venerdì 20 aprile 2018

DI ALCUNE GIOVANILI EROICHE IMPRESE DI ANDREA MATTEO III DEGLI ACQUAVIVA, UOMO D’ARMI E DI CULTURA Pagine di storia dagli “Studi storici archeologici ed artistici” del prof. Vincenzo Bindi”

Brano pubblicato sull'Annuario "Madonna dello Splendore" n. 37 del 20 aprile 2018

Per molti secoli e per tante successive generazioni la dinastia degli Acquaviva annoverò tra i suoi insigni discendenti uomini e personaggi illustri i quali concorsero, in un modo o nell’altro, a conferire lustro al casato, in ambiti vari e tra loro diversi.
Valore in battaglia, ingegno, virtù, cultura, coraggio e tanto ardimento posti al servizio di una costante determinazione furono elementi che caratterizzarono, ciascuno nel suo campo, quasi  tutti i componenti familiari, tempo per tempo.
Nel secolo XI Alberico monaco di Cassino ebbe gloria tra i contemporanei per aver in prima persona confutato le eresie di Berengario, accogliendo le tesi di Lanfranco di Canterbury, abate del monastero di Le Bec in Normandia e futuro arcivescovo di Canterbury. Lo stesso Alberico avrebbe composto un’importante opera di musica sacra, prezioso testo che purtroppo non è giunto fino a noi, ma la cui esistenza è testimoniata da attendibili documenti dell’epoca. Scrittore fecondo, molto colto ed autore di pregiate opere di carattere ecclesiastico fu pure Roberto di Acquaviva che ebbe larga fama tra i contemporanei intorno al 1280 per la sua copiosa produzione di scritti, tra i quali un rinomato “De fato et Fortuna”, in due libri, probabilmente una sorta di trattato escatologico.
Berardo di Acquaviva fu per quasi venti anni (dal 1356 al 1373) Gran Priore del Priorato di San Giovanni Gerosolimitano di Capua.
Antonio Acquaviva nel 1390, quando Luigi II D'Angiò sbarcò a Napoli per opporsi a Ladislao II, figlio di Carlo III, approfittò della guerra che si stava combattendo per introdursi a Teramo e conquistarne il territorio giungendo a ricomprendervi anche il ducato di Atri. Nominato vicario generale della Chiesa per il territorio di Offida nella diocesi di Ascoli, morì qualche anno dopo.
Sono solo alcuni esempi ed alcuni nomi tra quelli che in epoche diverse arrecarono splendore e gloria al casato. Altri personaggi si distinsero in modo meno eclatante e per opere di minore importanza senza pertanto lasciare indelebile ricordo delle loro gesta  e delle loro opere nella gloriosa stirpe degli Acquaviva.
Quest’ultima conobbe in realtà il vero periodo di massimo splendore a far tempo dal secolo XV.
 Capacità non comuni, acume, intelligenza, valore ed ingegno furono doni della natura che confluirono tutti, durante la giovinezza, nella persona di Andrea Matteo III, VII Duca di Atri, (VIII secondo alcuni storici, non pochi in verità), figura al centro di questo lavoro di ricerca condotto alla luce di un  Saggio del prof. Vincenzo Bindi, dato alle stampe a Napoli nel 1881 ed incentrato su studi e ricerche dedicate alla storia di Castel San Flaviano ed agli “Acquaviva letterati”.
Andrea Matteo, figlio di Giuliantonio,  è personaggio discusso e controverso, non fosse altro che per quanto attiene alle dispute relative all’anno della sua nascita, ma soprattutto per quanto riguarda la conseguente contrastata questione della sua primogenitura. I due argomenti hanno per lungo tempo interessato storici e studiosi, atteso che fare luce sulla querelle anagrafica avrebbe consentito di saperne di più sul nebuloso argomento relativo alla concessione di titoli e privilegi concessi al primo nato in famiglia e, a quanto pare, non legittimamente conferiti a suo tempo ad Andrea Matteo.
 Per tale ragione in passato furono avanzate più o meno credibili supposizioni, basate comunque su attente ricerche, che andavano spesso e sovvertire  precedenti certezze relative all’anno di nascita di Andrea Matteo.  L’illustre rampollo degli Acquaviva sarebbe nato verosimilmente tra il 1456 ed il 1458, ma lo scarto temporale, quantunque minimo, risulta determinante, soprattutto alla luce di successivi privilegi e titoli onorifici riservati al primogenito del casato  e che in realtà furono assegnati non a lui ma al fratello Giovanni Antonio.
La collocazione della nascita di Andrea Matteo nell’anno 1456 è tesi che fu sostenuta (cfr. Giovio e Mazzucchelli) sulla base del fatto che egli sarebbe morto nel 1528 (ma per altri 1529) all’età di anni 72, caduto in battaglia a Conversano : “Fato functus est ad Conversanum, Bario finitimum, septuagesimo secundo aetatis anno, quum Lotrechii Galli infelicibus armis Apulia quateretur.” (P. Giovio – Elogia)
Con processo inverso, e  ponendo invece nel 1529 la data della morte, Eustachio D’Afflitto colloca l’anno di nascita nel 1457. A rendere più ingarbugliata la matassa devono aggiungersi svariate notizie fornite da altri scrittori e storici, primo fra tutti Baldassare Storace ed altri suoi seguaci, che pur tacendo in merito all’anno di nascita di Andrea Matteo, ne parlano genericamente come figlio primogenito del Conte Giuliantonio Acquaviva di Conversano, eludendo  e bypassando ogni possibile dubbio ed ogni diatriba relativa alla collocazione temporale della sua venuta al mondo.
Vincenzo Bindi fa esplicito riferimento alla  consultazione diretta dell’Archivio di Atri, ma anche  all’esame dei manoscritti del dott. Nicola Sorricchio (Atri 1710-1785) il quale, quale segretario ed avvocato della famiglia ducale aveva libero accesso a tutti i documenti pubblici e privati della città ed aveva avuto l’opportunità di consultare in modo minuzioso anche gli archivi di Giulianova e di Napoli, primo fra tutti quello davvero imponente degli Acquaviva.


Il lavoro di analisi delle varie testimonianze appartenenti alla famiglia ducale aveva quindi permesso al Sorricchio di  ricostruire in modo capillare la storia della città di Atri ma, nel contempo,  anche di fare luce sulla genealogia del casato degli Acquaviva, fornendo su di esso preziose notizie e  particolari inediti. Notizie tanto preziose da autorizzare il prof. Bindi a sciogliere ogni riserva in merito alle incertezze che ne avevano fino a quel momento caratterizzato alcuni momenti della storia: “ siamo lieti davvero di potere qui, per la prima volta, pubblicare alcuni documenti importantissimi, i quali varranno a correggere gli errori di quasi tutti gli istorici che ci hanno preceduto, e mettere in chiaro l’anno preciso della nascita dell’uomo insigne (Andrea Matteo Acquaviva ndr) del quale ragioniamo”.
Così nel saggio dello storico giuliese si legge che dal matrimonio tra Giuliantonio Acquaviva e Caterina Orsini Del Balzo, figlia naturale di Giovanni Antonio Orsini Del Balzo Principe di Taranto e Contessa di Conversano, avvenuto in data 11 aprile  1456, furono generati, nell’ordine,  Giovanni Antonio, nel 1457  ed Andrea Matteo nel 1458. Stando così le cose ben si comprende perché Andrea Matteo non avrebbe goduto dei diritti della primogenitura. In realtà, sempre secondo quanto si evince dalla lettura del testo, il Conte Giuliantonio in prime nozze avrebbe sposato La figlia del Duca di Montorio, Jacobuccia de Camponeschi , “particolarità sfuggita a tutti gli scrittori delle cose acquaviviane “ e solo in seconde nozze, dalla moglie Caterina avrebbe avuto, come si è detto, i due figli Giovanni Antonio ed Andrea Matteo.
Una volta fatta luce sulla questione della primogenitura è agevole comprendere il motivo per cui ad Andrea Matteo non andò il titolo di Conte di Conversano, “solito ad essere concesso ai primogeniti”, ma piuttosto quello di Marchese di Bitonto. A riprova della sua tesi il prof. Bindi cita alcuni importanti documenti dell’anno 1467 che avrebbero dovuto rappresentare prove inconfutabili a sostegno di quanto andava affermando. Documenti, però, che già all’epoca della stesura del saggio non esistevano più: “Le notizie il Sorricchio le tolse da alcune carte esistenti nell’Archivio di Giulianova, da lui copiate, documenti importantissimi, irrimediabilmente perduti, perché distrutti ai tempi dell’occupazione francese”.
Largo spazio viene quindi concesso nel Saggio in parola alla figura di Andrea Matteo che sposò in prime nozze Isabella Todeschini Piccolomini d'Aragona figlia di Antonio I duca di Amalfi e conte di Celano e, successivamente, rimasto vedovo, in seconde nozze, nel 1509,  Caterina Della Ratta.
Duca d'Atri (dal 1481) e conte di Giulia (ma poi anche di Conversano, dopo la morte del fratello Giovanni Antonio scomparso nel 1479 a soli 22 anni) Andrea Matteo III fu così uno dei feudatari più ricchi e potenti del regno. Bindi lo annovera tra i discendenti del casato che “ tra lo splendore della ricchezza e del potere, non dimenticarono il culto santissimo delle scienze e delle lettere, e spesero valevolmente la vita, l’opera e l’ingegno ad incoraggiare e proteggere i buoni studi, ed all’incremento di ogni nobile e gentile disciplina …”.
Oltre che come ardito combattente Andrea Matteo si distinse anche come illustre letterato e, come del resto altri personaggi del casato,  fece parte della schiera di coloro che “nel campo delle lettere tennero i supremi onori, e vissero amati e rispettati dagli uomini più insigni dei loro tempi…”
Purtroppo, però, molte opere letterarie  degli Acquaviva erano già al tempo del Bindi pressochè introvabili, anche per via del fatto che quasi tutti gli  archivi che riguardavano la città di Atri, e di conseguenza la famiglia degli Acquaviva, andarono più di una volta dati alle fiamme e distrutti.
La lettura del testo assume ancor più valore se si tiene conto dei continui riferimenti dell’autore alla ricerca attenta delle fonti alle quali attingere ed al ripetuto richiamo alla difficoltà di reperimento di “libri scritti e pubblicati dagli Acquaviva ” dai quali poter trarre notizie storiche certe : “ nelle pubbliche e nelle private biblioteche, e presso coloro che fanno raccolta di libri preziosi e rari, le opere letterarie, di scienza politica, di morale e di religione, scritte nelle varie epoche dagli Acquaviva, son divenute oramai estremamente rare e spesso le ricerche più diligenti risultano infruttuose…”
Pur nella difficoltà della ricerca delle fonti ed a fronte della loro riferita contraddittorietà la figura di Andrea Matteo viene presentata nel saggio del Bindi come quella di un personaggio eroico, insigne letterato ma al tempo stesso audace e coraggioso combattente.
Impavido ed intrepido il giovane Andrea impugnò le armi fin da giovanissimo, combattendo a fianco del padre nelle guerre sul territorio italiano e mostrando tanto valore in battaglia da meritare la prestigiosa qualifica conferitagli da Ferrante d’Aragona che lo definì “suo alunno ed illustre guerriero”. Per ardimento e temerarietà superava ogni  compagno d’armi tanto da meritare, per le sue gesta,  premi di grande importanza, primo fra i quali, senza dubbio,  quello di ottenere in sposa Isabella Piccolomini d’Aragona,  nata dal matrimonio tra Antonio Duca di Amalfi e e Maria figlia di  Re Ferrante. L’importante privilegio costituì l’ufficiale riconoscimento per le sue gesta in armi nel territorio di Fano, a fianco di Costanzo Sforza, signore di Pesaro, che combatteva contro Girolamo Riardo, nipote di Sisto IV.
 Il luogo in cui furono sottoscritti i “capitoli matrimoniali”  rappresenta altro motivo di polemica tra il Bindi e lo Storace, colpevole, secondo lo storico giuliese, di “accumulare nella sua storia menzogne ed errori, adulazioni ad adulazioni”.
 A detta dello Storace i documenti sarebbero stati sottoscritti a Fano dove, in realtà, si trovava Andrea Matteo il 16 aprile 1480, data del matrimonio. Ma il Bindi rileva che l’importante atto ufficiale fu invece siglato a Castel Nuovo dallo stesso Re Ferrante e da Angelo di Durante, al quale era stata conferita specifica delega “come procuratore e per mandato espresso” per poter ratificare l’atto di unione in vece dello sposo Andrea Matteo.
Le valorose imprese di quest’ultimo continuarono per lungo tempo anche dopo il matrimonio.
Nel 1485 secondo le cronache, (ma il Bindi corregge anche qui la data anteponendola al 1482 ) con il grado di luogotenente curò la difesa delle province di Otranto e di Bari combattendo contro i Veneziani a fianco del Duca di Calabria. Anche questa volta si distinse per eroismo ed audacia tanto che Re Ferrante si sentì in dovere di promettergli nuovamente  tangibili riconoscimenti, arrivando a prospettare come premio per le sue gesta in armi niente meno che la restituzione della città di Teramo la quale in passato era stata tolta ai suoi avi. Questa ambita ricompensa, in verità, non fu mai concretizzata e l’impegno fu disatteso, anche se per tener fede comunque, in qualche modo, all’impegno assunto, il Re in data  26 maggio 1484 con atto ufficiale decretò che “Andrea Acquaviva, Duca di Atri, Marchese di Bitonto e Conte di Conversano, come parente e figlio dilettissimo, sia da tutti riconosciuto quale Governatore e Preside  di Terra di Otranto e Terra di Bari , coll’onnimoda potestà ed alla stessa manera come s’egli fosse il Re…”. Questo incarico, quantunque prestigioso,  avrebbe gravato Andrea di non poche responsabilità, ben paragonabili a quelle di chi comanda e governa i propri sudditi, impegnandolo a  provvedere a “ tenere le marine di quelle province in bono stato, al fine di non essere inquietate dai barbari, ponendo ed accomodando i presidi, amministrando la giustizia a chiunque…”
Sicuramente un mandato che attestava quanta fiducia il re potesse riservare al genero, al quale inviava continue conferme della propria stima  vivete contento che, mediante lo grande amore che sempre vi ho portato e vi porto, e le virtù vostre, sempre faremo cosa che vi piacerà
Ma qualcosa non girò per il giusto verso se è vero, come è vero, che la promessa di restituire Teramo tardava ad essere mantenuta e ciò rattristava più del dovuto l’animo di Matteo. A questo si aggiungeva il rapporto sempre meno idilliaco con il cognato Alfonso, duca di Calabria e figlio di Ferrante, assai geloso “degli onori tributati all’Acquaviva, il quale era tenuto in tanta riputazione nella corte, da essere considerato quasi un secondo sovrano”.  Queste, e forse più oscure motivazioni, finirono per convincere Matteo a fiancheggiare “col consiglio e con le armi”  la congiura ordita dai Baroni Napoletani per spodestare Re Ferrante d’Aragona.
Le pagine di storia che seguono rappresentano un fulgido esempio di stima e di amore paterno nei confronti di Andrea Matteo da parte del suocero, il quale davvero lo amò come fosse suo figlio e davvero ne riconobbe le doti di rettitudine morale pur nel marasma che seguì al momento della congiura e che caratterizzò uno degli “episodi più lugubri della storia degli ultimi anni del dominio Aragonese in Napoli”.
Fu in effetti grande conflitto tra tutti coloro che avevano aderito al progetto di spodestare Re Ferrante ed il suo figliolo Alfonso, offrendo la corona a Federico, secondogenito del Re, il quale era visto e considerato da tutti in modo ben diverso : ” con l’equità, modestia et humanità procurava le gratie et il favore delli huomini…”
Ministri, segretari, generali, baroni, tutti in un modo o nell’altro presero parte alla congiura che ebbe esito infelicissimo a tragico per molti di loro. Alla scoperta della cospirazione, infatti, seguirono terribili pene capitali: “ … alcuni furono presi e martoriati, altri morirono di capestro, alcuni gittati in orrende prigioni, ed altri finalmente cacciati in bando dalla patria”. Andò in un certo senso meglio a coloro che furono catturati e sottoposti a processo perché, pur condannati quali “rei di lesa maestà ”,  ebbero tuttavia salva la vita, pur nella perenne esclusione da “tucte e quale si voglia dignità, tituli ed honori de contate, nobilitate, officii et cavalleria, e di quale si voglia gentilezza” . In pratica quella che oggi sarebbe un’interdizione dai pubblici uffici, e senza possibilità di deroga.  Agli stessi, tuttavia, sarebbe stato  riservato un “trattamento speciale” dopo la morte naturale: “ … li condemnemo in modo che perdano la testa, et loro capo sia detroncato da loro corpi, in modo che loro anima et de ciascuno de ipsi sia separata dal corpo…“
In questo clima di generale epurazione la figura di Andrea Matteo Acquaviva esce ancora una volta come quella di un figlio prediletto, che il Re nonostante tutto non si sente di condannare, non fosse altro che “ per i meriti personali e per le benemerenze  della casa Acquaviva verso gli Aragonesi…”.
Ma a maggiore discolpa del genero amatissimo in una lettera del luglio 1487 ne tesse addirittura le lodi, discolpandolo da ogni collusione con i congiurati “ …il Marchese di Bitonto, essendose deportato con fede ed integritate, et non volendo consentire con li predicti (i Baroni ribelli ndr) non è solamente preservato da tale detentione, ma tractato honorabilissimamente…”
Andrea Matteo aveva poco meno di trenta anni.

Il tempo che seguì fu per lui ancora costellato di immense fortune e di eccelsi onori, in campo letterario, negli affari dello Stato e ancor più nell’esercizio delle armi. Proprio come valoroso combattente  egli ebbe modo di confermare, tempo per tempo,  le sue doti di grande ed impavido guerriero.
La storia delle successive eroiche imprese post-giovanili Di Andrea Matteo III Acquaviva potrà costituire oggetto di ricerche e di analisi future,  in modo che possa essere meritatamente e globalmente rappresentata la figura di questo eminente personaggio della dinastia degli Acquaviva, insigne uomo di armi e di cultura.

Nota dell’autore:

Questa ricerca è stata condotta in relazione al saggio citato, valente opera del prof. Vincenzo Bindi ed alla luce delle notizie e  delle fonti riportate nel testo suddetto, ivi comprese dispute e diatribe insorte tra lo storico ed altri studiosi in merito ai diversi eventi ed alla loro collocazione temporale.
 Fatti ed avvenimenti risultano pertanto raccontati cristallizzando il lavoro di consultazione e di analisi all’epoca della pubblicazione della scrittura originale di riferimento, volutamente omettendo gli esiti di successive ricerche che potrebbero aver in seguito confutato quanto riportato ed aver fornito nuove e diverse conoscenze sull’argomento trattato.



Bibliografia:

- “ Castel San Flaviano – presso i Romani Castrum Novum e di alcuni monumenti di arte negli Abruzzi e segnatamente nel teramano- Studi storici archeologici ed artistici del prof. Vincenzo Bindi- Vol III- Napoli 1881
- “Scrittori d’Italia”. Art. Acquaviva. Giammaria Mazzucchelli – Brescia 1760. Vol. I
- “Istoria della Famiglia Acquaviva Reale d’Aragona”  Baldassare Storace - Roma 1738
- De gestis Regum Neapolitanorum ab Aragonia qui extant, libri quatuor. Albino Giovanni - Editorial: J.Gravier, Neapoli, 1769
- “Annali d’Italia  anno 1480 “- L.A.Muratori
-“Hatria-Atri”  L. Sorricchio Vol III –Parte I-
- “Annali Acquaviviani – N. Sorricchi
-“De gente Acquaviva Aragonia – Dissertatio historica, genealogica, cronologica et oratio panegirica- Roma 1732
- “Memorie degli scrittori del Regno di Napoli”  Eustachio D’Afflitto – Napoli 1782
- “Sulla nobilissima famiglia italiana degli Acquaviva “ A.C.De Bartolomei- Ascoli,  1840
- “L’Abruzzo nel Medioevo” – Autori vari - a cura di U. Russo ed E. Tiboni – 2003
“Raccolta di memorie istoriche delle tre province degli Abruzzi” A. L. Antinori – Napoli 1781

“Famiglie celebri italiane – Famiglia Acquaviva  F .Basadonna – Torino 1885

mercoledì 11 aprile 2018

"IL BANCHETTO" - Brano tratto dal racconto "Gli azzurri soffusi"

......In mezzo a tanta luce, tra questi suoni ovattati e dolcissimi, rivedo sopra un tavolo immenso la tovaglia a fiorellini rossi simile alle casacche che mia madre cuciva a me ed al fratello Dante, oggi non più capace di trascorrere un pomeriggio intero inventando vicende per l’eroe nostro preferito: il soldatino di piombo con il mitra e con l’elmetto.
 Intorno al tavolo prendono via via posto i convitati al banchetto. E’ un’armonia la fusione ritmica delle varie voci che si accavallano e scompaiono e poi tornano, tenui e poi forti, ora acute, ora basse, ora alternate dal rintocchi lenti dell’antico pendolo, come quelli delle campane del convento dove insieme, mamma, la domenica mattina ci recavamo con amabile consuetudine io, tu ed il fratello Dante. La folla dei commensali è sistemata intorno al tavolo con la tovaglia a fiorellini rossi.
Qui trascorriamo, rievocando il tempo. Provo a immaginare tra questa confusione gli anni andati e per sempre perduti:  tu vecchio zio, con i baffi che ti danno aspetto austero, e tu, amico mio inseparabile dei mattini d’estate al mare, e tu, madre, e tu, padre. Il tempo è trascorso con noi. Mi estranio a tratti dal convito e voi non vi avvedete di questo mio fuggire. Come ora. Vedo laggiù, nell’angolo sereno come sempre, ancora il volto di nonna Assunta. Sei sempre pronta, nonna, a perdonare le marachelle di un piccolo discolo cresciuto e diventato, oggi, un “grande”? Mi mostravi sovente le foto un po’ ingiallite del periodo della tua adolescenza, quando eri giovanetta e vestivi di azzurro. Mi parlavi con orgoglio dei tuoi vent’anni. Anch’io, oggi, ho subìto la stessa beffa.
Il mio rito inizia, come una favola moderna, da un’allegra tavolata, simile a quelle che a Pasqua e a Natale usavamo imbandire nella enorme sala di casa nostra. C’erano tutti: parenti e conoscenti. Ricordo che il mio viso riflesso nella superficie concava del cucchiaio, si deformava in mille modi diversi ed assumeva aspetti sempre più insoliti, quasi grotteschi; allungandosi e deturpandosi non si rifletteva la mia immagine reale, ma una immagine inconsueta, forse un simbolo del tempo che in modo non diverso ha alterato, allegri commensali, i vostri volti.
Tu moristi giovane, Nadia, e il tempo non ti offese; ma ora prima che il rito si compia, rivedo il tuo volto bianco e freddo che baciai per l’ultima volta, bagnandolo di lacrime, quell’incredibile giorno di tanto tempo fa. E’ ancora quell’espressione dolce e ingenua che ho davanti agli occhi e non quella della ragazza in grembiule nero lucido che vedevo ogni mattina nel cortile della scuola.
Tra tanta confusione, frattanto, ritornano, come echi lontani, le note antiche e remote dei violini, il canto sublime dei flauti, il dolce richiamo dell’arpa. Si odono armonie indistinte eppure sapientemente fuse in un crescendo singolare.
Avverto palpiti misteriosi. In una rapidissima successione particolari del mio passato si accavallano e si ripropongono come giammai trascorsi, ma sempre vivi in parti recondite della mente. Nostalgie, malinconie, rimpianti, dolori antichi che mi turbano e sconvolgono ancora. E’ un’apoteosi. Respiro ancora a fatica come quando udivo dalla finestra della mia cameretta la pioggia picchiettare sulle pozzanghere con monotonia: poi d’improvviso vi guardo nel volto, amici commensali, con insolita serenità, come avessi raggiunto uno stato ideale di pace. Senza più turbamento, ad un tratto, siedo anch’io con voi a tavola, dove sedevi tu, padre, quando la sera tornavi dal lavoro. La stessa musica si fa più tenue e si ode appena.
Lo sfondo dell’immagine è soffuso di azzurro come la veste di nonna Assunta giovinetta. Con rinnovata tranquillità ho il coraggio di guardarvi in viso e, per mirabile incanto, ho la certezza che non trascorrerete. Il tuo volto, Nadia, non è quello che vidi prima. Ora sei sbarazzina e ingenua come nel giorni di scuola ed oso guardarti negli occhi perché il tempo non saprà ferirti. Le prime rughe del tuo volto, mamma, non mi incutono più angoscia, esse appaiono come i tocchi sapienti del pittore romantico: un quadro bellissimo, che non potrà più divenire, ma che la mente serberà tra i suoi possessi con ostentato orgoglio...


domenica 25 marzo 2018

ULTIMO APPUNTAMENTO A CAPRI- Brano tratto dal racconto "IL TUNNEL"

Al Belvedere di Tragara, al quale accedevamo per vie ogni giorno diverse, passando davanti a ville con nomi di donna o a giardini inventati su rupi scoscese, avevamo fissato, per un giorno di settembre, il nostro ultimo appuntamento che avrebbe segnato la fine delle vacanze. Ci saremmo salutati, e certamente mai più rivisti.  Era il capitolo ultimo della nostra breve ma intensa storia.
Quell’ incontro avrebbe posto fine alle nostre lunghe passeggiate, alla vista di quel mare profondo, alle ripetute ricerche della mai vista lucertola azzurra, ad un romanzo che non avrei mai scritto.
Presto lei sarebbe tornata ai civettuoli discorsi con le amiche per le vie colorate della sua metropoli padana, alle riunioni serali di nuove sfilate di moda, alle corse pazze e sfrenate su auto rosse coi sedili fascianti a fianco di montoni azzurrati profumati Trussardi. Sarebbe rimasto, di me, solo un vago ricordo da riproporre d’inverno nei noiosi racconti delle vacanze al mare, tra bigodini e profumo di shampoo durante le manipolazioni un pò ruffiane di effeminati coiffeurs.
Aspettai a lungo che comparisse, come sempre, sullo sfondo del cielo terso, con i suoi occhi luminosi e con quell'incantevole sorriso che mai più avrei dimenticato. Attesi invano finchè il sole, ormai tramontato, scivolò nel mare, nel nostro mare, mentre un canto di pescatori saliva melodioso e mesto dalla lontana marina.
Non indosso più oggi jeans e scarpe da tennis e non ho più con me il bagaglio di un tempo, lo zaino in spalla. Gli scugnizzi che mi accolgono festosi mi chiamano adesso “”signurì” oppure “‘o prufessore” e mi accompagnano lungo la stretta via che conduce a quella vecchia, cara, giovanile dimora, che rivedo dopo tanti anni con una punta di struggente rimpianto…


lunedì 12 marzo 2018

MARIA LA VONGOLARA - Brano tratto dal libro "ABITAVAMO IN VIA QUARNARO"

...Tra le scene abitudinarie una, in particolare, è sempre rimasta impressa nella mia mente e nel mio cuore in modo indelebile, non so perché. Credo per via del fatto che il personaggio di cui andrò a narrare tra breve, nella sua semplicità e nella sua naturalezza, mi pareva celare, dietro l’apparente umiltà dei modi e dietro una dimessa gestualità una sorta di fiera nobiltà, quasi come se avesse subito un incantesimo e fosse stata maledetta e trasformata da una strega cattiva. Una regina, una principessa,  un personaggio d’altri tempi condannato a vivere una vita diversa, in un ambiente non suo. Un sortilegio che l’avrebbe resa per sempre malinconica e triste, offuscando il suo meraviglioso sorriso e la lucentezza dei suoi occhi azzurri sotto il  velo di una impenetrabile afflizione.
D’estate ogni giovedì mattina, sul presto, in via Quarnaro transitava Maria “la vongolara”. Era costei una donna sulla quarantina ma, per via di una sconsolata mestizia che ne alterava le fattezze del  volto, mostrava più della sua età anagrafica. Indossava sempre una lunga gonna che arrivava ben oltre i pedali della bici sulla quale viaggiava e che era attrezzata in modo tale da ospitare, nella parte posteriore, sopra al parafango, due cassette di legno sovrapposte, coperte da un panno, e contenenti vongole da vendere. Il suo arrivo era annunciato da un grido squillante ed inconfondibile, che rintronava nel quartiere come la sirena di una nave. Maria gridava a squarciagola “Voncoleeeeeee”  (con la “c”) e le massaie spuntavano dagli usci delle case come lumache quando spiove.  Avveniva, quindi, la  fase di negoziazione e di vendita. Non so quanto riuscissero a tirare sul prezzo, che era sempre oggetto di coreografica trattazione, ma certo si otteneva qualche agevolazione in fase di pesatura, con qualche pugno più o meno generoso di vongole che Maria aggiungeva dopo aver già riempito e pesato il foglio di giornale. Le vongole, infatti, venivano raccolte in un semplice foglio di giornale (non esistevano o perlomeno lei non ne era in possesso) buste di plastica per alimenti” o tanto meno “biodegradabili” come quelle di oggi. Un foglio di giornale vecchio che serviva giusto per arrivare a casa e depositare le vongole nel lavandino dove venivano lavate per essere poi aperte sul fuoco del fornello.  Spesso, perciò, il govedì, d'estate, a pranzo si cucinavano spaghetti con le vongole e sauté di vongole aperte con un delizioso sughetto nel quale tutti inzuppavano il pane sfornato di fresco al mattino.
Maria la vongolara attirava il mio interesse e la mia attenzione per quel suo fare distaccato che ne faceva un personaggio immutabile ed enigmatico al tempo stesso. Era un’icona dell’estate. Quando compariva, in fondo alla via, preceduta da quel suo perentorio grido di richiamo io correvo a guardarla, quasi per cogliere nei routinari movimenti del suo corpo un gesto diverso che la rendesse più umana, e simile a tutti gli altri. Ma lei era diversa dagli altri. Sempre impassibile,  quasi un tutt’uno con quella bici sgangherata e sempre barcollante, per via del peso delle cassette. Il suo dire era essenziale, dagli  occhi trapelava una rassegnata malinconia, come se si fosse adattata alle vicende della vita suo malgrado, pur anelando nell’animo sorti diverse e certamente più gloriose. Perché era molto bella.  Aveva gli occhi azzurri come il mare cristallino dal quale provenivano le  vongole che vendeva, ed un portamento austero che strideva non poco con la sua immagine di umile indigenza. Piuttosto alta,  nascondeva sotto le vesti un fisico che ognuno avrebbe immaginato armonico e ben proporzionato. Lo si intuiva dai movimenti coordinati e flessuosi  delle braccia e delle gambe e dall’elegante ruotare del capo, che a volte sembrava accompagnare una musica di sottofondo che solo lei riusciva ad ascoltare.
Certo, Maria la vongolara avrebbe potuto essere un’altra persona. Questa convinzione era radicata in me e si alimentava ogni volta che mi fissavo a guardarla.
Quando transitava per la via interrompeva i nostri giochi di strada. In quel momento io mi avvicinavo timidamente ed ogni volta scoprivo particolari nuovi e diversi sulla sua persona, sugli abiti, sulla bici. Mi incuriosiva il sistema così elementare  e pratico che le permetteva il trasporto delle due cassette senza che una sola vongola finisse per terra durante il tragitto. Ma più di ogni altra cosa mi colpiva la manualità e la gestualità con cui lei preparava i cartocci, incassava il denaro, porgeva rapidamente il resto senza altro proferire. Immaginavo che Maria avesse il cuore altrove e che stesse vivendo forzosamente una realtà tanto tormentosa quanto ineludibile.  E partiva, allora, la mia fantasia di tredicenne innamorato della vita a fantasticare per lei una favola bella: l’avrei portata via con me, lontano lontano, in un paese di sogno dove il rifiorire della sua bellezza ascosa, ma non trascorsa, le avrebbe permesso di sorridere finalmente serena e lieta senza costrizioni nel suo vero mondo fatto di fulgore e di luce.

Ma tutto durava  un attimo. Terminata la fase di consegna e tornata in sella alla bici disperdeva nel vuoto le mie fantasie, con quel suo grido adamantino e possente, una sorta di brutale e prosaico ritorno alla vita che riconsegnava al suo misero stato ed ai coraggiosi giochi della mia mente la crudezza della realtà quotidiana, immutabile e definitiva...

venerdì 9 marzo 2018

L'ULTIMO BALLO

Liceo Classico Melchiorre Delfico a Teramo. Fatidico esame di Stato. Anno 1969. Come sempre accade quando un evento importante sta per dare una svolta alla vita, si viveva un clima di tensione, ma si respirava anche aria di festa, di rinnovamento, di emancipazione, di prossima libertà.  Non vedevamo, allora, la parte più angosciante dell'evento, la fine di un ciclo di spensieratezza, il punto finale di un percorso che aveva caratterizzato gli anni più belli della nostra esistenza e che andava a concludersi, a perdersi nei meandri della memoria. Una memoria che in seguito avremmo richiamato alla mente con l'animo colmo di amara nostalgia e con l'inesorabile rimpianto della nostra fantastica giovinezza, resa ancor più mirabile dal periodo storico al quale noi avemmo il privilegio di appartenere da giovani, gli anni sessanta, momento in cui tutto ciò che accadeva sembrava scaturire da una fonte inesauribile di gioia, di rinnovamento. Un'esplosione di sensazioni, di eventi, di percezioni, di commozioni. Dalla storia alla musica,  ai falò sulla spiaggia,  al suono delle chitarre,  passando attraverso i Beatles ed i Rolling Stones,  dalla ripresa economica post-bellica al primo allunaggio. Una magia che noi vivevamo in prima persona, senza avvertire tuttavia la reale portata del dono che la sorte ci aveva riservato, concedendoci di essere adolescenti e giovani in quello straordinario periodo storico.
 Come da prassi, e secondo una tradizione sempre rispettata, fu organizzato un pranzo di commiato al quale avrebbero partecipato anche alcuni professori "eletti" e, ovviamente,  tutti i compagni della gloriosa III C.
Scrivo queste righe perché un episodio accaduto quel giorno è rimasto per sempre impresso nella mia mente e nella memoria, agganciato come un quadro alla parete, nel vivissimo ricordo che il tempo, il lungo tempo trascorso, non ha minimamente attenuato né offuscato, né tanto meno nascosto  sotto il buio velo del passato.
Durante il pranzo, a Civitella del Tronto, si scherzava goliardicamente anche con i professori, in un clima di "ormai è fatta", superando  quel rispettoso distacco che, all'epoca, esisteva ancora tra studenti ed insegnanti.  Nella bella atmosfera di ilarità e di divertimento veniva di continuo alimentato un juke box che era nella stanza. Musiche anni sessanta, ovviamente, melodiche e care per accompagnare balli romantici e lenti, com'era d'uso.
 Sulle note di quelle canzoni qualcuno di noi intrecciava qualche passo di danza.
Due del gruppo, Lena e Guido, ballavano molto meglio degli altri, tanto da meritare i complimenti di tutti. E ballarono per lungo tempo,  per tutto il tempo postprandiale, fino all'ora di ripartenza, tra gli applausi , le approvazioni e gli encomi di tutti i presenti.
Durante il viaggio di ritorno per motivi fisiologici il pullman dovette fermarsi per strada presso un piccolo bar. All'interno c'era un juke box.  Qualcuno fece partire un disco, la stretta stanza fu invasa dalle note di una musica dolcissima. Lena e Guido ripresero a ballare, solo loro, in mezzo a tutti, al centro di un cerchio che si formò in modo spontaneo e naturale. E ballarono per tutto il tempo della sosta. Poi ripartimmo, arrivo in piazza Dante. Il commiato, per alcuni definitivo. Le prove orali erano programmate a scaglioni, per cui molti di noi non si sarebbero mai più rivisti dopo quel giorno. E così fu.
Gli anni sono trascorsi, il tempo l'ha fatta da padrone.  La vita, le storie, gli eventi, le scelte giuste e quelle sbagliate, i piaceri, i dolori, gli inganni, le gioie, le delusioni. Ad ognuno la sua parte di destino, tra le braccia della sorte.
Ma da sempre in me resta ferma e scolpita nella mente l'immagine di quell'ultimo lento.
Lena e Guido erano più di due compagni di Liceo che ballavano.
Erano l'ultima icona di un meraviglioso periodo dell' esistenza che si chiudeva alle nostre spalle. L'ultima cosa che avremmo fatto tutti insieme. Era la fine delle goliardiche bravate in classe, dei compiti passati sotto il banco, delle ansie, dei grandi timori per le interrogazioni, dei primi innamoramenti. Quel ballo e la musica che lo accompagnava erano l'ultima scena del film della nostra adolescenza, film che nessuno di noi avrebbe mai più rivisto, se non nella nostalgico ricordo di quei giorni spensierati, vissuti purtroppo senza la consapevolezza della loro reale meraviglia.
Da allora in poi ognuno avrebbe percorso da solo la sua strada, la via del proprio destino.
Io rivedo spesso davanti agli occhi la scena di quell'ultimo ballo tra Guido e Lena.
Era un lento:" L' ultimo oramai..."




sabato 10 febbraio 2018

POLITICA E MORALITÀ

 La politica ed il denaro sono i due grandi bubboni che travagliano l'umanità intera. La politica è considerata, da coloro che hanno piacere a praticarla, una sorta di subdola arte che ricerca manovre segrete e spesso illegali le quali sublimano quasi sempre in intrighi, rapporti equivoci e disonesti. Il compromesso è lo strumento più usato per mettere in moto ogni tipo di azione e per dare il via ad una progressiva intensificazione del danno che viene arrecato senza pregiudizi di ordine morale. Proprio la morale, anzi, è considerata del tutto inopportuna in ogni manovra che tenda al raggiungimento di un fine, spacciato per bene comune, ma sempre, o quasi sempre, confacente alle necessità ed ai tornaconti personali. Non importa la natura ideologica del politicante. Ciascuno, a qualsiasi corrente di pensiero appartenga, finisce prima o poi per adeguarsi al meccanismo del sistema e diventa ingranaggio di una macchina micidiale che ripudia gli obiettori e che accoglie i proseliti. Nessuno spazio, alla distanza, per chi voglia operare in stretta connessione con principi di onestà e di correttezza. La storia insegna che i "rivoluzionari moralmente ineccepibili"" vengono messi da parte perché ritenuti estremamente pericolosi per il prosieguo di un cammino che prevede poche concessioni al bene comune, e tante concessioni al bene individuale dei "regnanti" . Nei sistemi dittatoriali questa componente risalta in modo macroscopico, in quanto riferita ad un personaggio unico, responsabile ben individuato di ogni decisione e di ogni scelta, quantunque iniqua. Nei sistemi aperti, cosiddetti "democratici", il male operare risulta invece camuffato da una ragnatela fittissima di accuse reciproche, di sotterfugi, di scarico di colpe e di responsabilità. Nel coacervo di mala gestione che ne consegue diventa lecita ogni accusa, finanche quando essa appare del tutto infondata, ma validata solo dal desiderio di mettere in cattiva luce l'avversario politico. In buona sostanza che opera bene è accusabile quanto chi opera male. La cosiddetta "opposizione", infatti, si arroga il diritto di poter e di dover contestare ogni decisione della maggioranza governativa solo perché essa rappresenta, in quel momento, il nemico politico da ostacolare e da mettere in cattiva luce agli occhi dell'elettorato. Non diversamente chi è al Governo reputa opportuno infangare l'opposizione in ogni momento ed in ogni circostanza, finanche quando essa dovesse proporre idee o soluzioni valide ed efficaci. In nome della "politica" si sacrifica quello che potrebbe risultare bene comune e si rigettano, ripudiandole, anche proposte giuste che, se accolte, potrebbero invece portare benefici alla comunità ed al tessuto sociale. 
Questa situazione generale scredita evidentemente la figura di coloro che approdano dopo estenuanti campagne elettorali agli ambiti scanni governativi, intendendo per tali tutti i seggi occupati a livello  centrale nonché quelli relativi alla gestione di unità periferiche e di amministrazioni decentrate e locali. E questo spiega perché illuminati pensatori e celebri professionisti di ogni ordine e grado in linea di massima non desiderano proporre il loro nome esponendosi in prima persona e gettandosi in una  mischia all'interno della quale, evidentemente, sarebbero fagocitati dal qualunquismo morale imperante. Così si lasciano ampio spazio e terreno fertile a chi desidera dar mostra di sé, evidentemente in preda al desiderio di comparire e di compensare la propria vuotezza culturale e, ahimè, spesso anche la propria deficitaria intelligenza. Si tratta quasi sempre di gente millantatrice, capace di apparire per ciò che non è e di tenere bene un ruolo spesso invidiato dagli altri, di grande risonanza mediatica, di grande ritorno, imposto e favorito dai social e dai mezzi di comunicazione di massa. Così gli eletti dal popolo godono di glorie immeritate, oltre che di inenarrabili vantaggi di ordine economico tanto da risultare cittadini privilegiati e di assoluto rispetto, pur non avendone, assai spesso, alcuna vera ragione di merito. In buona sostanza viene premiato il coraggio. Il coraggio di essersi esposti in prima persona al gioco massacrante delle lotterie elettorali. Di averci "messo la faccia" . Cosa che molti altri non hanno voluto fare per evidenti ragioni di amor proprio e di rifiuto di ogni forma di compromesso e di adeguamento a logiche di partito, inibitrici della più libera espressione del pensiero individuale.


mercoledì 9 agosto 2017

L'ABRUZZO CHE NON CONOSCI - TESORI NASCOSTI

Bolognano, provincia di Pescara. La cascata della Cisterna.  Quanti abruzzesi conoscono questa località, a pochi chilometri da Pescara e da Chieti, immersa in uno scenario da favola raggiungibile tramite un sentiero di facile percorribilità, ombreggiato e tranquillo?  Luogo ameno, che il letto del fiume rende paradisiaco quando incombe la calura estiva ed è possibile bagnarsi nell'acqua fresca e limpida che scorre con ritmo vivace tra il canto armonioso e quasi prepotente delle cicale. Il barista di Bolognano mi racconta che il paese è ormai quasi disabitato. Sono andati tutti via per cercare lavoro. Restano una quarantina di persone, sempre quelle, un Ufficio Postale, una Farmacia non sempre aperta, un turismo possibile, di grande potenzialità, ma oggi allo stato embrionale. Un luogo mirabile, che ho conosciuto dopo sessanta anni vissuti da abruzzese verace e residente. Perché io, come altri, ne ignoravo l'esistenza. Bisognerebbe far conoscere questi luoghi, parlarne con gli altri, pubblicizzarli nella provincia, nella regione, in Italia. A beneficio degli italiani e dei non italiani che vengono in Italia. A beneficio degli italiani che vanno all'estero a cercare i posti belli e che invece ce l'hanno dietro casa. Per chi vive a Giulianova, come me, a un'ora di macchina. Chi lo sapeva?