venerdì 3 agosto 2018

ULTIMO NATALE A LA BOUILLE - Racconto terzo classificato al Premio "GIAMMARIO SGATTONI 2018"



Dipartimento della Senna marittima, nell’alta Normandia. La Bouille. Gli anni dell’adolescenza.

A Natale La Bouille era per me la meta del più bel viaggio dell’anno. Bambino, poi adolescente, infine studentello diciottenne, andavo con i miei genitori a far visita alla nonna che viveva sola in una piccola dimora del paesetto,  sulle sponde della Senna.
 Fu durante quegli indimenticabili soggiorni oltralpe che iniziai a parlare anche francese ed a frequentare, per diletto,  i boulevards de la Seine.
C’erano tanti clochards che vivevano ai bordi del fiume.
Mi incuriosiva e mi addolorava quell’ affliggente modo di essere al mondo. Uno di loro, dall’aspetto laido e sgraziato e che era sicuramente piuttosto giovane, ma che appariva comunque  molto più invecchiato di quanto in realtà non fosse, finì, col tempo, per diventare mio amico.
Sempre fasciato di cenci lisi, reperiti con fatica, ma con perizia, nei fondi mefitici delle discariche di periferia, si cibava di avanzi e rimasugli, frutti di un’accattoneria abitudinaria ma non indiscreta.
Sempre lo vedevo aggirarsi con sussiego, non consono al suo stato, tra i bidoni dei rifiuti, davanti alle cucine di qualche taverna o di qualche ristorante del Lungosenna, mai triste, lo sguardo velato da ineffabile mistero. Dormiva, coperto di cartoni, su un giaciglio che era ascoso alla vista di ogni passante dai fronzuti rami di un cespuglioso leccio. Beveva acqua dalla fontana che apparteneva a tutti.
Mai lo vidi elemosinare, perché era d’animo mite,  ma altero e fiero.
Nobile clochard, misero e indigente, celava infatti dentro di sé un’indole eletta. Povero, poverissimo, viveva tuttavia ricco di una fidente indipendenza e di una libertà beata.
Era uno dei tanti peintres de la Seine. 
Ma diverso dagli altri.
 Andavo sempre a trovarlo, ogni anno a Natale, nel suo giaciglio lungo il fiume, per portargli in dono dolci natalizi tipici dell’Abruzzo, e poi, in seguito, anche tele da dipingere e colori e pennelli.
Poi come per tutte le vicende della vita, una volta fu l’ultima.
Morì poco dopo pure la nonna.
La casa di La Bouille fu venduta. Mi restò sempre nel cuore l’immagine del clochard pittore e non dimenticai mai la nostra strana ed insolita, ma meravigliosa amicizia, né quell’ultimo magico e funesto Natale trascorso in Francia.
  
----------------
                                                                  
Non v’era luogo sulla terra così colmo di meravigliose evasioni come il verde e fiorente prato sui cui il clochard- pittore della Senna, quando dipingeva,  sembrava correre, a piedi nudi, affrancato da ogni vincolo terreno. Con le sue astrazioni librava l’animo indipendente sopra sconfinati vagheggiamenti di genialità. Luoghi di serena armonia interdetti ad ognuno, tranne che a me che gli chiesi, una volta, con un timido sorriso, di potervi accedere, in modo discreto, avendo cura che né un improvviso fremito né un molesto fruscìo potessero alterarne, neanche in parte, la sublime evanescenza. Le sue mani callose e rudi disegnavano  tratteggi fievoli, vaporosi, e poi il pennello, carezzando la tela, inventava paesaggi, scorci, vedute, mai turbati dalla presenza umana, che sarebbe apparsa, in quell’ascetica figurazione, inopportuna, ove non innaturale.
Mentre stava dipingendo una di quelle tele che, attraverso gli impulsivi sfioramenti delle tinte, tra loro amalgamate in modo seducente fino a sublimare in visuali fantastiche, diventava un dono inestimabile a me destinato, volle un giorno che mi avvicinassi a lui.
Mi invitò ad accostarmi con un cenno della mano appena percettibile, con una levità di movimento di cui mai l’avresti ritenuto capace, per mostrarmi un angolo visuale che nessuno avrebbe mai notato: iniziò a raccontare a me, imberbe studentello d’Accademia, particolari e ragguagli della sua policroma esistenza di clochard, attardandosi nella minuziosa descrizione degli episodi anche più banali, come stesse dipingendo. Colorava ogni vicenda decorandola con eccentriche stranezze, bagliori, credo, della sua mente sempre estasiata e vagheggiante, e mi conduceva per mano lungo una scala di vetro, luminosa come l’oro.
Salivamo allora insieme, con la fantasia, su quei fragili gradini lasciandoci alle spalle, nelle seducenti evoluzioni del suo narrare, le ipocrisie del mondo, gli inganni, le leggi inique, le regole infrante, gli omicidi, le rivoluzioni e le guerre. Con le sue storie mi conduceva in volo in uno spazio senza tempo, oltre le chiuse vessazioni della sorte che dispensa ciecamente le sue pene, oltre tutti i dolori del mondo. Al termine della scala di luce, in mezzo ad un prato verde di totale fulgore, Hervé, (così per celia avevo deciso di chiamarlo, come un orsacchiotto di peluche che mi era stato donato a Natale, mio migliore amico d’infanzia a la Bouille), spesso cantava in francese, ed appariva felice. Sul terreno senza confini di incontenibili  scorrerie cerebrali rifiorivano i suoi ricordi e gli irrefrenabili rimpianti. T’accorgevi che aveva il dono non comune di poter cogliere l’infinito nel semplice gioco della normalità, nel succedersi routinario degli eventi.
Mi raccontò di Aline.
Gli apparve, allora, in un subitaneo ed inatteso flash back l’episodio più bello della sua vita trascorsa.
Mi raccontò di Aline, e gli brillarono gli occhi umidi di lacrime, forse non solo per il freddo pungente. E mi sembrò che la stringesse in un tenero abbraccio, come quella volta del primo bacio, tanto tempo prima.                                                             
 S’era mutato ora lo sciabordio del fiume in musica soave ed ogni ghiacciolo appeso s’era tinto di una miriade di riflessi multicolori. Sorrideva Aline, bella e solenne, e lo
guidava, tenendolo per mano, verso un sentiero di lucentezza e di non descrivibile fulgore.
Poche decine di metri più in là, a fianco del fiume, i passanti sembravano automi senza nome e senza volto, imbacuccati nei loro giacconi invernali e nelle sciarpe avvolte intorno al collo. L’aspetto mondano, frivolo, gaudente e secolare del Natale degli altri strideva con il  mistico, disadorno e disperato mondo di Hervé, vittima sacrificale di un crudele ed inesplicabile gioco del destino.
Ma era proprio questa diversità che gli dava ampi margini di sopravvivenza.
Dove altri avrebbero visto solo il giorno morire lui coglieva le eccentriche fantasmagorie del più raro dei tramonti, trascendendo le ovvietà, ideando ogni più diversa sfumatura e leggendo tra le righe di uno spartito note ed armonie di cui nessuno, mai, avrebbe immaginato la presenza. Diventava poeta al pensiero del pianto sconsolato di una giovane vedova o di una madre al capezzale del figlio o davanti ad un indifeso pettirosso morente. Parlava tenendo lo sguardo sempre fisso lontano e colorava di azzurro lo sfondo della tela quando s’oscurava, alla sua narrazione, il cielo dei derelitti. Così il mendico oltrepassava i visibili segni della vita reale e scriveva uno spartito che solo alcuni eletti avrebbero saputo leggere, e forse eseguire.
Una musica che intonava note discordi da quelle dei canti, dei ritornelli e delle filastrocche di Natale che echeggiavano dai gruppi di musicanti, bandisti e sonatori sulla strada ai lati della Senna.
E forse proprio quella musica, a nulla comparabile e che accompagnava la sua vita, dava senso e significato vero alla ricorrenza del Natale. Mi chiedevo paradossalmente se non fosse davvero un privilegiato, un eletto, cui le ferme convinzioni di una fede inattaccabile conferivano la possibilità di guardare dall’alto ogni cosa, ogni persona, ogni pur infausto evento.
Mi chiedevo se alla fine non fosse da leggere nella sua miserevole esistenza il valore autentico del Natale, il momento del riscatto degli umili e dei derelitti, il trionfo  degli ultimi e degli afflitti.
Per sua volontà mi chiamò adepto, probabilmente per via di un comune sentire, anche se in quei giorni speciali ed in quei momenti di serenità cristiana che lui abbracciava, felice per la nascita del Redentore, io gli parlavo del morire come momento di assoluta fine, e della morte come estremo compimento ed epilogo fatale. E ciò contrastava con il clima natalizio, con il miracolo di quella nascita che lui sentiva fortemente e  che lo riscattava da una vita d’inferno, sublimata solo dal pensiero di una migliore esistenza post-terrena e dalla mistica atmosfera natalizia che aleggiava                                                             
d’intorno e che sembrava scaturire dagli effluvi del fiume e dal sapore salmastro dell’aria circostante.
Ma il pittore povero non voleva che di fronte al mistero della vita, e soprattutto della morte, entrassero tra i possessi della sua mente le mie infedeli elucubrazioni mentali, i miei dubbi, le mie professate perplessità, le affliggenti angosce giovanili.
 Con il capo ormai quasi completamente calvo e seminascosto da un berretto nero di lana, lurido e lercio, tra i fetori di quel suo sgradevole giaciglio, senza mai distogliere lo sguardo dalla  tela che stava  dipingendo, scuotendo la testa perché contrariato e mai convinto dalle mie parole, mi portava con sé, tra immagini dipinte e musiche che sembrava comporre, oltre la banalità del quotidiano, per un percorso fulgente lungo il quale rivisitai sotto nuova luce i suoi desideri infranti, i sogni mai avverati, le speranze svanite, le disillusioni e i disincanti.
Hervé governava da grande maestro quel regno di liberazione e di inossidabile fede, senza nessuna afflizione, ma con tanta appagante letizia. M’accorsi, anno per anno, nel corso dei nostri successivi e reiterati incontri, che da ogni patito inganno aveva sempre tratto precetti per vivere ancora. Da ogni sconfortante  traversia liberava forza e vigore per non cedere, giorno dopo giorno, alla ventura avversa che ne minava il corpo, ma che non scalfiva, in nessun modo, la sua imperitura speranza in ciò che sarebbe accaduto dopo. Aprés la mort, come diceva.
 Per il clochard de la Sèine nella vita terrena non c’era sentiero, per quanto impervio ed erto, che non fosse percorso da ciascuno con un preciso fine stabilito ed assegnato, sulla base di un progetto a noi ignoto, ma sicuramente apportatore di felicità futura.
Così convinto credente, carismatico e seducente ammaliatore, parlava del Natale al mio animo agnostico, eppure nondimeno in quel tempo inevitabilmente plagiato dalle promesse della vita, e mi indicava come estremità della strada la fine di una lucente scala di luce. Nel rassicurante silenzio di quell’ineffabile plaga che s’era creato, il mio importante precettore francese, emarginato dagli uomini, dipingeva sulle sue tele, illuminandole di speranza, albe e tramonti, fiumi, monti e  città e profondità del mare, luoghi mai conosciuti, colorati, variopinti, sereni, limpidi e tersi, in uno scenario serafico che lo portava lontano dalla gente e dal mondo, dalla vita visibile.
Pochi giorni prima del Natale di quell’anno, che fu l’ultimo, mi aveva voluto accanto a sé in una di queste fantastiche divagazioni. Dalla tavolozza chiamò a raccolta le tonalità dell’azzurro del mare più profondo ed io avvertii i singulti della sua voce stanca, che ormai mi giungeva lieve. Dipinse sulla tela, solo per me, il più ambito dei doni, una “Nativité” malinconica e triste sullo sfondo di un cielo plumbeo di nuvole bigie e minacciose, foriere di un burrascoso fortunale, in arrivo per lacerare forse ancor più quel suo logoro pastrano, per devastare il suo giaciglio di cartoni. Un’imminente, ennesima, ineluttabile sciagura di cui però, come sempre,  non avrebbe avuto tema alcuna, perché confidava nel miracolo di quella nascita soprannaturale.
Tutto mentre al tepore delle diverse  dimore ubicate ai fianchi della Senna il mondo                                                                 
degli altri si colorava delle mille fantasmagorie di luci e del calore mistico che entra nei cuori di ognuno durante le celebrazioni del Natale.


L’ULTIMO NATALE

Ora giaceva immobile, e lo sarebbe stato per sempre, rannicchiato all’interno di un tubo di cartone che la pioggia battente aveva reso ormai fradicio e grondante. Gli era servito per proteggersi, ahimé in modo non bastevole, dal freddo acuto e pungente della gelida notte francese, sotto il pur confortevole abbraccio di un cespuglio amico, preferito a tutti gli altri, chissà perché, sulla sponda della Senna, quel mattino sontuosa come non mai nel suo silenzio sovrano. Né poteva più essergli di conforto o giovamento il timido raggio di un sole sbiadito che, insidiatosi tra le foglie, disegnava ghirigori di luci ed ombre sul suo viso freddo,  emaciato e stanco, celato dalla fitta barba incolta, vuoto da tempo di ogni desiderio ed avvezzo ormai alla disillusione non meno che ad una dignitosa rassegnazione.
Rannicchiato all’interno della scatola di cartone, ormai zuppa per la neve che veniva giù lenta e copiosa e che un generoso platano, con le sue foglie aperte, riusciva a contenere solo in parte, Hervé passava dal sonno leggero al dormiveglia, ruotando spesso su se stesso per lenire il dolore alle ossa, compresse sui sassi del Lungosenna.
Aveva le mani gelate ed il bavero del lacero e consunto cappotto tirato su fino alle orecchie. Gli era di compagnia solo il ritmato e sinuoso sciabordio del fiume, unica voce amica nell’ancora buia alba francese.
Ogni tanto gli giungevano da lontano gli abbagli delle luci colorate e dei riflessi argentei e dorati del Natale degli altri, di coloro che la sorte aveva trattato in modo diverso, chissà perché.
Ma Hervé non aveva astio né contro gli uomini né contro il suo iniquo destino. L’irreversibilità del suo stato gli aveva sempre assicurato una sorta di rassegnazione che gli permetteva di vivere in simbiosi anche con gli elementi più ostili della natura: con il vento freddo, con la neve e con il gelo, con i dolori alle ossa, i brividi, i tremori ed ogni altro disagio fisico e mentale con cui conviveva da sempre.
Quella, però, era una notte speciale. 
 La luce vaga della nebbioso mattino avviluppò in un ultimo abbraccio il corpo esanime del clochard, intriso degli umori e degli effluvi della rugiada, avvolto nel lurido pastrano grigiastro, sulla panchina gocciolante, mentre l’umanità malvagia, che mai ne conobbe l’indole candida e schietta, impattava la realtà del giorno nascente e la mistica atmosfera del Natale, davanti all’evolversi dell’attività quotidiana, come sempre, non diversamente da sempre, senza occuparsi di lui.
Se ne occupavano invece, non volentieri in quel giorno particolare, gli addetti del parco, infastiditi da quel cerimoniale fuori programma che alterava il metodico procedere della routine abituale e che li costringeva, loro malgrado, al rito inviso ed                                                           
ineludibile dello sgombro di quel corpo inerte. Tutto avveniva con distacco ed indifferenza.
Sempre, gli altri, erano stati indifferenti a quel peintre de la Sèine, per loro uno dei tanti.
Nel tascapane di pezza che Hervé portava sempre a tracolla, logoro e consunto, gli svogliati necrofori, avvolti dalla nebbia uggiosa di quel giorno esiziale, rinvennero forse un’ampolla con le sue lacrime versate guardando un pettirosso morire, o un uomo piangere di solitudine infinita. Uno di loro raccolse da terra la ciotola di latta del cane Rouge, nutrito con l’affetto, e solo con l’affetto, e poi trasse da quella misera sacca i colori che il mendico suggeva dai suoi paradisi mentali e che mescolava sulla tavolozza per  aleggiare sulle isole incantate di una sfavillante fantasia. Suo unico, reale, immacolato possesso.
Era l’alba di quell’ultimo Natale.

Oggi, dopo tanti anni, a la Bouille, cammino ancora su una delle sponde della Senna e respiro l’aria gelida di una fredda serata invernale.
Mi incammino ancora, come tanto tempo fa, lungo quell’umido viottolo che fiancheggia il fiume.
Non c’è più il cespuglio di leccio.
C’è ancora qualche vecchio clochard.
Un cane, accanto al suo padrone, col pelo arruffato guaisce davanti ad una ciotola apparentemente vuota, ma ricolma di affetto.
Nel brumoso crepuscolo decembrino un rozzo pittore, incurante del freddo, avvolto nel suo vecchio pastrano e nel diafano velo della nebbia, vestito di stracci, dipinge paesaggi su una  tela, stringendo goffamente il pennello tra le dita della mano ruvida e callosa.

Come quella di Hervé.

lunedì 30 luglio 2018

LA RIMPATRIATA - "QUELLI DELLA III C"-

E' stato come riaprire uno scatolone di vecchi giocattoli custoditi in soffitta. C'era quello con cui da bambino giocavi di più, quello con cui giocavi di meno, ma ti erano tutti cari.
E poi riprenderli in mano, guardandoli con tenerezza da vicino: impolverati, scoloriti, segnati dal tempo, in parte graffiati e con qualche danno più o meno visibile agli occhi.
Tutti, comunque, belli dentro...
Ricordi indelebili di un' incantata età decorsa per sempre e per sempre perduta, come sabbia sottile che scivola inesorabilmente tra le dita senza che si possa trattenerla.
Storie, racconti, vicende, scelte giuste o sbagliate, percorsi di vita diversi, alcuni vincenti, altri perdenti, momenti difficili superati col tempo, gioie e dolori, illusioni rimaste tali, traguardi mancati o raggiunti.
Nell'angusto spazio di una serata di luglio anni di vita vissuta.
Siamo tornati idealmente nell'aula di quel Liceo, seduti sui banchi come una volta, ancora vicini, ancora sorridenti, come per ricominciare da dove ci eravamo lasciati.
Grazie ragazzi per aver accettato di riaprire insieme per qualche ora lo scrigno dei nostri ricordi liceali. C'erano dentro le goliardiche bravate, le quotidiane ansie per le interrogazioni, i segreti innamoramenti, le speranze, le illusioni ed i nostri sogni adolescenziali, rimasti tali fino a quando la sorte non ha assegnato a ciascuno, irrevocabilmente, il proprio immutabile destino.
E' stata una serata magica e suggestiva.
Di quelle che restano impresse nel cuore e nell'anima col marchio indelebile del ricordo e del nostalgico rimpianto.

martedì 17 luglio 2018

A CAPRI, TANTI ANNI FA

...C’incontrammo al Belvedere di Tragara per quell’ultimo appuntamento. Tra piccoli sentieri, salimmo tenendoci per mano alla Villa di Tiberio, oltre il cancello, fino alla rupe. S’era levata intanto una brezza leggera, poi venticello, che portava con sé suoni ed i  rumori del Golfo, così lontano, eppure visibile. Lei vestiva di bianco. Indossava un  camicione largo in vita con due spacchi laterali sulle gambe nude nerissime. Il suo viso, sul quale danzavano i  riflessi del collier di Bulgari, la fragranza dell’ammaliante essenza di Chanel, quel modo che aveva di sorridere, così sbarazzino e seducente, tutto quella notte sapeva di magico e di irreale……..
…Le dissi che l’avrei portata via con me, lontano. E rovesciati i tavolini di Piazza Umberto davanti ai quali i suoi compagni sorbivano candidi frappè, la traevo a forza dalle braccia (morbide braccia) dei suoi coetanei ben vestiti, lacerando le loro camicie di seta, ed interrompendo bruscamente il futile racconto della vacanza a Cortina di una delle sue sofisticate amiche. Via dagli stupidi giochi di società della sera , intorno ai falò, via da tutti loro per fuggire insieme con uno studente squattrinato, a cercare un felice avvenire in un’altra Capri, se mai  ce ne fosse stata una….”

venerdì 8 giugno 2018

COME LE FORMICHE.... Brano tratto dal racconto "LA PANACEA SECONDO LUCA"

La situazione era precipitata. Ci si preparava ad un ormai non più evitabile conflitto mondiale che avrebbe avuto esiziali conseguenze per tutta la stirpe nota delle formiche. Solo il destino unico agente esterno, imponderabile per tutti,  avrebbe potuto ora evitare la grande guerra.
E proprio il destino, al quale in verità nessuno dei capi di Governo in quel momento stava pensando, si interpose tra le pagine di quel libro di storia, all’improvviso, e ne scrisse l’ultimo tragico capitolo.
Mentre Salizolla era in viaggio, prima ancora che potesse giungere alle porte del Formicaio di Valmattone per consegnare il funesto documento, si udì per l’aria un boato lontano, cupo e sinistro, che divenne all’improvviso agghiacciante fragore e poi terribile esplosione. La terra si aprì fin dentro le sue viscere, come compressa sotto un’enorme ed immane massa corporea, ignota, proveniente dal cielo. Non ci fu più luce e l’aria si impregnò di odori nefasti e nauseabondi. Un calore improvviso pervase ogni luogo ed aumentò rapidamente fino a raggiungere temperature di fusione. Innocenti larve di formichini appena nati volarono allora nella tempesta di vento come fuscelli. In un attimo solo crollarono come castelli di carta  Montorica e Valmattone, e si impastarono insieme in un unico ammasso di terra che stravolse i confini e gli sbarramenti, le frontiere ed i limiti territoriali  stabiliti e definiti con tanta cura dalle leggi giurisdizionali delle formiche. Milioni di individui,  giovani, anziani, vecchi, maschi, femmine, rimasero orrendamente schiacciati da quella massa informe e nessuno in quella poltiglia di terra avrebbe più davvero distinto gli abitanti di un Formicaio da quelli di un altro, i Capi di Governo dai rivoluzionari, gli intellettuali dagli analfabeti, i generali dai soldati, i ricchi dai poveri. S’erano fusi insieme i Formicai di terra dura e quelli di terra friabile, i giardini di erbetta ed i ricoveri occasionali di chi non aveva avuto, e non avrebbe mai più avuto, alcuna dimora.

Il piccolo Luca, giocando e correndo,  aveva inavvertitamente calpestato quella pur minuscola porzione di terreno che per tanto tempo aveva rappresentato il mondo intero per tante comunità di formiche, raccogliendo in sé gioie, illusioni, speranze, sogni di gloria, odi, rancori, invidie ed inganni, desiderio di fama e di grandezza, aspirazioni e brame di potere. Tutto vano, tutto inutile, tutto svanito. Tutto diventato nulla.
Con il suo gesto accidentale Luca, con una involontaria panacea, avea dissolto i dubbi di Dulcicoda, frenato le bramosie espansive di Duroventre, posto fine ai dissidi interni di Passopiano, infranto i sogni rivoluzionari di Mandibola, annullato le due super potenze. Aveva  risolto, insomma, tutti i problemi esistenziali dell’intera stirpe delle formiche.

 - Qui c’è un formicaio - gridò alla mamma Luca, il quale non si era accorto che i formicai in verità erano più di uno perché non ne aveva distinto i confini e perché gli era sfuggita, evidentemente, quella storica e laboriosa divisione territoriale che aveva rappresentato motivo di contesa per tanto tempo tra i vari capi di Governo. 

 - Ci sono tante formichine morte, vieni a vedere, mamma!-
E così dicendo trasse da quella poltiglia informe, sollevandone il cadavere con l’indice ed il pollice della manina, le gloriose spoglie mortali del prode Mandibola, cui la sorte non avrebbe potuto riservare più degna fine che quella di avere ultima apoteosi tra gli uomini, dopo aver avuto fulgida ed epica fama tra le formiche.


lunedì 14 maggio 2018

DOPO LA VITA

Se poi nulla c'è,
allora sarò passato come una meteora
nella notte infinita.

venerdì 20 aprile 2018

DI ALCUNE GIOVANILI EROICHE IMPRESE DI ANDREA MATTEO III DEGLI ACQUAVIVA, UOMO D’ARMI E DI CULTURA Pagine di storia dagli “Studi storici archeologici ed artistici” del prof. Vincenzo Bindi”

Brano pubblicato sull'Annuario "Madonna dello Splendore" n. 37 del 20 aprile 2018

Per molti secoli e per tante successive generazioni la dinastia degli Acquaviva annoverò tra i suoi insigni discendenti uomini e personaggi illustri i quali concorsero, in un modo o nell’altro, a conferire lustro al casato, in ambiti vari e tra loro diversi.
Valore in battaglia, ingegno, virtù, cultura, coraggio e tanto ardimento posti al servizio di una costante determinazione furono elementi che caratterizzarono, ciascuno nel suo campo, quasi  tutti i componenti familiari, tempo per tempo.
Nel secolo XI Alberico monaco di Cassino ebbe gloria tra i contemporanei per aver in prima persona confutato le eresie di Berengario, accogliendo le tesi di Lanfranco di Canterbury, abate del monastero di Le Bec in Normandia e futuro arcivescovo di Canterbury. Lo stesso Alberico avrebbe composto un’importante opera di musica sacra, prezioso testo che purtroppo non è giunto fino a noi, ma la cui esistenza è testimoniata da attendibili documenti dell’epoca. Scrittore fecondo, molto colto ed autore di pregiate opere di carattere ecclesiastico fu pure Roberto di Acquaviva che ebbe larga fama tra i contemporanei intorno al 1280 per la sua copiosa produzione di scritti, tra i quali un rinomato “De fato et Fortuna”, in due libri, probabilmente una sorta di trattato escatologico.
Berardo di Acquaviva fu per quasi venti anni (dal 1356 al 1373) Gran Priore del Priorato di San Giovanni Gerosolimitano di Capua.
Antonio Acquaviva nel 1390, quando Luigi II D'Angiò sbarcò a Napoli per opporsi a Ladislao II, figlio di Carlo III, approfittò della guerra che si stava combattendo per introdursi a Teramo e conquistarne il territorio giungendo a ricomprendervi anche il ducato di Atri. Nominato vicario generale della Chiesa per il territorio di Offida nella diocesi di Ascoli, morì qualche anno dopo.
Sono solo alcuni esempi ed alcuni nomi tra quelli che in epoche diverse arrecarono splendore e gloria al casato. Altri personaggi si distinsero in modo meno eclatante e per opere di minore importanza senza pertanto lasciare indelebile ricordo delle loro gesta  e delle loro opere nella gloriosa stirpe degli Acquaviva.
Quest’ultima conobbe in realtà il vero periodo di massimo splendore a far tempo dal secolo XV.
 Capacità non comuni, acume, intelligenza, valore ed ingegno furono doni della natura che confluirono tutti, durante la giovinezza, nella persona di Andrea Matteo III, VII Duca di Atri, (VIII secondo alcuni storici, non pochi in verità), figura al centro di questo lavoro di ricerca condotto alla luce di un  Saggio del prof. Vincenzo Bindi, dato alle stampe a Napoli nel 1881 ed incentrato su studi e ricerche dedicate alla storia di Castel San Flaviano ed agli “Acquaviva letterati”.
Andrea Matteo, figlio di Giuliantonio,  è personaggio discusso e controverso, non fosse altro che per quanto attiene alle dispute relative all’anno della sua nascita, ma soprattutto per quanto riguarda la conseguente contrastata questione della sua primogenitura. I due argomenti hanno per lungo tempo interessato storici e studiosi, atteso che fare luce sulla querelle anagrafica avrebbe consentito di saperne di più sul nebuloso argomento relativo alla concessione di titoli e privilegi concessi al primo nato in famiglia e, a quanto pare, non legittimamente conferiti a suo tempo ad Andrea Matteo.
 Per tale ragione in passato furono avanzate più o meno credibili supposizioni, basate comunque su attente ricerche, che andavano spesso e sovvertire  precedenti certezze relative all’anno di nascita di Andrea Matteo.  L’illustre rampollo degli Acquaviva sarebbe nato verosimilmente tra il 1456 ed il 1458, ma lo scarto temporale, quantunque minimo, risulta determinante, soprattutto alla luce di successivi privilegi e titoli onorifici riservati al primogenito del casato  e che in realtà furono assegnati non a lui ma al fratello Giovanni Antonio.
La collocazione della nascita di Andrea Matteo nell’anno 1456 è tesi che fu sostenuta (cfr. Giovio e Mazzucchelli) sulla base del fatto che egli sarebbe morto nel 1528 (ma per altri 1529) all’età di anni 72, caduto in battaglia a Conversano : “Fato functus est ad Conversanum, Bario finitimum, septuagesimo secundo aetatis anno, quum Lotrechii Galli infelicibus armis Apulia quateretur.” (P. Giovio – Elogia)
Con processo inverso, e  ponendo invece nel 1529 la data della morte, Eustachio D’Afflitto colloca l’anno di nascita nel 1457. A rendere più ingarbugliata la matassa devono aggiungersi svariate notizie fornite da altri scrittori e storici, primo fra tutti Baldassare Storace ed altri suoi seguaci, che pur tacendo in merito all’anno di nascita di Andrea Matteo, ne parlano genericamente come figlio primogenito del Conte Giuliantonio Acquaviva di Conversano, eludendo  e bypassando ogni possibile dubbio ed ogni diatriba relativa alla collocazione temporale della sua venuta al mondo.
Vincenzo Bindi fa esplicito riferimento alla  consultazione diretta dell’Archivio di Atri, ma anche  all’esame dei manoscritti del dott. Nicola Sorricchio (Atri 1710-1785) il quale, quale segretario ed avvocato della famiglia ducale aveva libero accesso a tutti i documenti pubblici e privati della città ed aveva avuto l’opportunità di consultare in modo minuzioso anche gli archivi di Giulianova e di Napoli, primo fra tutti quello davvero imponente degli Acquaviva.


Il lavoro di analisi delle varie testimonianze appartenenti alla famiglia ducale aveva quindi permesso al Sorricchio di  ricostruire in modo capillare la storia della città di Atri ma, nel contempo,  anche di fare luce sulla genealogia del casato degli Acquaviva, fornendo su di esso preziose notizie e  particolari inediti. Notizie tanto preziose da autorizzare il prof. Bindi a sciogliere ogni riserva in merito alle incertezze che ne avevano fino a quel momento caratterizzato alcuni momenti della storia: “ siamo lieti davvero di potere qui, per la prima volta, pubblicare alcuni documenti importantissimi, i quali varranno a correggere gli errori di quasi tutti gli istorici che ci hanno preceduto, e mettere in chiaro l’anno preciso della nascita dell’uomo insigne (Andrea Matteo Acquaviva ndr) del quale ragioniamo”.
Così nel saggio dello storico giuliese si legge che dal matrimonio tra Giuliantonio Acquaviva e Caterina Orsini Del Balzo, figlia naturale di Giovanni Antonio Orsini Del Balzo Principe di Taranto e Contessa di Conversano, avvenuto in data 11 aprile  1456, furono generati, nell’ordine,  Giovanni Antonio, nel 1457  ed Andrea Matteo nel 1458. Stando così le cose ben si comprende perché Andrea Matteo non avrebbe goduto dei diritti della primogenitura. In realtà, sempre secondo quanto si evince dalla lettura del testo, il Conte Giuliantonio in prime nozze avrebbe sposato La figlia del Duca di Montorio, Jacobuccia de Camponeschi , “particolarità sfuggita a tutti gli scrittori delle cose acquaviviane “ e solo in seconde nozze, dalla moglie Caterina avrebbe avuto, come si è detto, i due figli Giovanni Antonio ed Andrea Matteo.
Una volta fatta luce sulla questione della primogenitura è agevole comprendere il motivo per cui ad Andrea Matteo non andò il titolo di Conte di Conversano, “solito ad essere concesso ai primogeniti”, ma piuttosto quello di Marchese di Bitonto. A riprova della sua tesi il prof. Bindi cita alcuni importanti documenti dell’anno 1467 che avrebbero dovuto rappresentare prove inconfutabili a sostegno di quanto andava affermando. Documenti, però, che già all’epoca della stesura del saggio non esistevano più: “Le notizie il Sorricchio le tolse da alcune carte esistenti nell’Archivio di Giulianova, da lui copiate, documenti importantissimi, irrimediabilmente perduti, perché distrutti ai tempi dell’occupazione francese”.
Largo spazio viene quindi concesso nel Saggio in parola alla figura di Andrea Matteo che sposò in prime nozze Isabella Todeschini Piccolomini d'Aragona figlia di Antonio I duca di Amalfi e conte di Celano e, successivamente, rimasto vedovo, in seconde nozze, nel 1509,  Caterina Della Ratta.
Duca d'Atri (dal 1481) e conte di Giulia (ma poi anche di Conversano, dopo la morte del fratello Giovanni Antonio scomparso nel 1479 a soli 22 anni) Andrea Matteo III fu così uno dei feudatari più ricchi e potenti del regno. Bindi lo annovera tra i discendenti del casato che “ tra lo splendore della ricchezza e del potere, non dimenticarono il culto santissimo delle scienze e delle lettere, e spesero valevolmente la vita, l’opera e l’ingegno ad incoraggiare e proteggere i buoni studi, ed all’incremento di ogni nobile e gentile disciplina …”.
Oltre che come ardito combattente Andrea Matteo si distinse anche come illustre letterato e, come del resto altri personaggi del casato,  fece parte della schiera di coloro che “nel campo delle lettere tennero i supremi onori, e vissero amati e rispettati dagli uomini più insigni dei loro tempi…”
Purtroppo, però, molte opere letterarie  degli Acquaviva erano già al tempo del Bindi pressochè introvabili, anche per via del fatto che quasi tutti gli  archivi che riguardavano la città di Atri, e di conseguenza la famiglia degli Acquaviva, andarono più di una volta dati alle fiamme e distrutti.
La lettura del testo assume ancor più valore se si tiene conto dei continui riferimenti dell’autore alla ricerca attenta delle fonti alle quali attingere ed al ripetuto richiamo alla difficoltà di reperimento di “libri scritti e pubblicati dagli Acquaviva ” dai quali poter trarre notizie storiche certe : “ nelle pubbliche e nelle private biblioteche, e presso coloro che fanno raccolta di libri preziosi e rari, le opere letterarie, di scienza politica, di morale e di religione, scritte nelle varie epoche dagli Acquaviva, son divenute oramai estremamente rare e spesso le ricerche più diligenti risultano infruttuose…”
Pur nella difficoltà della ricerca delle fonti ed a fronte della loro riferita contraddittorietà la figura di Andrea Matteo viene presentata nel saggio del Bindi come quella di un personaggio eroico, insigne letterato ma al tempo stesso audace e coraggioso combattente.
Impavido ed intrepido il giovane Andrea impugnò le armi fin da giovanissimo, combattendo a fianco del padre nelle guerre sul territorio italiano e mostrando tanto valore in battaglia da meritare la prestigiosa qualifica conferitagli da Ferrante d’Aragona che lo definì “suo alunno ed illustre guerriero”. Per ardimento e temerarietà superava ogni  compagno d’armi tanto da meritare, per le sue gesta,  premi di grande importanza, primo fra i quali, senza dubbio,  quello di ottenere in sposa Isabella Piccolomini d’Aragona,  nata dal matrimonio tra Antonio Duca di Amalfi e e Maria figlia di  Re Ferrante. L’importante privilegio costituì l’ufficiale riconoscimento per le sue gesta in armi nel territorio di Fano, a fianco di Costanzo Sforza, signore di Pesaro, che combatteva contro Girolamo Riardo, nipote di Sisto IV.
 Il luogo in cui furono sottoscritti i “capitoli matrimoniali”  rappresenta altro motivo di polemica tra il Bindi e lo Storace, colpevole, secondo lo storico giuliese, di “accumulare nella sua storia menzogne ed errori, adulazioni ad adulazioni”.
 A detta dello Storace i documenti sarebbero stati sottoscritti a Fano dove, in realtà, si trovava Andrea Matteo il 16 aprile 1480, data del matrimonio. Ma il Bindi rileva che l’importante atto ufficiale fu invece siglato a Castel Nuovo dallo stesso Re Ferrante e da Angelo di Durante, al quale era stata conferita specifica delega “come procuratore e per mandato espresso” per poter ratificare l’atto di unione in vece dello sposo Andrea Matteo.
Le valorose imprese di quest’ultimo continuarono per lungo tempo anche dopo il matrimonio.
Nel 1485 secondo le cronache, (ma il Bindi corregge anche qui la data anteponendola al 1482 ) con il grado di luogotenente curò la difesa delle province di Otranto e di Bari combattendo contro i Veneziani a fianco del Duca di Calabria. Anche questa volta si distinse per eroismo ed audacia tanto che Re Ferrante si sentì in dovere di promettergli nuovamente  tangibili riconoscimenti, arrivando a prospettare come premio per le sue gesta in armi niente meno che la restituzione della città di Teramo la quale in passato era stata tolta ai suoi avi. Questa ambita ricompensa, in verità, non fu mai concretizzata e l’impegno fu disatteso, anche se per tener fede comunque, in qualche modo, all’impegno assunto, il Re in data  26 maggio 1484 con atto ufficiale decretò che “Andrea Acquaviva, Duca di Atri, Marchese di Bitonto e Conte di Conversano, come parente e figlio dilettissimo, sia da tutti riconosciuto quale Governatore e Preside  di Terra di Otranto e Terra di Bari , coll’onnimoda potestà ed alla stessa manera come s’egli fosse il Re…”. Questo incarico, quantunque prestigioso,  avrebbe gravato Andrea di non poche responsabilità, ben paragonabili a quelle di chi comanda e governa i propri sudditi, impegnandolo a  provvedere a “ tenere le marine di quelle province in bono stato, al fine di non essere inquietate dai barbari, ponendo ed accomodando i presidi, amministrando la giustizia a chiunque…”
Sicuramente un mandato che attestava quanta fiducia il re potesse riservare al genero, al quale inviava continue conferme della propria stima  vivete contento che, mediante lo grande amore che sempre vi ho portato e vi porto, e le virtù vostre, sempre faremo cosa che vi piacerà
Ma qualcosa non girò per il giusto verso se è vero, come è vero, che la promessa di restituire Teramo tardava ad essere mantenuta e ciò rattristava più del dovuto l’animo di Matteo. A questo si aggiungeva il rapporto sempre meno idilliaco con il cognato Alfonso, duca di Calabria e figlio di Ferrante, assai geloso “degli onori tributati all’Acquaviva, il quale era tenuto in tanta riputazione nella corte, da essere considerato quasi un secondo sovrano”.  Queste, e forse più oscure motivazioni, finirono per convincere Matteo a fiancheggiare “col consiglio e con le armi”  la congiura ordita dai Baroni Napoletani per spodestare Re Ferrante d’Aragona.
Le pagine di storia che seguono rappresentano un fulgido esempio di stima e di amore paterno nei confronti di Andrea Matteo da parte del suocero, il quale davvero lo amò come fosse suo figlio e davvero ne riconobbe le doti di rettitudine morale pur nel marasma che seguì al momento della congiura e che caratterizzò uno degli “episodi più lugubri della storia degli ultimi anni del dominio Aragonese in Napoli”.
Fu in effetti grande conflitto tra tutti coloro che avevano aderito al progetto di spodestare Re Ferrante ed il suo figliolo Alfonso, offrendo la corona a Federico, secondogenito del Re, il quale era visto e considerato da tutti in modo ben diverso : ” con l’equità, modestia et humanità procurava le gratie et il favore delli huomini…”
Ministri, segretari, generali, baroni, tutti in un modo o nell’altro presero parte alla congiura che ebbe esito infelicissimo a tragico per molti di loro. Alla scoperta della cospirazione, infatti, seguirono terribili pene capitali: “ … alcuni furono presi e martoriati, altri morirono di capestro, alcuni gittati in orrende prigioni, ed altri finalmente cacciati in bando dalla patria”. Andò in un certo senso meglio a coloro che furono catturati e sottoposti a processo perché, pur condannati quali “rei di lesa maestà ”,  ebbero tuttavia salva la vita, pur nella perenne esclusione da “tucte e quale si voglia dignità, tituli ed honori de contate, nobilitate, officii et cavalleria, e di quale si voglia gentilezza” . In pratica quella che oggi sarebbe un’interdizione dai pubblici uffici, e senza possibilità di deroga.  Agli stessi, tuttavia, sarebbe stato  riservato un “trattamento speciale” dopo la morte naturale: “ … li condemnemo in modo che perdano la testa, et loro capo sia detroncato da loro corpi, in modo che loro anima et de ciascuno de ipsi sia separata dal corpo…“
In questo clima di generale epurazione la figura di Andrea Matteo Acquaviva esce ancora una volta come quella di un figlio prediletto, che il Re nonostante tutto non si sente di condannare, non fosse altro che “ per i meriti personali e per le benemerenze  della casa Acquaviva verso gli Aragonesi…”.
Ma a maggiore discolpa del genero amatissimo in una lettera del luglio 1487 ne tesse addirittura le lodi, discolpandolo da ogni collusione con i congiurati “ …il Marchese di Bitonto, essendose deportato con fede ed integritate, et non volendo consentire con li predicti (i Baroni ribelli ndr) non è solamente preservato da tale detentione, ma tractato honorabilissimamente…”
Andrea Matteo aveva poco meno di trenta anni.

Il tempo che seguì fu per lui ancora costellato di immense fortune e di eccelsi onori, in campo letterario, negli affari dello Stato e ancor più nell’esercizio delle armi. Proprio come valoroso combattente  egli ebbe modo di confermare, tempo per tempo,  le sue doti di grande ed impavido guerriero.
La storia delle successive eroiche imprese post-giovanili Di Andrea Matteo III Acquaviva potrà costituire oggetto di ricerche e di analisi future,  in modo che possa essere meritatamente e globalmente rappresentata la figura di questo eminente personaggio della dinastia degli Acquaviva, insigne uomo di armi e di cultura.

Nota dell’autore:

Questa ricerca è stata condotta in relazione al saggio citato, valente opera del prof. Vincenzo Bindi ed alla luce delle notizie e  delle fonti riportate nel testo suddetto, ivi comprese dispute e diatribe insorte tra lo storico ed altri studiosi in merito ai diversi eventi ed alla loro collocazione temporale.
 Fatti ed avvenimenti risultano pertanto raccontati cristallizzando il lavoro di consultazione e di analisi all’epoca della pubblicazione della scrittura originale di riferimento, volutamente omettendo gli esiti di successive ricerche che potrebbero aver in seguito confutato quanto riportato ed aver fornito nuove e diverse conoscenze sull’argomento trattato.



Bibliografia:

- “ Castel San Flaviano – presso i Romani Castrum Novum e di alcuni monumenti di arte negli Abruzzi e segnatamente nel teramano- Studi storici archeologici ed artistici del prof. Vincenzo Bindi- Vol III- Napoli 1881
- “Scrittori d’Italia”. Art. Acquaviva. Giammaria Mazzucchelli – Brescia 1760. Vol. I
- “Istoria della Famiglia Acquaviva Reale d’Aragona”  Baldassare Storace - Roma 1738
- De gestis Regum Neapolitanorum ab Aragonia qui extant, libri quatuor. Albino Giovanni - Editorial: J.Gravier, Neapoli, 1769
- “Annali d’Italia  anno 1480 “- L.A.Muratori
-“Hatria-Atri”  L. Sorricchio Vol III –Parte I-
- “Annali Acquaviviani – N. Sorricchi
-“De gente Acquaviva Aragonia – Dissertatio historica, genealogica, cronologica et oratio panegirica- Roma 1732
- “Memorie degli scrittori del Regno di Napoli”  Eustachio D’Afflitto – Napoli 1782
- “Sulla nobilissima famiglia italiana degli Acquaviva “ A.C.De Bartolomei- Ascoli,  1840
- “L’Abruzzo nel Medioevo” – Autori vari - a cura di U. Russo ed E. Tiboni – 2003
“Raccolta di memorie istoriche delle tre province degli Abruzzi” A. L. Antinori – Napoli 1781

“Famiglie celebri italiane – Famiglia Acquaviva  F .Basadonna – Torino 1885