
Così nel tempo la nostra unione è stata di reciproco
rispetto, ma innaturale. Adesso al termine di 35 lunghi anni di convivenza, è
giunto il momento fatidico del distacco.
Come avviene alla fine di ogni storia dovremmo avere rimpianti,
rammarichi, nostalgie, rimorsi. Ma chi ce l’ha??? Oggi a vederti così, stanca, lacera e
distrutta dal comportamento di alcuni figli degeneri , non più bella e maestosa
come un tempo, provo per te, nonostante tutto, un senso di affetto e tanta
amorevole compassione.
Addio mia vecchia e cara magnanima benefattrice, fredda ed
insensibile matrona, cui regalai gli anni più belli della mia esistenza terrena
, ottenendone in cambio benefici, ma non
riconoscimenti, assistenza, ma non apprezzamenti, affezione, ma non amore.
Ti lascio scendendo a stento da una scialuppa di salvataggio
e conservando solo il ricordo della maestosità del bastimento sul quale ero
salito tanti anni fa.
Mi auguro, per il bene di tutti, che tu possa risanarti.
Ma per quella profonda diversità che ci ha sempre distinto,
io non ti ricorderò nei miei scritti, né mai tu sarai regina del mio poetare.
E tu non inserirmi, ti prego, nei tuoi glaciali bilanci o in
quei micidiali, incolori, lugubri piani industriali……
Si avveri dunque il definivo distacco.
Tu mi hai dato sempre materna e concreta assistenza, io sono
stato tuo servitore, rinunciando ai sogni ed alle apostasie della mia mente.
Ma non ci saremmo mai potuti amare.
lunedì 26 novembre 2018
QUINDICI ANNI
Me pare ire ke iukive
ku lu sekkielle lla la rive
e mò nke ssa vesta roscie
e nke lu trukke e li furcine
i rdeventate già na signurine.
Quante tempe ka passate
da quanne ie te purtave su li spalle
e tu me ti strignive
nke lei vraccette picculine:
ie te diciave ka ire pesante
e tu stive strette a me
pekkè ie ere pe te, llu mumente,
la persone kkiù mpurtante.
Mò li kazzette kulurate ke fiure e paperine
ardeventate kazze velate da signurine
e quanne te li mitte
te ggire dall’addra parte
pekkè nisciune ta da vedè li gamme:
lli gammette ka parave ddu saggiccette
e ke mò kupre ke ggeste e mode
de na femmena mpurtande.
Ma duva sta la puccetta mì
ke li kudine e li vraccette pikkuline
ke me korre nkontre e me kiame
e me piagne desperate su li spalle
o ride kuntende ke l’ukkie brellande.
Mo’ li prubleme tu è addre,
e addre è li mì,
ke quanne isce la sere
aspette svejate fine a kke nn’arvì,
e dapù m’addorme,
ma sempre aggetate,
e sogne na guaiune ke li kudine
ka me dà nu vace,
e me s’addorme vicine.
lunedì 29 ottobre 2018
PALAZZI SENZA FONDAMENTA
La definizione che Cicerone dava della
res pubblica non è dissimile da quella che dovremmo oggi attribuire
al concetto di Stato: "cosa del popolo" intendendosi per popolo
non un qualsiasi aggregato di gente, ma un insieme di persone associatosi
intorno alla condivisione del diritto e per la tutela del proprio interesse».
Viene spontaneo immaginare che alla guida dello Stato, così come alla
guida delle sue fondamentali istituzioni delegate a garantirne la solidità e la
funzionalità, siano deputate persone munite di doti particolari, eccellenti
nella cultura, nella moralità, nella perspicacia, nella difficile dote della
mediazione e del dialogo. Se ciò non avviene, o avviene solo in parte, devono
esserci delle ragioni precise che non possono e non devono destare
meraviglia.
In questa sede, da giornalista, da docente di lingua
italiana, ma soprattutto da profondo amante della lingua italiana, mi
preme focalizzare solo uno dei sopra citati aspetti, peraltro di recente venuto
alla ribalta della cronaca.
Molti politici, ma anche molti insegnanti, molti professionisti
in diversi campi dello scibile, ignorano fondamentali principi e regole della
lingua italiana. Questa palese carenza, ancor più evidenziata oggi dal
proliferare di sistemi di diffusione di massa, come i famigerati social, si
manifesta in modi e momenti diversi e diventa oggetto di derisione e di
scherno. Ma viene da chiedersi quale sia la causa scatenante di questa
fenomenologia, a quanto pare non rilevabile in modo così evidente nel passato.
Un'analisi del fenomeno non può prescindere da un fattore base
di estrema importanza: la carriera scolastica. E' di pubblico dominio che
oggi, a partire dalle Scuole Elementari e poi via via fino alle Superiori, non
esiste il cosiddetto "polso fermo" , ossia la famosa regola, peraltro
logica e coerente, di interrompere anno per anno il percorso formativo a chi
non è meritevole di promozione alla classe superiore. In buona sostanza e per
dirlo alla paesana, vanno avanti tutti, capaci o non capaci, istruiti o non
istruiti, degni o non degni di accedere al gradino superiore. Insomma, se
sai leggere o non sai leggere, sai o non sai fare di conto accedi comunque alla
seconda classe, poi alla terza, alla quarta e così via. Stessa cosa poi per le
Medie e le Superiori. Alla pari, chi sa e chi non sa, chi studia e chi non
studia. Il motivo di tanta "manica larga" è da ricercare anche in un'ennesima
trovata degli psicologi strizzacervelli che si sono inventati, in partenza,
traumi infantili irreversibili per chi è costretto a ripetere una classe alle
Elementari o a sfigurare davanti ai propri compagni. A rincarare la dose
scendono in campo i genitori, un tempo schierati a fianco dei maestri e dei
docenti, oggi pronti a combattere a fianco dei figli, ritenendo inconcepibile
che il proprio pargolo possa valere o meritare meno di un coetaneo. E così
collaborano in modo sostanziale a creare, non so quanto inconsapevolmente, dei
futuri ignoranti.
Questi ultimi, ai quali si aprono autostrade nella carriera
scolastica, studentesca ed universitaria, arrivano poi alla fine degli studi
con un titolo che vale né più né meno di quello che altri (pochi)
hanno conseguito sbattendo la testa sui libri e dedicando gli anni più
belli della vita a faticose rinunce e a logoranti giornate trascorse a studiare
in modo serio e dignitoso.
In questo modo la carovana trasporta tutti, senza fare nessuna
distinzione dei reali meriti.
La Società e lo Stato agevolano questo "curriculum
inscientiae" con delle trovate che favoriscono l'impreparazione a tutti i
livelli. Un tempo, ma nemmeno tanti anni fa, il famigerato Esame di Stato dopo
i vari scritti prevedeva un'interrogazione su tutte le materie oggetto di
studio nei cinque anni delle Superiori, nessuna esclusa. Insomma, una sorta di
riepilogo generale dello scibile acquisito durante la carriera liceale. Poi ci
fu la restrizione a sole due materie da portare all'orale, una scelta dal
candidato e l'altra dalla Commissione (ma comunque comunicata al candidato per
vie traverse lungo tempo prima della data fissata per il cosiddetto
"colloquio..."). Per non parlare poi del famigerato
"Quizzone" oggi abolito per "semplificare" (sic !!!)
la prova ai poveri studenti...
Insomma, percorsi più facili, strade spianate,
agevolazioni per favorire chi non sa, non vuol sapere e non ha nessuna
intenzione di apprendere.
A fronte di questa situazione non c'è da meravigliarsi, come si
diceva in apertura, se al vertice delle Istituzioni o a ricoprire incarichi
di strategica e decisiva rilevanza ci si imbatte in individui non
preparati, non capaci di esprimersi nell'idioma nazionale senza incorrere in
madornali strafalcioni, ignoranti di Storia, Geografia, Scienze, Matematica e
via dicendo perché non hanno acquisito sufficienti conoscenze pur avendo
seguito corsi regolari di studi.
L'albero fruttifica bene se giuste e buone sono le sementi che
l'hanno generato. Un palazzo tiene anche quando arrivano terremoti e
inondazioni se le fondamenta sono resistenti e salde.
Ma non si può pretendere di raccogliere bene se si semina male.
Per tale ragione il fatto che politici, professionisti,
insegnanti, maestri di ogni ordine e grado, individui che la Società colloca in
posti importanti e strategici siano in difficoltà di fronte alla lingua
italiana così come di fronte ad ogni altra branca dello scibile, o diano prova
continua del proprio "non sapere", non deve meravigliarci più di
tanto.
Possiamo essere afflitti, dispiaciuti, irritati, sconvolti,
sdegnati, indignati, stizziti, offesi, tristi, rammaricati, sconfortati.
Ma non meravigliati.
venerdì 3 agosto 2018
ULTIMO NATALE A LA BOUILLE - Racconto terzo classificato al Premio "GIAMMARIO SGATTONI 2018"
Dipartimento della Senna marittima,
nell’alta Normandia. La Bouille. Gli anni dell’adolescenza.
A
Natale La Bouille era per me la meta del più bel viaggio dell’anno. Bambino,
poi adolescente, infine studentello diciottenne, andavo con i miei genitori a
far visita alla nonna che viveva sola in una piccola dimora del paesetto, sulle sponde della Senna.
Fu durante quegli indimenticabili soggiorni
oltralpe che iniziai a parlare anche francese ed a frequentare, per
diletto, i boulevards de la Seine.
C’erano
tanti clochards che vivevano ai bordi
del fiume.
Mi
incuriosiva e mi addolorava quell’ affliggente modo di essere al mondo. Uno di
loro, dall’aspetto laido e sgraziato e che era sicuramente piuttosto giovane,
ma che appariva comunque molto più
invecchiato di quanto in realtà non fosse, finì, col tempo, per diventare mio
amico.
Sempre
fasciato di cenci lisi, reperiti con fatica, ma con perizia, nei fondi mefitici
delle discariche di periferia, si cibava di avanzi e rimasugli, frutti di
un’accattoneria abitudinaria ma non indiscreta.
Sempre
lo vedevo aggirarsi con sussiego, non consono al suo stato, tra i bidoni dei
rifiuti, davanti alle cucine di qualche taverna o di qualche ristorante del
Lungosenna, mai triste, lo sguardo velato da ineffabile mistero. Dormiva,
coperto di cartoni, su un giaciglio che era ascoso alla vista di ogni passante
dai fronzuti rami di un cespuglioso leccio. Beveva acqua dalla fontana che
apparteneva a tutti.
Mai
lo vidi elemosinare, perché era d’animo mite,
ma altero e fiero.
Nobile
clochard, misero e indigente, celava
infatti dentro di sé un’indole eletta. Povero, poverissimo, viveva tuttavia ricco
di una fidente indipendenza e di una libertà beata.
Era
uno dei tanti peintres de la Seine.
Ma
diverso dagli altri.
Andavo sempre a trovarlo, ogni anno a Natale,
nel suo giaciglio lungo il fiume, per portargli in dono dolci natalizi tipici
dell’Abruzzo, e poi, in seguito, anche tele da dipingere e colori e pennelli.
Poi
come per tutte le vicende della vita, una volta fu l’ultima.
Morì
poco dopo pure la nonna.
La
casa di La Bouille fu venduta. Mi restò sempre nel cuore l’immagine del
clochard pittore e non dimenticai mai la nostra strana ed insolita, ma
meravigliosa amicizia, né quell’ultimo magico e funesto Natale trascorso in
Francia.
----------------
Non
v’era luogo sulla terra così colmo di meravigliose evasioni come il verde e
fiorente prato sui cui il clochard- pittore della Senna, quando dipingeva, sembrava correre, a piedi nudi, affrancato da
ogni vincolo terreno. Con le sue astrazioni librava l’animo indipendente sopra
sconfinati vagheggiamenti di genialità. Luoghi di serena armonia interdetti ad
ognuno, tranne che a me che gli chiesi, una volta, con un timido sorriso, di
potervi accedere, in modo discreto, avendo cura che né un improvviso fremito né
un molesto fruscìo potessero alterarne, neanche in parte, la sublime
evanescenza. Le sue mani callose e rudi disegnavano tratteggi fievoli, vaporosi, e poi il
pennello, carezzando la tela, inventava paesaggi, scorci, vedute, mai turbati
dalla presenza umana, che sarebbe apparsa, in quell’ascetica figurazione,
inopportuna, ove non innaturale.
Mentre
stava dipingendo una di quelle tele che, attraverso gli impulsivi sfioramenti
delle tinte, tra loro amalgamate in modo seducente fino a sublimare in visuali
fantastiche, diventava un dono inestimabile a me destinato, volle un giorno che
mi avvicinassi a lui.
Mi
invitò ad accostarmi con un cenno della mano appena percettibile, con una
levità di movimento di cui mai l’avresti ritenuto capace, per mostrarmi un
angolo visuale che nessuno avrebbe mai notato: iniziò a raccontare a me,
imberbe studentello d’Accademia, particolari e ragguagli della sua policroma
esistenza di clochard, attardandosi
nella minuziosa descrizione degli episodi anche più banali, come stesse
dipingendo. Colorava ogni vicenda decorandola con eccentriche stranezze,
bagliori, credo, della sua mente sempre estasiata e vagheggiante, e mi
conduceva per mano lungo una scala di vetro, luminosa come l’oro.
Salivamo
allora insieme, con la fantasia, su quei fragili gradini lasciandoci alle spalle,
nelle seducenti evoluzioni del suo narrare, le ipocrisie del mondo, gli
inganni, le leggi inique, le regole infrante, gli omicidi, le rivoluzioni e le
guerre. Con le sue storie mi conduceva in volo in uno spazio senza tempo, oltre
le chiuse vessazioni della sorte che dispensa ciecamente le sue pene, oltre
tutti i dolori del mondo. Al termine della scala di luce, in mezzo ad un prato
verde di totale fulgore, Hervé, (così per celia avevo deciso di chiamarlo, come
un orsacchiotto di peluche che mi era stato donato a Natale, mio migliore amico
d’infanzia a la Bouille), spesso cantava in francese, ed appariva felice. Sul
terreno senza confini di incontenibili
scorrerie cerebrali rifiorivano i suoi ricordi e gli irrefrenabili
rimpianti. T’accorgevi che aveva il dono non comune di poter cogliere
l’infinito nel semplice gioco della normalità, nel succedersi routinario degli
eventi.
Mi
raccontò di Aline.
Gli
apparve, allora, in un subitaneo ed inatteso flash back l’episodio più bello
della sua vita trascorsa.
Mi
raccontò di Aline, e gli brillarono gli occhi umidi di lacrime, forse non solo
per il freddo pungente. E mi sembrò che la stringesse in un tenero abbraccio,
come quella volta del primo bacio, tanto tempo prima.
guidava,
tenendolo per mano, verso un sentiero di lucentezza e di non descrivibile
fulgore.
Poche
decine di metri più in là, a fianco del fiume, i passanti sembravano automi
senza nome e senza volto, imbacuccati nei loro giacconi invernali e nelle
sciarpe avvolte intorno al collo. L’aspetto mondano, frivolo, gaudente e
secolare del Natale degli altri strideva con il
mistico, disadorno e disperato mondo di Hervé, vittima sacrificale di un
crudele ed inesplicabile gioco del destino.
Ma
era proprio questa diversità che gli dava ampi margini di sopravvivenza.
Dove
altri avrebbero visto solo il giorno morire lui coglieva le eccentriche
fantasmagorie del più raro dei tramonti, trascendendo le ovvietà, ideando ogni
più diversa sfumatura e leggendo tra le righe di uno spartito note ed armonie
di cui nessuno, mai, avrebbe immaginato la presenza. Diventava poeta al
pensiero del pianto sconsolato di una giovane vedova o di una madre al
capezzale del figlio o davanti ad un indifeso pettirosso morente. Parlava
tenendo lo sguardo sempre fisso lontano e colorava di azzurro lo sfondo della
tela quando s’oscurava, alla sua narrazione, il cielo dei derelitti. Così il
mendico oltrepassava i visibili segni della vita reale e scriveva uno spartito
che solo alcuni eletti avrebbero saputo leggere, e forse eseguire.
Una
musica che intonava note discordi da quelle dei canti, dei ritornelli e delle
filastrocche di Natale che echeggiavano dai gruppi di musicanti, bandisti e
sonatori sulla strada ai lati della Senna.
E
forse proprio quella musica, a nulla comparabile e che accompagnava la sua
vita, dava senso e significato vero alla ricorrenza del Natale. Mi chiedevo
paradossalmente se non fosse davvero un privilegiato, un eletto, cui le ferme
convinzioni di una fede inattaccabile conferivano la possibilità di guardare
dall’alto ogni cosa, ogni persona, ogni pur infausto evento.
Mi
chiedevo se alla fine non fosse da leggere nella sua miserevole esistenza il
valore autentico del Natale, il momento del riscatto degli umili e dei
derelitti, il trionfo degli ultimi e
degli afflitti.
Per
sua volontà mi chiamò adepto, probabilmente per via di un comune sentire, anche
se in quei giorni speciali ed in quei momenti di serenità cristiana che lui
abbracciava, felice per la nascita del Redentore, io gli parlavo del morire
come momento di assoluta fine, e della morte come estremo compimento ed epilogo
fatale. E ciò contrastava con il clima natalizio, con il miracolo di quella
nascita che lui sentiva fortemente e che
lo riscattava da una vita d’inferno, sublimata solo dal pensiero di una
migliore esistenza post-terrena e dalla mistica atmosfera natalizia che
aleggiava
d’intorno
e che sembrava scaturire dagli effluvi del fiume e dal sapore salmastro
dell’aria circostante.
Ma
il pittore povero non voleva che di fronte al mistero della vita, e soprattutto
della morte, entrassero tra i possessi della sua mente le mie infedeli
elucubrazioni mentali, i miei dubbi, le mie professate perplessità, le
affliggenti angosce giovanili.
Con il capo ormai quasi completamente calvo e
seminascosto da un berretto nero di lana, lurido e lercio, tra i fetori di quel
suo sgradevole giaciglio, senza mai distogliere lo sguardo dalla tela che stava dipingendo, scuotendo la testa perché
contrariato e mai convinto dalle mie parole, mi portava con sé, tra immagini
dipinte e musiche che sembrava comporre, oltre la banalità del quotidiano, per
un percorso fulgente lungo il quale rivisitai sotto nuova luce i suoi desideri
infranti, i sogni mai avverati, le speranze svanite, le disillusioni e i
disincanti.
Hervé
governava da grande maestro quel regno di liberazione e di inossidabile fede,
senza nessuna afflizione, ma con tanta appagante letizia. M’accorsi, anno per
anno, nel corso dei nostri successivi e reiterati incontri, che da ogni patito
inganno aveva sempre tratto precetti per vivere ancora. Da ogni
sconfortante traversia liberava forza e
vigore per non cedere, giorno dopo giorno, alla ventura avversa che ne minava
il corpo, ma che non scalfiva, in nessun modo, la sua imperitura speranza in
ciò che sarebbe accaduto dopo. Aprés la
mort, come diceva.
Per il clochard
de la Sèine nella vita terrena non c’era sentiero, per quanto impervio ed erto,
che non fosse percorso da ciascuno con un preciso fine stabilito ed assegnato,
sulla base di un progetto a noi ignoto, ma sicuramente apportatore di felicità
futura.
Così
convinto credente, carismatico e seducente ammaliatore, parlava del Natale al
mio animo agnostico, eppure nondimeno in quel tempo inevitabilmente plagiato
dalle promesse della vita, e mi indicava come estremità della strada la fine di
una lucente scala di luce. Nel rassicurante silenzio di quell’ineffabile plaga
che s’era creato, il mio importante precettore francese, emarginato dagli
uomini, dipingeva sulle sue tele, illuminandole di speranza, albe e tramonti,
fiumi, monti e città e profondità del
mare, luoghi mai conosciuti, colorati, variopinti, sereni, limpidi e tersi, in
uno scenario serafico che lo portava lontano dalla gente e dal mondo, dalla
vita visibile.
Pochi
giorni prima del Natale di quell’anno, che fu l’ultimo, mi aveva voluto accanto
a sé in una di queste fantastiche divagazioni. Dalla tavolozza chiamò a
raccolta le tonalità dell’azzurro del mare più profondo ed io avvertii i
singulti della sua voce stanca, che ormai mi giungeva lieve. Dipinse sulla
tela, solo per me, il più ambito dei doni, una “Nativité” malinconica e triste sullo sfondo di un cielo plumbeo di
nuvole bigie e minacciose, foriere di un burrascoso fortunale, in arrivo per
lacerare forse ancor più quel suo logoro pastrano, per devastare il suo
giaciglio di cartoni. Un’imminente, ennesima, ineluttabile sciagura di cui
però, come sempre, non avrebbe avuto tema
alcuna, perché confidava nel miracolo di quella nascita soprannaturale.
Tutto
mentre al tepore delle diverse dimore
ubicate ai fianchi della Senna il mondo
degli
altri si colorava delle mille fantasmagorie di luci e del calore mistico che
entra nei cuori di ognuno durante le celebrazioni del Natale.
L’ULTIMO
NATALE
Ora
giaceva immobile, e lo sarebbe stato per sempre, rannicchiato all’interno di un
tubo di cartone che la pioggia battente aveva reso ormai fradicio e grondante.
Gli era servito per proteggersi, ahimé in modo non bastevole, dal freddo acuto
e pungente della gelida notte francese, sotto il pur confortevole abbraccio di
un cespuglio amico, preferito a tutti gli altri, chissà perché, sulla sponda
della Senna, quel mattino sontuosa come non mai nel suo silenzio sovrano. Né
poteva più essergli di conforto o giovamento il timido raggio di un sole
sbiadito che, insidiatosi tra le foglie, disegnava ghirigori di luci ed ombre
sul suo viso freddo, emaciato e stanco,
celato dalla fitta barba incolta, vuoto da tempo di ogni desiderio ed avvezzo
ormai alla disillusione non meno che ad una dignitosa rassegnazione.
Rannicchiato
all’interno della scatola di cartone, ormai zuppa per la neve che veniva giù
lenta e copiosa e che un generoso platano, con le sue foglie aperte, riusciva a
contenere solo in parte, Hervé passava dal sonno leggero al dormiveglia,
ruotando spesso su se stesso per lenire il dolore alle ossa, compresse sui
sassi del Lungosenna.
Aveva
le mani gelate ed il bavero del lacero e consunto cappotto tirato su fino alle
orecchie. Gli era di compagnia solo il ritmato e sinuoso sciabordio del fiume,
unica voce amica nell’ancora buia alba francese.
Ogni
tanto gli giungevano da lontano gli abbagli delle luci colorate e dei riflessi
argentei e dorati del Natale degli altri, di coloro che la sorte aveva trattato
in modo diverso, chissà perché.
Ma
Hervé non aveva astio né contro gli uomini né contro il suo iniquo destino.
L’irreversibilità del suo stato gli aveva sempre assicurato una sorta di
rassegnazione che gli permetteva di vivere in simbiosi anche con gli elementi
più ostili della natura: con il vento freddo, con la neve e con il gelo, con i
dolori alle ossa, i brividi, i tremori ed ogni altro disagio fisico e mentale
con cui conviveva da sempre.
Quella,
però, era una notte speciale.
La luce vaga della nebbioso mattino avviluppò
in un ultimo abbraccio il corpo esanime del clochard,
intriso degli umori e degli effluvi della rugiada, avvolto nel lurido pastrano
grigiastro, sulla panchina gocciolante, mentre l’umanità malvagia, che mai ne
conobbe l’indole candida e schietta, impattava la realtà del giorno nascente e
la mistica atmosfera del Natale, davanti all’evolversi dell’attività
quotidiana, come sempre, non diversamente da sempre, senza occuparsi di lui.
Se
ne occupavano invece, non volentieri in quel giorno particolare, gli addetti
del parco, infastiditi da quel cerimoniale fuori programma che alterava il metodico
procedere della routine abituale e che li costringeva, loro malgrado, al rito
inviso ed
ineludibile
dello sgombro di quel corpo inerte. Tutto avveniva con distacco ed indifferenza.
Sempre,
gli altri, erano stati indifferenti a quel peintre
de la Sèine, per loro uno dei tanti.
Nel
tascapane di pezza che Hervé portava sempre a tracolla, logoro e consunto, gli
svogliati necrofori, avvolti dalla nebbia uggiosa di quel giorno esiziale,
rinvennero forse un’ampolla con le sue lacrime versate guardando un pettirosso
morire, o un uomo piangere di solitudine infinita. Uno di loro raccolse da
terra la ciotola di latta del cane Rouge, nutrito con l’affetto, e solo con
l’affetto, e poi trasse da quella misera sacca i colori che il mendico suggeva
dai suoi paradisi mentali e che mescolava sulla tavolozza per aleggiare sulle isole incantate di una
sfavillante fantasia. Suo unico, reale, immacolato possesso.
Era
l’alba di quell’ultimo Natale.
Oggi,
dopo tanti anni, a la Bouille, cammino ancora su una delle sponde della Senna e
respiro l’aria gelida di una fredda serata invernale.
Mi
incammino ancora, come tanto tempo fa, lungo quell’umido viottolo che
fiancheggia il fiume.
Non
c’è più il cespuglio di leccio.
C’è
ancora qualche vecchio clochard.
Un
cane, accanto al suo padrone, col pelo arruffato guaisce davanti ad una ciotola
apparentemente vuota, ma ricolma di affetto.
Nel
brumoso crepuscolo decembrino un rozzo pittore, incurante del freddo, avvolto
nel suo vecchio pastrano e nel diafano velo della nebbia, vestito di stracci,
dipinge paesaggi su una tela, stringendo
goffamente il pennello tra le dita della mano ruvida e callosa.
Come
quella di Hervé.
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